Oggi, 25 agosto, entra in vigore il Digital Services Act.
Anche se presentato come una misura per garantire un ambiente digitale più sicuro e affidabile, difendendo le persone dal “far west digitale”, molte voci critiche lo considerano un altro passo verso il soffocamento delle libertà online e un’ingiustificata forma di censura.
L’aspetto più preoccupante del Digital Services Act è il suo potenziale per diventare una moderna forma di Inquisizione digitale, in cui le piattaforme online vengono obbligate a conformarsi a una serie di restrizioni e obblighi che potrebbero soffocare la libera espressione e il libero scambio di idee. Il rischio è che questo regolamento possa essere utilizzato in modo eccessivamente ampio e arbitrario per reprimere le voci divergenti e per imporre un’uniformità di pensiero.
La promessa di permettere agli utenti di scegliere di vedere i contenuti in ordine cronologico può sembrare un passo positivo verso una maggiore trasparenza, ma potrebbe essere solo una tattica per distogliere l’attenzione dalle questioni più profonde.
Questa scelta sembra essere un compromesso relativamente innocuo rispetto alla vastità delle restrizioni e degli obblighi che il Digital Services Act impone alle piattaforme online.
Uno dei principali problemi è la mancanza di chiarezza su cosa sia esattamente «contenuto fuorviante» o «disinformazione».
Come testimoniano i Facebook Files e i Twitter Files, le Big Tech hanno censurato contenuti e notizie anche vere solo perché scomode al governo statunitense e alle intelligence.
Tali termini possono essere interpretati in modi molto soggettivi e ciò potrebbe lasciare spazio a decisioni arbitrarie e alla censura di opinioni legittime ma divergenti.
Il fatto che le restrizioni più severe si applichino solo ai «maggiori player digitali» potrebbe anche avere un effetto negativo sulla concorrenza e ostacolare l’innovazione da parte di nuove piattaforme.
La protesta da parte di alcune aziende, come Amazon e Zalando, contro le restrizioni del Digital Services Act indica che non tutti accettano passivamente queste nuove regole. Tuttavia, il fatto che sia richiesta una battaglia legale per contestare tali regolamentazioni suggerisce quanto sia difficile andare contro il flusso regolamentare.
Infine, la possibile multa fino al 6% del fatturato globale per le piattaforme che non si adeguano alle disposizioni del regolamento è un deterrente significativo. Questo potrebbe indurre le aziende a conformarsi anche se le restrizioni impiegate sembrano eccessive.
Mentre la sicurezza online e la lotta alla diffusione di contenuti illegali sono obiettivi importanti, il Digital Services Act solleva serie preoccupazioni sulla libertà di espressione e sul pluralismo delle opinioni online. La mancanza di chiarezza, il rischio di censura arbitraria e l’impatto negativo sulla concorrenza sono tutti segnali di un regolamento che potrebbe diventare un cappio liberticida invece di un mezzo per creare un ambiente digitale migliore.
È essenziale un equilibrio tra la sicurezza e la libertà online, e il Digital Services Act sembra essere ancora lontano da raggiungere questo equilibrio.
Anzi, sembra andare proprio in direzione contraria, che ci riporta al periodo della caccia alle streghe, in cui a essere perseguito era l’eresia. Sempre una forma di pensiero divergente.