Non accadeva da 40 anni. Pronti per un “decennio perduto” sul mercato azionario?

Redazione Finance

8 Gennaio 2025 - 16:18

Il 2025 si prospetta come un anno cruciale per i mercati finanziari tra valutazioni elevate, rendimenti obbligazionari in crescita e incertezze politiche. Arriva un “decennio perduto”?

Non accadeva da 40 anni. Pronti per un “decennio perduto” sul mercato azionario?

Il 2024 si chiude con un altro anno di guadagni eccezionali per gli indici azionari statunitensi. Il Nasdaq-100 (QQQ) ha registrato un incredibile rialzo maggiore del 90% negli ultimi due anni, mentre l’S&P 500 (SPY) ha guadagnato oltre il 50% nello stesso periodo.

Tuttavia, il 2025 si preannuncia come un anno di incertezze. L’attuale ciclo di riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve ha portato a un aumento dei rendimenti obbligazionari a 10 anni come non accadeva da 40 anni.

Questo indica che gli investitori non sono ancora convinti che l’inflazione sia sotto controllo. Di fronte a questa forte incongruenza, cosa ha senso aspettarsi un lungo periodo performance nulle o persino negativi da parte del mercato azionario?

2025, un punto di svolta?

Storicamente, i tagli ai tassi d’interesse hanno portato a una diminuzione dei rendimenti obbligazionari. Tuttavia, nel 2024, la Fed ha tagliato i tassi di 100 punti base, ma i rendimenti a 10 anni sono aumentati.

Questo comportamento anomalo suggerisce un certo scetticismo da parte del mercato nei confronti delle politiche della Fed. Una cosa come questa non accadeva da oltre 40 anni, negli anni ’80: in quel periodo, gli Stati Uniti affrontavano una delle più gravi crisi inflazionistiche della loro storia. La Federal Reserve, guidata allora da Paul Volcker, adottò una politica monetaria estremamente aggressiva per combattere l’inflazione fuori controllo, che aveva raggiunto il 15% nel 1980.

Per farlo, la Fed aumentò drasticamente i tassi di interesse, portandoli fino a oltre il 20% nel 1981. Questo causò un forte aumento dei rendimenti obbligazionari. Successivamente, nell’82, ci fu una recessione devastante che mise i mercati sotto pressione per tre anni.

Perché preoccuparsi?

I rendimenti obbligazionari tendono a salire quando gli investitori percepiscono un maggiore rischio nell’investire in un determinato paese, ma sono anche direttamente correlati ai tassi d’interesse. Di conseguenza, un aumento dei rendimenti in un contesto di tassi in calo rappresenta un segnale di allarme che non va sottovalutato. Quanto è giustificata questa preoccupazione? In parte, il timore è fondato.

Un eventuale ritorno dell’inflazione potrebbe costringere la Federal Reserve a invertire nuovamente la rotta e aumentare i tassi, replicando quanto accaduto nel 2022, con un crollo dei mercati azionari, o negli anni ’80, quando si verificò una recessione seguita da un triennio di stagnazione.

E se invece si stesse aprendo la porta a un decennio perduto? Uno scenario da non escludere, come accaduto dopo la crisi del 2008, quando i mercati faticarono a riprendersi per un lungo periodo. Per rispondere a questa domanda, è necessario spostare l’attenzione sul mercato azionario, poiché storicamente i decenni perduti sono sempre emersi in fasi di profonda crisi economica ma anche di iperestensione dei mercati.

Sta arrivando un decennio perduto?

L’aumento dei rendimenti obbligazionari suggerisce un clima di incertezza riguardo al futuro, con il mercato che anticipa un possibile ritorno dell’inflazione e, di conseguenza, nuove turbolenze economiche e finanziarie che potrebbero avere un impatto negativo sul mercato azionario.

Alcuni analisti temono che il mercato azionario statunitense possa affrontare un decennio perduto, caratterizzato da rendimenti annualizzati molto bassi. Un’eventualità che non viene esclusa nemmeno dai modelli di previsione di alcune tra le più rinomate banche d’affari. Goldman Sachs prevede un rendimento annualizzato del 3% ($1% al netto dell’inflazione) per i prossimi dieci anni, mentre Vanguard e J.P. Morgan stimano rendimenti compresi tra il 2,8% e il 5%.

Ma quando si verificano i decenni perduti? Tipicamente, la probabilità di un decennio perduto aumenta quando i multipli dei titoli di un mercato raggiungono livelli estremamente elevati. In altre parole, quando le aspettative sugli utili diventano eccessivamente ottimistiche e vengono già interamente incorporate nei prezzi, diventa difficile soddisfarle. In questi casi, il rapporto P/E raggiunge livelli insostenibili perché gli investitori hanno scontato un livello di utili irrealistico.

Attualmente, il P/E dell’S&P 500 si aggira intorno a 30x, un valore superiore alla media storica, ma secondo molti non così preoccupante rispetto a certe fasi del passato, come durante la bolla delle dot.com. Tuttavia, la situazione cambia se si considerano i livelli del solo comparto growth, dove il P/E medio si attesta intorno a 40x, un valore particolarmente elevato, soprattutto se confrontato con il comparto value, che presenta un P/E di 21x, quasi la metà.

Strategie per gli investitori

Come afferma Warren Buffett, scommettere contro l’America potrebbe essere una scelta rischiosa, così come escluderla dal proprio portafoglio d’investimento. Tuttavia, una possibile strategia potrebbe essere evitare di concentrare il 100% delle proprie risorse in titoli tecnologici, nonostante questi rappresentino oggi le maggiori capitalizzazioni del mercato globale.

Il mercato è vasto ed esistono alternative per mitigare il rischio, come le azioni value o settori tradizionali come energia e finanziari, che potrebbero offrire maggiore stabilità o rendimenti alternativi in forma di dividendi. Anche i mercati esteri, come Giappone, Regno Unito e Svizzera, presentano multipli di valutazione più bassi e potrebbero attrarre un crescente interesse da parte degli investitori qualora lo scenario di un decennio perduto dovesse concretizzarsi.

Per chi non ama lo stock picking, il mondo degli investimenti passivi (ETF) offre un’ampia gamma di soluzioni. Se si teme l’eccessiva concentrazione dei titoli tecnologici all’interno dell’S&P 500, esistono alternative come gli ETF equal-weighted, tra cui l’Invesco S&P 500 Equal Weight, che riducono l’esposizione ai giganti tecnologici e garantiscono una diversificazione più equilibrata.

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