Troppe pensioni da pagare e pochi lavoratori a tenere in piedi il sistema: non sono una novità le ombre che si allungano sull’apparato pensionistico italiano. Circa 23 milioni di lavoratori sono chiamati a sostenere l’erogazione di quasi 23 milioni di prestazioni pensionistiche complessive, percepite da 16,2 milioni di pensionati (che possono cumularle).
Nel breve-medio periodo tutto dovrebbe reggersi (anche se rendendo strutturali gli sgravi contributivi sul lavoro la situazione potrebbe presto peggiorare, avverte Bankitalia), mentre per un orizzonte più ampio molto dipenderà dalle tendenze demografiche e dal mercato del lavoro.
Intanto, c’è spazio per nuove riflessioni: in Italia le pensioni sono troppo generose? Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Inps, sembra di sì. E anche l’età media effettiva di pensionamento risulta più bassa del previsto.
Partiamo da un punto fermo: in Italia, per legge, il requisito anagrafico di accesso alla pensione di vecchiaia è di 67 anni (con 20 anni di contributi), sia per le donne, sia per gli uomini. Si tratta di una soglia relativamente alta, considerando che nei 27 paesi dell’Unione Europea si va in pensione mediamente a 63,6 anni: in Germania ne bastano 65,9 e in Spagna ne occorrono 66,2, mentre devono essere raggiunti 67 anni anche in Francia e in Grecia. Ma un conto è l’età minima legale, un altro è l’età effettiva di pensionamento.
Nonostante una soglia di accesso alla pensione di vecchiaia tra le più alte in Europa, nel 2023 in Italia siamo andati in pensione mediamente a 64,2 anni. Certo, sempre un po’ più tardi rispetto ad Austria (62,2 anni), Francia (62,6), Belgio (62,8), Grecia (63,8) e Spagna (64), ma in ogni caso quasi tre anni prima dell’età legale prevista. Il “fenomeno” è dovuto alle pensioni anticipate, come le varie Quota 100, 102 e 103, che hanno portato ad abbassare di quasi tre anni l’età media in cui ci si pensiona per legge.
L’importo medio mensile lordo dei pensionati in Italia è stato di 1.782 euro nel 2023: oltre 2 mila euro in media per gli uomini e poco più di 1.500 per le donne. Assegni che nel complesso, sottolinea l’Inps, sono comunque ancora troppo «generosi». È il caso di dire “ancora”, perché oggi lo sono molto meno rispetto a trent’anni fa, a causa del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e lo saranno ancor meno nei prossimi anni, a tutto svantaggio dei pensionati del futuro.
È il tasso di sostituzione, ossia il rapporto percentuale tra l’importo del primo rateo pensionistico e l’ultimo reddito percepito durante la vita lavorativa, a misurare la copertura pensionistica garantita agli ex lavoratori. L’ideale è un rapporto più alto possibile: più ci si avvicina al 100% e maggiore sarà la corrispondenza tra pensione e stipendio. In altri termini, il tasso di sostituzione esprime in che misura si potrà mantenere il tenore di vita che si aveva durante la propria vita attiva grazie allo stipendio o al reddito anche in seguito, durante la vecchiaia, con la pensione. In Italia risulta che il tasso di sostituzione è tra i più alti in Europa, superando di quasi 14 punti percentuali la media Ue.
Nel 2023 il tasso di sostituzione pensione-salario italiano è stato del 58,9%, contro una media europea del 45% e valori del 39,5% in Francia, del 36,6% in Germania e di appena il 27,2% nei Paesi Bassi, mentre in Grecia (75,9%), Spagna (74,9%) e Portogallo (69,3%) gli assegni risultano mediamente più generosi e quindi simili ai redditi percepiti prima di andare in pensione. In ogni caso, il tasso sostituzione in Italia è nettamente diminuito negli ultimi decenni: prima della riforma Dini del 1995, con il sistema retributivo i pensionati italiani potevano contare su un tasso di sostituzione fino all’80% con 40 anni di contribuzione o del 70% con 35 anni di contribuzione.