Il metano disperso ogni anno nell’atmosfera ha un valore commerciale di 20 miliardi di dollari

Alessandro Nuzzo

9 Giugno 2026 - 21:49

Ogni anno vengono disperse nell’atmosfera qualcosa come 120 milioni di tonnellate di metano che se recuperate varrebbero milioni di dollari.

Il metano disperso ogni anno nell’atmosfera ha un valore commerciale di 20 miliardi di dollari

Il metano, un gas invisibile e inodore, rischia di diventare uno dei problemi climatici più urgenti del nostro tempo. Eppure raramente finisce al centro del dibattito politico, nonostante sia responsabile di quasi un terzo del riscaldamento globale causato dall’uomo. Ogni anno, infatti, l’industria dei combustibili fossili disperde nell’atmosfera una quantità di metano che, se recuperata e commercializzata, avrebbe un valore di circa 20 miliardi di dollari.

Il Global Methane Tracker 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è molto chiaro: nel 2024 il settore dei combustibili fossili ha emesso nell’atmosfera circa 120 milioni di tonnellate di metano. Si tratta di un volume equivalente all’intero fabbisogno annuale di gas delle abitazioni dell’Unione Europea. Una quantità enorme che viene dispersa, bruciata o lasciata evaporare senza alcun beneficio economico. Di questi 120 milioni di tonnellate, ben 70 milioni potrebbero essere evitati utilizzando tecnologie già disponibili e spesso con investimenti che si ripagherebbero nel giro di due o tre anni grazie al valore del gas recuperato.

Il paradosso è evidente: l’industria fossile sta perdendo una risorsa che potrebbe vendere, mentre il pianeta paga il conto sotto forma di cambiamenti climatici. Il metano, infatti, possiede un potenziale climalterante fino a 80 volte superiore a quello della CO2 su un orizzonte temporale di vent’anni. Agisce più rapidamente sull’aumento delle temperature globali, anche se rimane nell’atmosfera per un periodo inferiore rispetto all’anidride carbonica.

Quali sono i principali paesi responsabili

Analizzando la geografia delle emissioni emergono pochi dubbi sui principali responsabili. Stati Uniti, Russia e Iran sono i Paesi che rilasciano nell’atmosfera le maggiori quantità di metano provenienti dal settore fossile. A guidare la classifica sono gli Stati Uniti, che da soli contribuiscono a quasi un quarto delle emissioni globali. La situazione non è migliore in altri grandi produttori al di fuori dell’area OCSE: Turkmenistan, Kazakistan e Iraq hanno aumentato le proprie emissioni rispettivamente del 18%, 12% e 9% tra il 2020 e il 2024, nonostante gli impegni formali assunti a livello internazionale.

L’Unione Europea era stata la prima a tracciare una strada precisa con il regolamento sul metano approvato nel 2023, che prevedeva limiti alle perdite, obblighi di monitoraggio e sanzioni fino al 20% del fatturato per le aziende non conformi. Tuttavia, proprio mentre si avvicinano le prime scadenze operative, come quella del 2027 che imporrà il rispetto degli standard europei anche al gas importato, la Commissione starebbe valutando la possibilità di consentire agli Stati membri di sospendere le sanzioni in caso di crisi energetica.

Le pressioni provenienti dall’industria petrolifera e dal governo statunitense stanno infatti mettendo in discussione parte dell’impianto normativo. Dopo la rottura dei rapporti energetici con Mosca, gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali fornitori di gas naturale liquefatto dell’Europa e temono che le nuove regole possano penalizzare le proprie esportazioni. Per questo Washington avrebbe già chiesto a Bruxelles di esentare il gas americano dal rispetto delle nuove norme per almeno dieci anni.

Oggi, grazie a circa 25 satelliti in orbita, è possibile rilevare i pennacchi di metano con una precisione senza precedenti, individuando singoli pozzi e impianti responsabili delle emissioni. Questa trasparenza forzata sta mettendo in difficoltà molte compagnie energetiche e spinge grandi investitori istituzionali, come il fondo pensione CalPERS, a integrare i dati satellitari nelle proprie valutazioni finanziarie, arrivando a minacciare il disinvestimento dalle aziende più inquinanti.

La pressione dei mercati finanziari, laddove quella normativa vacilla, potrebbe quindi fare la differenza. Il tempo però stringe: ridurre le emissioni di metano rappresenta la leva più rapida ed efficace per rallentare il riscaldamento globale nel breve periodo. Ogni anno perso comporta un costo climatico ed economico che continua ad accumularsi senza possibilità di recupero.