Il paradosso dell’Arabia Saudita. È piena di petrolio ma non ha abbastanza gas

Ilena D’Errico

24 Maggio 2026 - 20:43

Neanche il petrolio basta all’Arabia Saudita, che non riesce a sopperire alla carenza di gas.

Il paradosso dell’Arabia Saudita. È piena di petrolio ma non ha abbastanza gas
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La ricchezza dell’Arabia Saudita in fatto di petrolio è notoriamente elevata, ma non abbastanza da compensare la carenza di gas. Non è soltanto l’immenso divario tra la disponibilità delle due materie prime a stupire, quanto piuttosto il fatto che le entrate petrolifere non siano più sufficienti a coprire le spese nazionali. Nonostante la disponibilità di greggio sia sempre immensa, il disagio provocato dalla guerra in Medio Oriente sta mettendo in ginocchio anche l’Arabia Saudita, che è stata costretta a chiudere dei giacimenti chiave e ne sta patendo pienamente le conseguenze.

Il petrolio non basta all’Arabia Saudita

Nel quarto trimestre del 2025 l’Arabia Saudita ha registrato il più alto deficit fiscale dalla pandemia con un disavanzo da 73,73 miliardi di dollari, dovuto proprio al calo delle entrate petrolifere, in quel caso dovuto non alla produzione (che ha continuato ad aumentare) bensì al ripiegamento delle quotazioni con la cattura di Maduro. In seguito, le tensioni tra Iran e Stati Uniti hanno riportato in alto il barile, ma la spesa pubblica è rimasta elevata.

L’Arabia Saudita è stata costretta a sospendere la produzione nei giacimenti di Marjan, Abu Safa, Safaniya e Zuluf, mentre gli attacchi alle infrastrutture energetiche e il blocco navale dello stretto di Hormuz hanno fatto il resto. Saudi Aramco, la società nazionale saudita di idrocarburi, ha subito una diminuzione della produzione intorno a 2/2,5 milioni di barili giornalieri. Contestualmente, però, anche la produzione di gas è crollata sensibilmente, visto che gli stessi giacimenti bloccati garantivano il rifornimento delle centrali termoelettriche del Paese.

Ora, l’Arabia Saudita deve sfruttare i derivati e distillati del petrolio per far fronte al fabbisogno energetico, peraltro ricorrendo a materie prime importate. Le importazioni dell’Arabia Saudita di olio combustibile sono schizzate alle stelle, proprio perché il Paese è stato costretto a trovare un’alternativa economica per l’alimentazione delle numerose centrali elettriche. Il problema è ben più esteso di quanto si potrebbe immaginare, visto che, almeno secondo gli ultimi dati disponibili, gran parte dell’olio combustibile utilizzato dalle centrali saudite proviene dalla Russia, come peraltro accade anche in India.

L’Arabia Saudita ricorre alle importazioni russe

Ad agosto 2025 l’Arabia Saudita e l’India si sono confermate come maggiori importatori mondiali di olio combustibile russo e secondo i dati a disposizione del Middle East energy survey questa tendenza si è confermata anche nei mesi successivi. Il crollo delle forniture di gas ha continuato a richiedere massicce importazioni di olio combustibile russo, con un aumento del 18% degli acquisti proprio nel mese di marzo di quest’anno. L’analisi della Joint organizing data iniziative (Jodi) ci conferma allo stesso tempo che le esportazioni petrolifere dell’Arabia Saudita, al contrario, sono scese rapidamente nello stesso periodo di osservazione.

In particolare, nel medesimo mese di marzo le esportazioni saudite sono arrivate a 4,974 milioni di barili al giorno, un minimo storico per il Paese, che non toccava un livello tanto basso dal 2002. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale questo crollo sarebbe interamente dovuto agli attacchi alle infrastrutture, che sembrano aver provocato un danno alla capacità produttiva quantificabile in circa 600.000 barili giornalieri. La crisi è stata inoltre rilevata anche dall’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), che ha rilevato un massiccio aumento della domanda interna di petrolio da parte dell’Arabia Sauidita, dovuto “quasi interamente a un maggior consumo di olio combustibile nel settore energetico”. L’Aie ritiene oltretutto che per la ripresa completa della capacità energetica persa l’Arabia Saudita debba attendere almeno 2 anni, un dato che si legge con ulteriore gravità alla luce della tuttora instabile situazione geopolitica nella regione.