Non è finita. La vera guerra in Iran ora si gioca sui pedaggi del petrolio

Redazione Money Premium

09/04/2026

Iran arbitro del petrolio globale. Ecco cosa significa per le tue bollette e perché continueranno a salire.

Non è finita. La vera guerra in Iran ora si gioca sui pedaggi del petrolio

La tregua temporanea nello Stretto di Hormuz non ha riportato stabilità nei mercati energetici, ma ha piuttosto aperto una nuova fase di incertezza strutturale. Dopo quasi sei settimane di conflitto, la riapertura parziale del traffico marittimo sotto supervisione iraniana introduce un elemento destinato a pesare a lungo sui prezzi. Il punto centrale non è più soltanto la sicurezza del passaggio, ma il controllo economico e politico di uno dei nodi più strategici del pianeta.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta un passaggio obbligato largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, ma la sua importanza è enorme: prima della crisi transitavano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti energetici, pari a circa il 20% dei consumi globali. A questo si aggiungono ingenti volumi di gas naturale liquefatto, in particolare provenienti dal Qatar. Qualsiasi alterazione del flusso ha quindi un impatto immediato e diretto sui mercati internazionali.

L’ipotesi che l’Iran possa introdurre un sistema di pedaggio cambia radicalmente le regole del gioco. Secondo diverse stime, il costo per ogni singola nave potrebbe arrivare fino a 2 milioni di dollari. Per avere un termine di paragone, questa cifra è simile al costo totale di noleggio di una grande petroliera per un intero viaggio tra Medio Oriente e Asia. Ciò significa che il solo attraversamento dello stretto potrebbe raddoppiare i costi di trasporto.
A questo si somma l’aumento dei premi assicurativi. Durante le settimane di guerra, le polizze contro il rischio bellico per le petroliere nella regione sono aumentate fino a cinque volte rispetto ai livelli normali. Se questa condizione dovesse diventare permanente, il costo complessivo del trasporto energetico potrebbe crescere di diversi dollari per barile, incidendo direttamente sui prezzi globali dell’energia.

Il problema non riguarda solo i costi diretti, ma anche l’incertezza operativa. L’Iran ha dimostrato di poter colpire decine di navi utilizzando droni, missili e mine navali. Anche senza un blocco totale, questa capacità rappresenta un potente strumento di pressione. Il rischio è che Teheran possa decidere di rallentare o selezionare il traffico, influenzando tempi e destinazioni delle spedizioni.
I principali Paesi importatori asiatici sono particolarmente esposti. Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in larga misura dal petrolio del Golfo Persico. Anche una riduzione del 5% dei flussi attraverso Hormuz potrebbe provocare un aumento significativo dei prezzi, con effetti immediati sull’inflazione e sui costi industriali. In uno scenario di tensione prolungata, gli analisti stimano che il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi stabilmente sopra i 100 dollari al barile.

Nel frattempo, i grandi esportatori stanno cercando alternative. L’Arabia Saudita ha attivato il suo oleodotto est-ovest, con una capacità di circa 7 milioni di barili al giorno, di cui circa 5 milioni destinabili all’export. Nel mese di marzo, circa 3,3 milioni di barili al giorno sono stati spediti attraverso il Mar Rosso, pari a quasi la metà delle esportazioni totali del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece aumentato i flussi attraverso il terminale di Fujairah, passando da una media di 1,1 milioni a circa 1,6 milioni di barili al giorno.
Tuttavia, queste soluzioni non sono sufficienti. La capacità complessiva delle rotte alternative copre solo una parte del traffico che normalmente attraversa lo stretto. Inoltre, anche queste infrastrutture si sono dimostrate vulnerabili: attacchi recenti hanno colpito oleodotti e impianti, dimostrando che il rischio non è limitato al solo Hormuz.

In questo contesto, il concetto di libertà di navigazione viene messo seriamente in discussione. La possibilità che uno Stato possa imporre un costo o limitare il passaggio in un’area così strategica rappresenta una rottura con decenni di prassi internazionale. Le conseguenze non sono solo economiche, ma anche politiche, perché ridisegnano gli equilibri tra le grandi potenze e i Paesi produttori.

Anche senza un sistema formale di pedaggi, il solo fatto che questa ipotesi sia sul tavolo ha già modificato il comportamento degli operatori. Le compagnie stanno rivedendo le rotte, aumentando le scorte e incorporando un premio di rischio nei contratti. Questo si traduce in un aumento strutturale dei prezzi e in una maggiore volatilità.

In questo scenario, anche un eventuale ritorno alla normalità operativa non sarebbe sufficiente a riportare i prezzi ai livelli precedenti alla crisi.
La partita sul controllo dello Stretto di Hormuz è quindi tutt’altro che conclusa. Anche in assenza di un conflitto aperto, il potere di influenzare il flusso di energia globale resta una leva strategica enorme. Ed è proprio questa leva che rischia di mantenere i prezzi elevati per anni.