Pensioni, come avere il massimo dell’importo?

Simone Micocci

5 Ottobre 2026 - 09:45

Come andare in pensione con il massimo dell’importo? L’unica possibilità è la pensione complementare: se cominci presto può bastare il Tfr.

Pensioni, come avere il massimo dell’importo?

Chi si avvicina al momento del pensionamento desidera ovviamente farlo con l’importo più alto possibile, fermo restando che, salvo alcune eccezioni come nel caso della pensione anticipata contributiva, nel nostro ordinamento non esiste un vero e proprio limite massimo.

Semmai, quando si parla di importo massimo della pensione, si potrebbe pensare quantomeno a un assegno dello stesso valore dell’ultimo stipendio, così da non subire una riduzione significativa del reddito percepito e non essere costretti a rivedere il proprio bilancio familiare.

Va detto, però, che le attuali regole di calcolo della pensione in genere non consentono di ottenere un assegno simile all’ultimo stipendio. Anzi, molte volte il tasso di sostituzione, ossia il rapporto tra pensione e ultima retribuzione, evidenzia un divario difficile da colmare per il pensionato.

Basti pensare che le regole del sistema retributivo consentivano al massimo di arrivare, con 40 anni di contributi maturati prima del 1996, ipotesi oggi impossibile da soddisfare per ragioni anagrafiche e temporali, all’80% della retribuzione pensionabile. Con il contributivo va ancora peggio, dal momento che si prende in considerazione tutta la carriera del lavoratore, compresi i periodi in cui lo stipendio era più basso, con il risultato che la pensione è spesso molto inferiore rispetto all’ultima retribuzione.

Come fare, allora, per avere una pensione con un importo il più vicino possibile all’ultimo stipendio? L’unica possibilità è quella che spesso ritorna nelle guide su come aumentare l’importo dell’assegno: il ricorso alla pensione integrativa.

Perché è impossibile avere il “massimo” di pensione solo con i contributi obbligatori

Partiamo dall’approfondire le ragioni per cui il massimo di pensione ottenibile con le attuali regole di calcolo raramente si avvicina all’ultimo stipendio percepito. Il sistema più vantaggioso è quello retributivo che, tuttavia, applicandosi ai periodi antecedenti al 1996, è sempre meno rilevante per coloro che vanno in pensione oggi.

Con il retributivo si fa una media delle ultime retribuzioni percepite, che solitamente sono anche le più elevate, e se ne considera il 2% per ogni anno di contributi versati, per un massimo, come anticipato, di 40 anni e un assegno pari quindi all’80% della retribuzione pensionabile.

Pensiamo a chi ha 15 anni di contributi nel retributivo: solo il 30% della retribuzione pensionabile verrà considerato ai fini della pensione, a cui si somma poi la parte calcolata con il contributivo che tuttavia, come ribadito, prevede regole ancora meno vantaggiose.

Nel dettaglio, sul totale dei contributi versati in carriera, che specialmente nei primi anni di lavoro rischiano di essere molto bassi, si applica un coefficiente di trasformazione che raramente restituisce un importo adeguato di pensione.

Ecco perché oggi il tasso di sostituzione della pensione oscilla spesso tra il 70% e il 72% dell’ultimo stipendio percepito, obbligando il neo pensionato a rivedere le proprie spese, con la liquidazione percepita al termine del lavoro che finisce spesso per compensare il minor reddito.

Come avere il massimo dell’importo di pensione

Considerando che la sola contribuzione obbligatoria non è sufficiente per andare in pensione con un importo elevato, quel che bisogna necessariamente fare è prendere in considerazione l’ipotesi di iscriversi a un fondo per la pensione complementare.

E farlo il prima possibile, visto che tanto prima si comincia quanto più si può godere dei rendimenti nel lungo periodo, con un fattore di rischio più basso per l’investimento.

Si potrebbe obiettare però che non si hanno sufficienti risparmi per farsi carico di un tale investimento, ma un recente studio condotto dal Corriere della Sera ci dice che non è necessario stanziare altri soldi se non quelli del proprio Tfr.

Se si sposta il trattamento di fine rapporto a un fondo pensione piuttosto che lasciarlo in azienda, infatti, si può integrare la pensione fino ad avvicinarsi al 100% dell’ultimo stipendio. Tuttavia, secondo lo studio menzionato, solamente se si inizia a 30 anni il Tfr può bastare; in caso contrario, ad esempio per chi inizia a 40 o 50 anni, oltre al trattamento di fine rapporto, considerando che quanto già maturato resta in azienda perché non può essere spostato, bisogna aggiungere anche dei versamenti volontari.

La logica quindi è chiara: prima si aderisce alla previdenza complementare, più il Tfr può incidere sul risultato finale. Più si rinvia questa scelta, invece, più diventa necessario intervenire con contributi aggiuntivi per colmare la distanza tra pensione pubblica e ultimo stipendio percepito.

Questo perché il tempo è il principale alleato di chi investe per la pensione: cominciare presto permette di affrontare con maggiore tranquillità le eventuali oscillazioni dei mercati, mentre, al contrario, chi si accorge tardi del problema ha meno anni a disposizione per costruire una rendita integrativa e, di conseguenza, deve versare importi più elevati per provare a raggiungere lo stesso obiettivo.

Non va poi dimenticato che la scelta della linea d’investimento può fare una differenza importante. Un lavoratore giovane, avendo davanti a sé molti anni prima del pensionamento, può valutare soluzioni più dinamiche, quindi potenzialmente più redditizie nel lungo periodo, pur con un rischio maggiore. Chi invece è più vicino alla pensione tende generalmente a preferire linee più prudenti, ma proprio per questo potrebbe ottenere rendimenti più contenuti.

Ecco perché la previdenza complementare rappresenta uno strumento da costruire fin dall’inizio della carriera. Solo così il fondo pensione può davvero diventare il mezzo con cui integrare l’assegno pubblico e avvicinarsi, per quanto possibile, al reddito percepito prima del pensionamento.