Cosa prevede la nuova legge elettorale 2026 e cosa cambia con lo Stabilicum?

Giacomo Astaldi

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Legge elettorale, lo Stabilicum è approvato in via definitiva: come si voterà alle prossime elezioni politiche

Cosa prevede la nuova legge elettorale 2026 e cosa cambia con lo Stabilicum?

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La nuova legge elettorale è stata approvata in via definitiva. L’8 ottobre 2026 la Camera ha dato il via libera finale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, a scrutinio segreto, chiudendo un iter cominciato con intesa raggiunta dalla maggioranza nella notte tra il 25 e il 26 febbraio.

La riforma, chiamata Stabilicum dal centrodestra e Melonellum dalle opposizioni, ha avuto bisogno di tre letture. La Camera l’aveva approvata a luglio, il Senato l’ha modificata e ha votato il testo complessivo il 15 settembre, con 113 sì, 71 no e 2 astenuti. La legge è quindi tornata a Montecitorio, dove il governo ha posto la questione di fiducia sui tre articoli cambiati a Palazzo Madama: la fiducia si vota per appello nominale, e così la maggioranza ha evitato il voto segreto che a luglio l’aveva fatta cadere sulle preferenze. L’ultima fiducia, sull’articolo 3, è passata il 7 ottobre con 228 sì, 144 no e 3 astenuti. Restava il voto finale sull’intero testo, l’unico passaggio in cui le opposizioni potevano chiedere lo scrutinio segreto e sperare nei franchi tiratori. Lo scrutinio è stato segreto, ma la maggioranza ha tenuto.

La nuova legge sostituisce il Rosatellum con un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Rispetto all’accordo di febbraio l’impianto è cambiato su diversi punti: la soglia per il premio è salita dal 40% al 42%, il ballottaggio è sparito e sono tornate le preferenze, sia pure in forma parziale.

Come si votava finora? Il Rosatellum

Il sistema usato nel 2018 e nel 2022 è il Rosatellum bis, approvato nel 2017. È un modello misto: poco più di un terzo dei seggi, 147 su 400 alla Camera e 74 su 200 al Senato, viene assegnato nei collegi uninominali, dove vince il candidato più votato. Il resto è distribuito con metodo proporzionale nei collegi plurinominali, attraverso liste bloccate in cui l’elettore non può esprimere preferenze.

Un proporzionale senza collegi uninominali

La nuova legge cancella i collegi uninominali. Tutti i seggi vengono assegnati con il metodo proporzionale nei collegi plurinominali, con due correttivi: le soglie di sbarramento, che escludono dal riparto le liste troppo piccole, e il premio di maggioranza, che costituisce la quota maggioritaria del sistema.

Il premio di maggioranza al 42%

La lista o la coalizione che ottiene almeno il 42% dei voti riceve un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Il premio scatta però solo se a superare la soglia è la stessa lista o coalizione in entrambi i rami del Parlamento. Se nessuno arriva al 42%, o se Camera e Senato consegnano vincitori diversi, il premio non viene assegnato e tutti i seggi sono ripartiti con il proporzionale puro. Non è previsto alcun ballottaggio: l’ipotesi, contenuta nell’intesa di febbraio, è stata accantonata.

I seggi del premio non si aggiungono ai 400 deputati e ai 200 senatori, ma vengono sottratti dal totale da distribuire con il proporzionale. È previsto anche un tetto: sommando la quota proporzionale e il premio, chi vince non può superare 220 deputati e 113 senatori. I seggi in eccesso vengono tolti dalla parte proporzionale. Il tetto corrisponde al 55% dei seggi della Camera e al 56,5% di quelli del Senato.

Due tipi di liste: di collegio e per il premio

I partiti presenteranno due tipi di liste. Le prime sono le liste di partito nei collegi plurinominali, che possono essere collegate in coalizione e servono per il riparto proporzionale. Le seconde sono le liste circoscrizionali, che servono solo ad assegnare i seggi del premio. Per una coalizione la lista circoscrizionale è unica e raccoglie candidati di tutti i partiti alleati. Se il premio non scatta, nessuno di questi candidati viene eletto attraverso questa lista.

Lo stesso candidato può presentarsi in una lista circoscrizionale e nelle liste di collegio, fino a un massimo di cinque candidature. Chi è in lista per il premio, anzi, è obbligato a candidarsi anche in una lista di partito, come capolista o, se quel posto è già occupato, in una delle posizioni successive.

L’obbligo di indicare il candidato premier

Al momento del deposito di contrassegni e programmi, le forze politiche devono indicare nome e cognome della persona che propongono come presidente del Consiglio. In una coalizione tutti gli alleati devono indicare lo stesso nome. Se manca, come nel caso in cui manchi il programma, le liste non vengono ammesse. Il nome non comparirà sulla scheda elettorale.

La norma fa salve le prerogative del Presidente della Repubblica, che secondo l’articolo 92 della Costituzione nomina il presidente del Consiglio, e il divieto di vincolo di mandato per i parlamentari. Le opposizioni la contestano perché, a loro giudizio, introduce di fatto un premierato senza passare da una riforma costituzionale.

Tornano le preferenze, ma il capolista resta bloccato

L’accordo di febbraio escludeva le preferenze. Alla Camera, in prima lettura, l’emendamento che le introduceva era stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, pur essendo firmato da tutti i partiti del centrodestra. Al Senato, dove il voto segreto non era possibile, è stato approvato il 10 settembre con 97 sì, 67 no e 2 astenuti, cinque giorni prima del voto sull’intero testo.

Il risultato è un sistema misto. In ogni collegio la lista di partito è composta da un capolista bloccato e da altri sei candidati, con i nomi stampati sulla scheda. Il capolista non può ricevere preferenze e viene eletto per primo se la lista conquista almeno un seggio. Sugli altri sei l’elettore può esprimere fino a tre preferenze.

Poiché il primo seggio in ogni collegio va sempre al capolista, i partiti che eleggono uno o pochi parlamentari per collegio porteranno in Parlamento soprattutto candidati scelti dalle segreterie. Le opposizioni chiedevano preferenze senza capilista bloccati e, dopo il no della maggioranza, parlano di «preferenze finte».

Soglie di sbarramento e ripescaggio

Le soglie sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, singole o coalizzate. Per ogni coalizione che supera la soglia è previsto il ripescaggio del cosiddetto miglior perdente: la lista più votata tra quelle rimaste sotto il 3% ottiene comunque seggi. Al Senato le soglie sono calcolate su base nazionale, con una deroga per le liste che superano il 20% in almeno una regione.

Il Senato ha inoltre eliminato la norma anti-cespugli voluta dalla Camera per limitare la frammentazione e le liste civetta, che fissava al 3% la soglia per contribuire al risultato nazionale della coalizione. Senza quella norma, anche i voti delle liste alleate rimaste sotto lo sbarramento contano per raggiungere il 42% e ottenere il premio, anche se quelle liste non partecipano al riparto dei seggi.

Parità di genere

Per i capilista non c’è alcun obbligo di parità di genere: un partito potrà mettere in testa a tutte le sue liste candidati dello stesso sesso. L’alternanza vale invece dal secondo nome in lista e per le preferenze: chi ne esprime più di una deve votare candidati di sesso diverso, altrimenti la seconda e la terza vengono annullate. Per le liste circoscrizionali del premio resta il vincolo del 60-40, per cui nessuno dei due generi può superare il 60%. Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia ha accusato la maggioranza di voler ridurre la presenza delle donne in Parlamento.

Più firme per i partiti fuori dal Parlamento

È la novità che ha acceso di più lo scontro nelle ultime settimane, introdotta durante l’esame al Senato. I partiti senza rappresentanza parlamentare, come i centristi di Progetto civico, dovranno raccogliere almeno 6.000 firme per ciascun collegio plurinominale, fino a un massimo di 7.000, contro le 1.500 richieste finora. Per coprire tutti i collegi della sola Camera servirebbero circa 300.000 sottoscrizioni. Se la legislatura termina in anticipo, il numero di firme si dimezza. Non sarà possibile firmare online: il Senato ha respinto l’emendamento del Pd che consentiva la raccolta con firma elettronica qualificata.

Sono esonerati i partiti con un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, purché costituito entro il 31 dicembre 2025. L’esonero non vale per le forze che hanno solo una componente nel gruppo Misto, come Futuro Nazionale e +Europa, che dovranno raccogliere almeno 1.500 firme.

Il voto dei fuori sede e dei caregiver

Viene istituito l’elenco degli elettori fuori sede. Studenti, lavoratori e persone in cura potranno votare nel comune in cui sono temporaneamente domiciliati. Per studenti e lavoratori il domicilio deve durare da almeno nove mesi e trovarsi in una regione diversa da quella di iscrizione elettorale. La possibilità riguarda le politiche, le europee e i referendum. La domanda va presentata entro il 31 dicembre di ogni anno, oppure, per chi matura i requisiti dopo, entro 30 giorni e comunque non oltre il 45° giorno prima del voto. I fuori sede saranno assegnati alle sezioni ordinarie del comune di domicilio, senza superare il 10% degli iscritti di ciascuna sezione.

Durante l’esame al Senato il voto fuori sede è stato esteso ai caregiver familiari. È stato l’unico punto condiviso da tutti: alla Camera l’articolo è passato con 214 sì e nessun voto contrario, con l’astensione delle opposizioni.

Il voto all’estero e i collegi dell’Alto Adige

Si riducono le circoscrizioni per gli italiani residenti all’estero, oggi quattro per ciascuna Camera. Alla Camera ne resteranno due, Europa ed extra Ue, al Senato una sola. Un articolo specifico ridisegna inoltre i collegi di Merano, Bolzano e Bressanone. La Svp ha votato a favore della riforma, sostenendo che non indebolisce la rappresentanza delle minoranze.

Chi vincerebbe oggi con lo Stabilicum

Con il nuovo sistema l’esito dipende soprattutto dalle alleanze. Una simulazione basata su un sondaggio Emg pubblicato il 24 settembre, che ipotizza un centrodestra senza Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, attribuisce al centrosinistra il 43,8% e al centrodestra il 42,5%, con Futuro Nazionale al 6,7%. Il centrosinistra supererebbe quindi la soglia e alla Camera otterrebbe 220 seggi, cioè il massimo consentito dal tetto. Il centrodestra, insieme a Futuro Nazionale, ne avrebbe 148.

La simulazione non indica come sarebbero distribuiti i restanti 32 seggi e non riguarda il Senato, dove il centrosinistra dovrebbe vincere a sua volta perché il premio scatti. Con distanze così ridotte e un margine d’errore di 3,1 punti, del resto, basta un piccolo spostamento di voti per cambiare il vincitore o per far saltare il premio.

Cosa succede adesso?

La legge deve ora essere promulgata dal Presidente della Repubblica e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Le opposizioni hanno già annunciato battaglia: il segretario di +Europa Riccardo Magi ha detto che lo scontro si sposterà nei tribunali, con l’obiettivo di portare la legge davanti alla Corte costituzionale.

Per la segretaria del Pd Elly Schlein la maggioranza ha agito per paura degli elettori, il presidente del M5S Giuseppe Conte parla di una legge antidemocratica scritta sui sondaggi e Angelo Bonelli di Avs la definisce incostituzionale, mentre la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati sostiene che rispetti la Costituzione e la giurisprudenza della Consulta.

Le prossime elezioni politiche si terranno con le nuove regole. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha indicato due finestre possibili: autunno 2027, alla scadenza naturale della legislatura, oppure giugno 2027. La scelta, ha precisato, dipenderà dalla stabilità della maggioranza.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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