Il risparmio delle famiglie italiane sta iniziando a uscire dai confini tradizionali dei fondi comuni, dei Btp e delle azioni quotate. Grazie agli ELTIF (European Long-Term Investment Funds), una quota crescente di capitali privati viene convogliata direttamente verso l’economia reale: PMI, private debt, infrastrutture e real asset.
Lo strumento, regolamentato a livello europeo e potenziato dalla versione ELTIF 2.0 entrata in vigore nel 2024, sta diventando uno dei canali più accessibili per accedere ai mercati privati in modo trasparente e con un passaporto europeo. A fine 2025 gli investitori italiani detenevano circa 4 miliardi di euro in ELTIF, secondo i dati Scope, collocando l’Italia tra i primi tre mercati europei (dopo un forte incremento del 14,5% rispetto al 2024).
Nel solo 2025 sono affluiti 763,6 milioni di nuova raccolta. Il private debt pesa per il 39,5% delle masse, seguito dal private equity al 34,6%. A livello europeo il comparto ha raggiunto i 34 miliardi di euro, con una crescita del 55% in un anno.
A differenza dei fondi comuni tradizionali, gli ELTIF devono destinare almeno il 55% del portafoglio ad attivi illiquidi a lungo termine (società non quotate o con capitalizzazione inferiore a 1,5 miliardi, infrastrutture, real asset). Questo permette di catturare un premio di illiquidità che, storicamente, nei mercati privati si traduce in rendimenti potenziali superiori a quelli dei mercati quotati, soprattutto in un contesto di tassi in discesa.
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Rendimenti reali: cosa hanno consegnato finora i fondi italiani
I dati concreti sui rendimenti sono ancora limitati perché molti prodotti sono giovani, ma alcuni casi già operativi offrono indicazioni chiare. Anima ELTIF Italia 2026 (focalizzato su PMI italiane, PIR-compliant) ha registrato:
- +10,79% nel 2023
- +5,35-5,39% nel 2024
- +8,00% nel 2025
La performance a tre anni annualizzata si attesta intorno al 6,9%. Il fondo, con un patrimonio di circa 38 milioni di euro, ha mostrato una certa resilienza anche nei trimestri più difficili, grazie alla componente mista azionaria e obbligazionaria su imprese italiane.Nel segmento private debt spicca l’Anthilia ELTIF Synthesis, lanciato nella prima metà del 2025 e anch’esso PIR-compliant.
Al 31 dicembre 2025 il NAV era sostanzialmente flat (fase di avvio), ma il portafoglio vanta un yield medio del 7,71% e distribuzioni annuali programmate. Il private debt italiano nel suo complesso ha continuato a offrire rendimenti lordi tra il 7 e il 9% su operazioni senior secured.
Un altro esempio interessante è il fondo Muzinich European Private Credit ELTIF, che nei primi mesi di operatività ha registrato una performance lorda superiore al 9%, rispettando l’obiettivo di distribuire un flusso cedolare netto intorno al 5% annuo più apprezzamento del capitale.
I KID dei vari prodotti indicano scenari moderati che, al netto dei costi, si collocano generalmente tra il 3% e il 6% annualizzato sull’orizzonte raccomandato (5-8 anni), con scenari favorevoli che possono superare l’8-9%. Questi numeri vanno confrontati con i rendimenti dei fondi obbligazionari tradizionali o dei Btp, che nel 2025-2026 hanno offerto rendimenti lordi inferiori una volta tolta la tassazione.
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Quando conviene e quando no
Gli ELTIF convengono soprattutto a investitori con un orizzonte temporale di almeno 5-7 anni, che possono tollerare una liquidità limitata (anche nelle versioni semi-liquide/evergreen esistono gate e finestre di rimborso) e che cercano un’allocazione alternativa all’interno di un portafoglio già diversificato. Il grande vantaggio fiscale dei prodotti PIR Alternativi (esenzione totale del 26% su plusvalenze, dividendi e interessi dopo 5 anni di detenzione + esenzione successoria) può fare una differenza sostanziale sul rendimento netto finale.In un contesto di tassi più bassi rispetto al 2023-2024, il premio di illiquidità offerto dal private debt e dal private equity italiano diventa più interessante.
Molti gestori puntano a rendimenti netti target tra il 6% e l’8-9% annuo, numeri difficili da replicare con strumenti quotati a rischio contenuto.Non conviene, invece, a chi ha bisogno di liquidità nel breve-medio termine, a investitori conservativi o a chi vuole allocare una quota rilevante del patrimonio.
I costi di gestione sono generalmente più elevati rispetto ai fondi comuni (spesso tra 1,8% e 2,5% annui più eventuale performance fee), la valorizzazione avviene su base NAV e non esiste alcuna garanzia di capitale. Inoltre, molti fondi sono ancora in fase di investimento e i rendimenti reali emergeranno pienamente solo alla chiusura o dopo diversi anni.
Il premio di illiquidità
In un contesto di tassi in discesa e ricerca di rendimento, gli ELTIF rappresentano uno dei pochi canali regolamentati attraverso cui il risparmio privato può contribuire direttamente alla crescita delle imprese italiane ed europee, ottenendo al contempo un potenziale premio di illiquidità e vantaggi fiscali significativi.
Mentre i mercati quotati offrono rendimenti compressi dai tagli dei tassi e i titoli di Stato italiani faticano a superare il 3% netto, i mercati privati continuano a generare un premio di illiquidità tangibile. Nel private debt italiano, ad esempio, i rendimenti medi si attestano intorno al 7% lordo annuo, con picchi dell’8-9% su operazioni senior secured, contro un rendimento medio dei bond quotati europei inferiore al 3%. Secondo analisi recenti di Aviva Investors, nel 2025 l’illiquidity premium sul private debt investment grade ha raggiunto mediamente i 115 punti base, ben sopra la media storica di lungo periodo, grazie alla maggiore resilienza degli spread privati rispetto a quelli pubblici.
Il loro sviluppo futuro dipenderà dalla capacità dei gestori di mantenere alta trasparenza sui rendimenti reali (non solo target o NAV mark-to-model), sulla qualità creditizia degli attivi e sulla gestione efficace della liquidità nei prossimi anni. In un mercato che resta giovane e in rapida evoluzione, la differenza tra un buon ELTIF e uno mediocre si giocherà proprio sulla capacità di bilanciare l’accesso al premio di illiquidità tipico dei private markets con la protezione del risparmiatore retail. Chi saprà farlo potrà davvero trasformare il risparmio privato in un motore di crescita per le imprese europee, offrendo al contempo ai sottoscrittori un’alternativa concreta e fiscalmente efficiente ai tradizionali fondi comuni.