L’oro ha già perso oltre il 16% dai record di inizio 2026 e arriva alla riunione della Federal Reserve del 29 aprile nel momento più delicato degli ultimi mesi.
Dopo un rally a doppia cifra, il metallo giallo ha perso slancio proprio quando avrebbe avuto più motivi per correre. Non sono bastati l’escalation in Medio Oriente e un petrolio sopra i 100 dollari per tenere alti i prezzi. Il mercato sta cambiando lettura?
La tentazione è guardare alla decisione sui tassi. Ma nel 99,6% dei casi resteranno fermi. Allora perché tutti guardano alla riunione del Federal Open Market Committee? Non per l’esito, già scritto. Ma per ciò che può rivelare sul dopo. Quella di fine aprile sarà infatti l’ultima conferenza stampa di Jerome Powell alla guida della Fed. Kevin Warsh è pronto a raccoglierne l’eredità nelle prossime settimane. Ed è proprio in questo passaggio che i mercati cercano indizi. Non sui tassi di oggi, ma sulla traiettoria di quelli futuri.
Tuttavia, dietro all’indebolimento dell’oro non c’è un solo fattore. Si stanno muovendo più forze insieme che potrebbero mettere in discussione l’equilibrio su cui si è costruito il rally partito nel 2024. E a questo punto il rischio è che non si tratti più solo di una pausa.
Tassi fermi? Per l’oro è proprio questo il problema
Il mercato sta scontando che alla riunione del 29 aprile la FED lascerà i tassi fermi. Ma è proprio qui che si nasconde il punto più critico per l’oro.
Il metallo giallo non soffre tanto per il livello dei tassi in sé, quanto per il rendimento reale. Cioè, quanto rende al netto dell’inflazione attesa.
Se i tassi resteranno elevati, anche con un’inflazione in rallentamento, il risultato è un aumento implicito dei rendimenti reali degli asset alternativi.
Per l’oro questo fa la differenza. Perché non genera rendimento. E quando gli investitori possono ottenere ritorni reali positivi e relativamente stabili altrove, vendono oro per comprare altro (obbligazioni in primis).
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Oro e dollaro: la partita si gioca qui (e Warsh può cambiare tutto)
Se il primo driver sono i tassi reali, il secondo è il dollaro. E può determinare la direzione di breve dell’oro.
Il metallo giallo si muove ora in un’area tecnica delicata. Il supporto più importante resta tra 4.650 e 4.900 dollari: una rottura decisa di questa fascia aprirebbe spazio a una discesa verso 4.300 dollari, con un potenziale ulteriore ribasso fino ai minimi di marzo, in area 4.100. In pratica, un movimento nell’ordine del 10-12% dai livelli attuali.
Sul lato opposto, solo un ritorno sopra 4.900 dollari rimetterebbe in discussione lo scenario correttivo.
Ma questi livelli non si muovono da soli. Dipendono dal dollaro.
Se il dollaro continuerà a rafforzarsi, sostenuto da tassi elevati più a lungo, la pressione sull’oro resterà alta. Ora il Dollar Index (DXY) si muove intorno a 98. Un ritorno sopra quota 100 rafforzerebbe il vantaggio dei Treasury USA rispetto alle obbligazioni globali, limitando ogni tentativo di rimbalzo.
E qui entra in gioco Kevin Warsh, perché la politica monetaria si trasmette prima di tutto attraverso il dollaro.
Il mercato sta già iniziando a interrogarsi su quale sarà il suo approccio. Se verrà percepito in continuità con Jerome Powell (quindi orientato a mantenere tassi elevati più a lungo) il dollaro potrebbe restare forte o rafforzarsi ulteriormente. In questo scenario, la rottura dei supporti sull’oro diventerebbe più probabile.
Se invece Warsh si dimostrerà più aperto a un allentamento nel medio termine, il differenziale di rendimento potrebbe ridursi. Il dollaro perderebbe forza e l’oro avrebbe spazio per stabilizzarsi o rimbalzare.
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