Cambiano le regole per buttare i vestiti usati in gran parte d’Italia. I cassonetti lasciano il posto ad altri sistemi, messi in crisi dalle piattaforme di rivendita (e non solo).
L’abbigliamento è uno dei settori con il maggiore livello di spreco, pressoché in tutti i Paesi industrializzati. Un sistema che urge contenimento, considerando l’impatto ambientale, umano ed economico della catena produttiva. Mentre l’attenzione al tema sembrava relegata alla sensibilizzazione tentata dall’attivismo, le grandi città hanno risposto al fenomeno con regole precise per buttare i vestiti usati. La tendenza diffusa da Nord a Sud vede la promozione del riciclo e dell’economia circolare, invitando i cittadini a smaltire l’abbigliamento in contenitori appositi per tornare nella filiera tessile quando possibile.
I famosi cassonetti gialli di Roma, che dalla Capitale si sono diffusi in tutto il Belpaese con varianti di colore, prima di arrivare a una brusca frenata. Questo sistema di gestione non funziona più, i cassonetti gialli (o altri contenitori appositi) stanno sparendo, nonostante fossero arrivati da poco in diversi Comuni italiani. I cittadini devono di nuovo fare i conti con un cambiamento delle regole per lo smaltimento dei vestiti, ma hanno anche la possibilità di fare la propria parte per arginare il problema.
Il riciclo dei vestiti usati
Negli ultimi anni moltissime città italiane hanno lavorato per favorire il riciclo dei vestiti usati, cambiando notevolmente le regole rispetto al passato. Una strada che si è consolidata quando la raccolta differenziata tessile è diventata obbligatoria, in Italia nel 2022 e in Europa solo nel 2025.
Gli appositi cassonetti per gli indumenti da smaltire non erano più riservati agli indumenti pari al nuovo, ma aperti a gran parte dell’abbigliamento buttato dai cittadini. Gli abiti e gli accessori in buono stato venivano lavorati e commercializzati con la vendita dell’usato. Altrimenti, in caso di vestiti non più adatti a essere indossati, si recuperavano i materiali per altre lavorazioni. Soltanto l’abbigliamento non recuperabile veniva destinato allo smaltimento, in modo sicuro e controllato. Naturalmente ci sono differenze specifiche a seconda delle regole di ogni Comune, ma la situazione generale è pressoché questa.
Le nuove modalità di gestione dei rifiuti tessili si sono peraltro rivelate vincenti in un primo momento, basti pensare al fatto che Ama ha fatturato 5.425.000 euro tra il 2022 e il 2024 a Roma, risparmiando sulle discariche. Di fatto, i cassonetti per riciclare l’abbigliamento usato hanno cominciato a moltiplicarsi in tutta l’Italia nell’ultimo periodo, vedendo la nascita di nuovi centri di raccolta e sistemi di riciclo.
Ma come anticipato, questo meccanismo ha presto cominciato a mostrare delle crepe, che oggi sono così profonde da imporre un dietrofront. I cassonetti gialli e i loro analoghi stanno scomparendo dalle città italiane, per le quali questo mezzo di raccolta non è più sostenibile.
Nuove regole per buttare i vestiti usati
Roma, Napoli, Milano e molte altre città italiane stanno assistendo a una progressiva riduzione dei cassonetti per i vestiti usati nel proprio territorio. Le cause di questo fenomeno sono molteplici, ma impatta soprattutto il peso economico per le aziende che gestiscono la raccolta. L’Italia, come altri Stati membri, non ha infatti ancora recepito la direttiva europea che estende la responsabilità dello smaltimento al produttore (come accade per esempio per l’elettronica).
Così, aziende, cooperative e Comuni si trovano a fronteggiare spese sempre più elevate a fronte di una progressiva riduzione dei ricavi. Il numero stesso dei capi di abbigliamento che finiscono nei cassonetti per il riciclo è via via inferiore. Dopo l’impennata dei bienni 2020-2022 e soprattutto 2022-2024, gli abiti usati raccolti hanno cominciato a diminuire vertiginosamente.
I capi di qualità vengono rivenduti direttamente, anche grazie all’avvento di piattaforme come Vinted, e tutto ciò che rimane non è più idoneo all’usato. Così, buona parte dei vestiti da buttare è destinato alla discarica o nelle migliori delle ipotesi alle riciclerie comunali. Ecco spiegato perché le aziende stanno rimuovendo i propri cassonetti dal territorio. Al loro posto dovrebbero arrivare nuovi contenitori, posizionati strategicamente in luoghi protetti per evitare vandalismo e altri fenomeni di degrado urbano, ma resta il problema dei costi.
Presumibilmente, i nuovi bidoni - laddove previsti - saranno in numero inferiore, relegando il resto agli appositi ecocentri del Comune. Questi ultimi restano il punto di riferimento per qualsiasi dubbio, tenuto conto che ogni modalità legale e sostenibile è adeguata per liberarsi dell’abbigliamento in disuso. Regalarli o venderli non è vietato, per esempio.
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