Olanda, la vittoria di Wilders è un ostacolo per Meloni?

Andrea Muratore

24 Novembre 2023 - 06:34

Wilders vola. Ma Meloni potrebbe trovarsi di fronte un leader di destra in Olanda tutt’altro che vicino alle sue posizioni su debito e rigore. Le ambiguità della premier italiana.

Olanda, la vittoria di Wilders è un ostacolo per Meloni?

La vittoria travolgente di Geert Wilders in Olanda certifica una nuova svolta a destra per l’Europa e...un problema per Giorgia Meloni! Può sembrare un paradosso, è chiaro. Ma in questa fase il «terremoto» lanciato da L’Aja con la vittoria extra-large del Partito per la Libertà, primo col 23,69% e 37 seggi al voto nei Paesi Bassi, trainato dai proclami anti-immigrazione e islamofobi di Wilders può creare disagi alla strategia del presidente del Consiglio. La quale sta tenendo, da tempo, il piede in due scarpe tra sovranismo e europeismo.

Il banco di prova dei migranti

Wilders ora dovrà risolvere il rebus della formazione del governo, trovando almeno 41 seggi per raggiungere la maggioranza di 76 deputati necessaria a costituire un governo. Ma l’ondata della destra anti-islamica, libertaria e liberista che ha vinto le elezioni incrocerà la rotta dell’Italia su più fronti.

Il primo punto, ovviamente, è quello della gestione dei flussi migratori. Meloni ha costruito un rapporto attivo con l’uscente Mark Rutte, il cui primo governo liberalconservatore dal 2010 al 2012 godette proprio dell’appoggio esterno del Pvv di Wilders. Rutte è andato con Meloni e Ursula von der Leyen in Tunisia per firmare gli accordi sui rifugiati ed era favorevole a un approccio misto di controllo delle frontiere e esternalizzazione della “prima linea” di contenimento. Wilders propone invece una strategia fatta di chiusure nette e respingimento in antitesi alla linea europea.

La sfida del rigore

Sul fronte delle regole di bilancio, invece, Meloni e Rutte si trovavano su campi distinti. In quest’ottica, la premier era molto più vicina alle posizioni di governi come quelli socialisti di Spagna e Portogallo, guidati da Pedro Sanchez e dal dimissionario Antonio Costa rispettivamente, o al greco Kyriakos Mitsotakis. E in quest’ottica un’Olanda instabile e travolta da uno shock euroscettico sarà meno restia, nella lunga fase di negoziazioni di governo, a concedere spazio ai mediterranei per un Patto di Stabilità più pragmatico.

Il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (Vvd) di Rutte, è sceso a 24 seggi, perdendone dieci, e al terzo posto dietro il Vvd e il gruppo rossoverde di Frans Timmermans. Ora la sua leader Dilan Yeşilgöz-Zegerius dovrà vedere se dar seguito o meno al proposito che la vedeva pronta a collaborare con Wilders per dare dopo tredici anni un successore a Rutte. Proposito enunciato quando il Vvd guidava i sondaggi, ma mai reiterato dopo il sorpasso Pvv. Sulla cui concretizzazione potrebbe giocarsi anche la partita di un nuovo irrigidimento fiscale del partito e dunque dell’esecutivo uscente.

Wilders e le ambiguità di Meloni

Ma la più importante partita è di prospettiva. Un governo Wilders sarebbe il primo in Europa guidato da un esponente di Identità e Democrazia, il partito europeo a cui fa riferimento la Lega di Matteo Salvini. E aumenterebbe tanto la multipolarità interna al Vecchio Continente quanto la necessità per Meloni di competere con i suoi Conservatori e Riformisti (Ecr) per la supremazia nell’area a destra del Partito Popolare Europeo.

Meloni cerca di essere sovranista a casa e quando è ospite dei leader esteri, “draghiana” in Europa. Abbraccia Viktor Orban ma si distanzia dall’Ungheria su temi come l’Ucraina; riceve Santiago Abascal, leader di Vox, a Palazzo Chigi ma poi parla amabilmente con Pedro Sanchez su lotta al rigore e superamento dell’austerità. Mira a bloccare le frontiere, ma con l’aiuto della Commissione. Insomma, vive alla perfezione nell’ambiguità tra “vecchia” Europa e obiettivi futuri in cui a Ecr potrà esser dato più spazio.

Al di là della retorica, Meloni non ha interesse a una battaglia esistenziale sul futuro dell’Europa come quella che, troppo spesso, Wilders ha mostrato di voler incarnare. Non tutte le svolte a destra del Vecchio Continente sono, dunque, funzionali alla volontà della premier di guadagnare dall’arbitraggio tra la sua postura interna, conservatrice e sovranista, e i fatti concreti all’esterno. Una grande ambiguità su cui si gioca molto della capacità d’inserimento italiana. E che il radicalismo di Wilders può, partendo da fatti concreti come la partita sui migranti e il rigore, danneggiare.