Le rimesse dei lavoratori stranieri valgono oltre 8 miliardi ma il saldo è negativo

Alberto De Pasquale

10/09/2024

Cresce il divario tra il denaro spedito all’estero e quello che rientra dagli emigrati italiani. Le destinazioni sono soprattutto Bangladesh e Pakistan.

Le rimesse dei lavoratori stranieri valgono oltre 8 miliardi ma il saldo è negativo

Per ogni euro che entra in Italia, ce ne sono circa 20 che vanno all’estero. Quando si parla di “rimesse”, ossia del reddito che il lavoratore straniero risparmia e invia alla famiglia che vive nel paese di origine, il saldo per il nostro Paese è pesantemente negativo. Lo è da circa trent’anni: dalla metà degli anni ’90 il flusso di denaro inviato all’estero dall’Italia da parte dei lavoratori stranieri ha cominciato a superare quello che, al contrario, gli italiani spedivano alle famiglie nel nostro Paese. Ora però il divario si sta allargando ulteriormente. Si parla di miliardi, frutto di lavoro svolto in Italia e che ogni anno vanno all’estero: qualcuno potrebbe considerarlo denaro “perso”, anche se bisogna sottolineare che la disposizione dei frutti del proprio lavoro è libera e che queste risorse rappresentano una fonte di finanziamento importante e spesso essenziale per sostenere le economie in via di sviluppo.

Alla Banca d’Italia è affidata la compilazione della bilancia dei pagamenti nazionale, che raccoglie le statistiche ufficiali sulle rimesse in entrate e in uscita. È bene usare l’aggettivo “ufficiali” perché, come vedremo, sul tema bisogna considerare una buona parte di sommerso. Nel 2023 le rimesse dei lavoratori stranieri in Italia sono state pari a 8,2 miliardi di euro, stabili al confronto con l’anno precedente. Sempre nel 2023, sono state invece pari ad appena 480 milioni di euro le rimesse inviate dagli italiani all’estero a favore dei propri connazionali in Italia. Il saldo negativo è stato quindi di oltre 7,6 miliardi e negli ultimi anni sta aumentando.

Tra il 2010 e il 2020 l’Istituto ha calcolato un saldo delle rimesse mediamente negativo per circa 5 miliardi di euro all’anno. Lo scarto sta crescendo. Il 2023 è stato il terzo anno consecutivo in cui il saldo negativo ha superato i 7 miliardi di euro (-7,7 nel 2022 e -7,2 nel 2021), mentre appena pochi anni fa, nel 2017, era negativo “solo” per 4,4 miliardi. I dati ufficiali, però, non considerano i trasferimenti di denaro effettuati tramite i cosiddetti canali “informali”, come i contanti movimentati in viaggio: un ammontare aggiuntivo quantificato tra il 10% e il 30% del totale ufficiale.

La tendenza dice molto su come è cambiato il fenomeno migratorio. Per decenni le rimesse degli italiani all’estero hanno rappresentato un elemento molto importante dell’economia nazionale. Oggi invece, nonostante il numero di italiani all’estero (circa 5,9 milioni) e quello degli stranieri in Italia (oltre 5 milioni) sia simile, c’è un profondo squilibrio tra la quantità di rimesse in uscita e rimesse in entrata. Facile intuire perché: è molto più probabile che il reddito generato in Italia sia necessario alle famiglie che risiedono all’estero, mentre oggi quelle che vivono in Italia possono più facilmente fare a meno dei redditi generati oltreconfine dai propri connazionali.

Più è “recente” (e numerosa) una comunità, ossia da minor tempo stabilita in Italia, maggiori sono le probabilità che le rimesse al paese di origine siano elevate. Nel primo trimestre del 2024 il 14,4% delle rimesse dall’Italia è andato in Bangladesh, seguito da Pakistan (8,2%) e Filippine (7,3%). Per il discorso inverso, la comunità marocchina, nonostante sia una delle più numerose in Italia, ma presente in alcuni casi fin dagli anni ’70, è solo quarta (6,9%) per rimesse.

Difficile quantificare il numero di money transfer (come Western Union o MoneyGram) attivi in Italia. Il riferimento è l’Oam, l’Organismo competente per la gestione degli elenchi degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi, che però tiene traccia solo degli agenti che ricevono un mandato da una società italiana. Si tratta quindi di una piccola parte rispetto al totale degli agenti comunitari, ossia degli operatori che lavorano per conto di una società domiciliata in un altro paese dell’Unione Europea: per questi non è dovuto alcun obbligo di iscrizione agli elenchi. Nel 2016, in occasione di un’audizione alla Camera sul fenomeno dei money transfer, la Guardia di Finanza parlò di circa 22 mila agenti che svolgevano l’attività di money transfer in Italia, nel 95% dei casi riconducibili a operatori stranieri.