Posizionarsi come meta low cost non è sempre una strategia vincente, lo insegnano gli affitti turistici in Albania.
Negli ultimi anni l’Albania è diventata una meta turistica sempre più apprezzata tra i viaggiatori europei, attratti da spiagge cristalline e paesaggi mozzafiato, buon cibo e una storia tutta da scoprire. L’Albania non aveva certo bisogno d’altro per incantare i turisti, ma senza dubbio i prezzi ridotti hanno aiutato a orientare masse di viaggiatori, sempre più numerosi ogni anno.
I bassi costi della vita rispetto a tanti altri Paesi europei, Italia compresa, garantiscono all’Albania una competitività elevata nonostante l’impennata dei prezzi nel turismo osservati in questo biennio. In alcune località i prezzi sono quasi raddoppiati, proprio per effetto del massiccio afflusso di turisti che si è registrato, tanto che si discute sull’opportunità di considerarla ancora una meta low cost o meno.
Indipendentemente da questo, però, il turismo rappresenta un motore fondamentale dell’economia albanese, anche se non tutti ne giovano in egual misura. Per i residenti delle zone più gettonate l’impennata dei prezzi unita all’inflazione di quest’anno sta rendendo la vita sempre più dura, ma non è tutto qui il problema. Ci si aspetterebbe che i cittadini stiano ricevendo anche un notevole ritorno economico e, per quanto in parte sia così, ci sono grossi problemi in tal senso.
La gestione degli affitti turistici in particolar modo ha delle problematiche, dovute per lo più proprio ai prezzi generalmente adottati. In Albania molti, tra politici e associazioni, si sono lamentati dell’aumento dei costi, temendo che avrebbe influito negativamente sul turismo e di conseguenza sull’economia del Paese. Più passa il tempo, tuttavia, più ci possiamo rendere conto che il problema è sempre stato esattamente l’opposto ed è una lezione preziosa anche per l’Italia.
La lezione dell’Albania sugli affitti turistici
Il primo punto che bisogna considerare quando si tratta degli affitti in Albania è l’enorme divario tra i proprietari immobiliari, in qualità di investitori, e gli intermediari o le piattaforme che gestiscono le prenotazioni. Questi ultimi incassano percentuali elevate in modo sicuro e stabile, facendosi carico di spese molto ridotte. Gli altri devono al contrario sostenere spese continue per continuare ad affittare gli immobili ai turisti, occupandosi di pulizie, manutenzione, utenze, tasse e così via.
Sottraendo le percentuali dovute agli intermediari, il reddito effettivamente generato da questi immobili risulta molto più basso di quanto sperato, soprattutto in proporzione agli importi pagati per le compravendite. In un contesto di boom turistico case e appartamenti in zone strategiche sembrano una scelta sicura e allettante, quindi cominciano a susseguirsi acquisti immobiliari conclusi rapidamente e a prezzi crescenti.
Per far funzionare questo meccanismo, però, ci si basa essenzialmente sul mantenimento di prezzi di affitto contenuti, il vero terreno dove la concorrenza diventa una guerra spietata. Alla fine, è davvero possibile assicurarsi un grosso transito di turisti, ma è molto difficile compensare prezzi bassissimi con la quantità di clienti. Può funzionare in alcuni momenti, ma l’andamento è sempre altalenante e difficile da controllare, soprattutto tenendo conto della forte stagionalità di certi settori.
Di conseguenza, per gli investitori i rischi crescono sempre di più, in maniera inversamente proporzionale alle possibilità realistiche di guadagno, anche perché niente assicura che una meta oggi ricercatissima sia ancora tanto apprezzata nella stagione successiva. Per questi motivi gli esperti criticano duramente questo modello, invitando a creare offerte di valore che non solo attirino ma trattengano i turisti, con picchi meno elevati ma guadagni più stabili. È una lezione fondamentale anche per l’Italia, che nelle sue località turistiche sta attraversando esattamente lo stesso problema.
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