Pan Gongsheng (PBOC): “Mantenere i vecchi ritmi di credito non è né possibile né necessario”. La Cina certifica la sua “nuova normalità

Ufficio Studi Money.it

24 Settembre 2026 - 09:05

Il governatore della banca centrale cinese certifica il rallentamento strutturale del credito e il passaggio a una politica monetaria guidata dai tassi. Cosa significa per gli investitori italiani alla vigilia del vertice Trump-Xi di domani a Washington.

Pan Gongsheng (PBOC): “Mantenere i vecchi ritmi di credito non è né possibile né necessario”. La Cina certifica la sua “nuova normalità

Pan Gongsheng guida la People’s Bank of China (PBOC) dal luglio 2023: decide i tassi di interesse, la liquidità e, di fatto, il ritmo di crescita del credito della seconda economia del mondo. Le sue parole muovono il cambio dello yuan, i rendimenti obbligazionari cinesi e, a cascata, la domanda cinese di materie prime e beni industriali su cui contano molte imprese europee. Quando sceglie di mettere per iscritto una svolta di policy, il mercato la legge come una guida ufficiale su cosa aspettarsi dalla seconda banca centrale più importante al mondo.

Il 16 settembre 2026 Pan ha firmato un saggio pubblicato sul numero 2026/18 di Qiushi (求是), la rivista teorica del Comitato Centrale del Partito comunista cinese, intitolato «Comprendere in profondità i cambiamenti della struttura finanziaria cinese e migliorare l’adattabilità dei servizi finanziari all’economia reale».

Il passaggio più citato dagli analisti, tradotto fedelmente: «Mantenere tutti i prestiti ai ritmi di crescita del passato è difficile e non necessario». Pan scrive inoltre che «il rallentamento della crescita del credito accompagnato da una migliore qualità potrebbe diventare una delle nuove normalità» del funzionamento macroeconomico cinese, e indica la direzione della futura politica monetaria: meno enfasi sugli obiettivi quantitativi di prestito, più peso alla «regolazione basata sui prezzi», cioè sui tassi di interesse.

I numeri dietro le parole sono corposi. Lo stesso saggio su Qiushi cita un saldo dei prestiti superiore a 280.000 miliardi di yuan (circa 40.700 miliardi di dollari) e prestiti immobiliari calati di oltre 2.000 miliardi di yuan tra il 2025 e la prima metà del 2026. Il rapporto statistico ufficiale della PBOC su agosto 2026 aggiunge che la crescita annua dei prestiti in yuan è scesa al 4,9% e che nei primi otto mesi i nuovi prestiti sono aumentati di 10.440 miliardi di yuan; lo stesso rapporto, ripreso separatamente dalla stessa testata, precisa che obbligazioni e azioni hanno coperto il 50,31% dell’incremento del finanziamento aggregato nello stesso periodo, superando per la prima volta il peso dei nuovi prestiti bancari.

Una Cina che rinuncia esplicitamente allo stimolo creditizio «vecchio stile» segnala ai mercati, e probabilmente anche a Washington, che Pechino non ha bisogno di riaprire i rubinetti del credito per reggere il negoziato commerciale.
Si ricorda che la domanda cinese di materie prime resta uno dei motori dei prezzi che arrivano fino a Piazza Affari (lo si è visto nelle scorse settimane con il premio pagato dagli importatori cinesi sul rame), mentreun renminbi gestito con più disciplina e una strategia di accumulo di riserve auree ormai pluriennale incidono sul posizionamento valutario di chi investe anche fuori dall’area euro. Le imprese italiane esportatrici di macchinari e beni di lusso verso la Cina restano tra i soggetti più sensibili a un eventuale rallentamento della domanda interna cinese.

Ma attenzione: Pan Gongsheng è il più alto funzionario monetario di uno Stato-partito e non un economista indipendente, e un saggio firmato su una rivista teorica del Partito comunista è anche, inevitabilmente, uno strumento di gestione delle aspettative. Resta da vedere se la «nuova normalità» del credito reggerà a uno shock esterno, per esempio nuovi dazi Usa o un deterioramento più marcato dell’immobiliare cinese, che pesa ancora sul sistema bancario locale; un credito reale più debole, se non compensato da obbligazioni e mercati azionari come promesso, rischia di aggravare proprio le difficoltà che la banca centrale dice di voler gestire con gradualità.