Le obbligazioni di Meta e Alphabet rendono oltre il 6%. Ma quanto resta davvero in tasca?

Tommaso Scarpellini

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Rendimenti al 7% che potrebbero non valere quanto sembrano. La fiscalità italiana cambia tutto, ma non sempre in modo scontato. Obbligazioni Big Tech sotto la lente.

Le obbligazioni di Meta e Alphabet rendono oltre il 6%. Ma quanto resta davvero in tasca?

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Quando un’obbligazione di Meta o Alphabet promette oltre il 6% lordo annuo, è lecito chiedersi se piuttosto che un Treasury o un BTP abbia senso spostarsi su questi rendimenti.

Il punto di partenza sembrerebbe essere il rendimento lordo, che esiste davvero e non è una finzione contabile. Le emissioni obbligazioni recenti di Meta e Alphabet offrono rendimenti effettivi a scadenza, tecnicamente definiti Yield to Maturity, ovvero il tasso annuo che un investitore otterrebbe acquistando oggi il titolo e mantenendolo fino al rimborso finale, che variano in modo significativo a seconda dell’orizzonte temporale prescelto.

Il titolo Meta con scadenza 2035, a circa dieci anni, si attesterebbe attorno al 5,78% lordo. Per avvicinarsi alla soglia del 7%, occorrerebbe spostarsi sulle emissioni ultra-lunghe: il titolo Meta 2055 viaggerebbe attorno al 6,94%, mentre il bond Alphabet con scadenza 2075 si collocherebbe in un intervallo compreso tra il 6,50% e il 6,60%. Questi numeri non sono costruzioni teoriche, ma incorporano una variabile di rischio che merita attenzione specifica e alla quale si tornerà tra breve.

La fiscalità italiana: dove il rendimento lordo incontra la realtà

Il problema centrale per un investitore residente fiscalmente in Italia non riguarderebbe la qualità degli emittenti, che restano tra i più solidi al mondo con rating AA- per Meta e AA+ per Alphabet, bensì il trattamento fiscale applicato ai proventi. In Italia, il decreto legislativo 461 del 1997 distingue nettamente tra due categorie di strumenti: le obbligazioni societarie private, tassate al 26% sia sulle cedole che sulle eventuali plusvalenze, e i titoli di Stato emessi da Paesi inclusi nella cosiddetta White List, ovvero l’elenco delle nazioni che garantiscono un adeguato scambio di informazioni fiscali con il fisco italiano. Gli Stati Uniti rientrano in questa lista, pertanto i Treasury americani beneficerebbero dell’aliquota agevolata del 12,5%, la stessa applicata ai BTP italiani.

La differenza tra questi due regimi fiscali, pari a 13,5 punti percentuali, potrebbe sembrare un dettaglio tecnico da addetti ai lavori. Diventa invece il cuore della questione quando si applica a rendimenti lordi concreti. Considerando un confronto tra due investimenti a dieci anni su un capitale di riferimento: un corporate bond Big Tech con rendimento lordo del 5,50% e un Treasury americano con rendimento lordo del 4,80%, applicando l’aliquota del 26% al primo strumento e sottraendo l’imposta di bollo patrimoniale dello 0,20% annuo prevista su tutti i prodotti finanziari, il rendimento netto del corporate bond si attesterebbe al 3,87%.

Applicando invece l’aliquota del 12,5% al Treasury e sottraendo identicamente il bollo, il rendimento netto salirebbe al 4,00%. Il titolo governativo, nonostante offra 70 punti base in meno sul piano lordo, supererebbe il corporate bond sul piano del rendimento netto effettivo.

Duration e scadenze ultra-lunghe: il rischio che si nasconde nel rendimento

Alla luce di questo meccanismo fiscale, i rendimenti vicini o superiori al 7% meriterebbero una riflessione aggiuntiva sul piano del rischio strutturale. Quei livelli si raggiungerebbero esclusivamente sulle emissioni con scadenze comprese tra i 30 e i 50 anni. Strumenti con durate così estese incorporano una sensibilità ai tassi d’interesse molto elevata, misurata tecnicamente dalla duration modificata: in sostanza, ogni variazione dell’1% nei tassi di riferimento a lungo termine potrebbe produrre una variazione in senso opposto del prezzo di mercato del titolo, amplificata dalla durata residua.

Un bond con duration vicina a 20 anni potrebbe perdere il 20% del proprio valore di mercato se i tassi salissero di un punto percentuale. Per un investitore che non intendesse tenere il titolo fino alla scadenza originale, questo rischio di mercato sarebbe reale e concreto. Su scadenze più moderate, tra i 5 e i 10 anni, i rendimenti lordi scenderebbero nell’intervallo 4,80%-5,40%, producendo rendimenti netti per un residente italiano compresi approssimativamente tra il 3,35% e il 3,80%, un livello che ridimensionerebbe ulteriormente l’attrattività percepita.

L’ostacolo normativo: perché molti investitori retail non possono accedervi direttamente

C’è poi un aspetto che precede qualsiasi ragionamento fiscale: per la maggior parte degli investitori al dettaglio europei, acquistare direttamente questi titoli potrebbe semplicemente risultare impossibile. Le emissioni obbligazionarie statunitensi vengono collocate prevalentemente sul mercato Over-The-Counter e strutturate ai sensi della normativa americana Rule 144A o Regulation S, riservate agli investitori istituzionali. Ma anche sul mercato secondario, il Regolamento europeo PRIIPs imporrebbe agli intermediari di non vendere alla clientela retail strumenti privi del Documento contenente le Informazioni Chiave (KID) nella lingua del Paese dell’investitore.

Meta, Alphabet e Amazon non redigono questo documento per le proprie emissioni obbligazionarie ordinarie, motivo per cui i broker europei inibirebbero l’accesso diretto a questi titoli per i clienti non professionali. I tagli minimi operativi sui desk bancari spaziano frequentemente tra i $100.000 e i $200.000, rendendo la barriera all’ingresso ulteriormente elevata per chi non disponga di patrimoni significativi.

ETF UCITS: la via percorribile, con i propri limiti

La soluzione operativa disponibile per chi volesse comunque esporsi a questo segmento sarebbe rappresentata dagli ETF obbligazionari strutturati secondo la direttiva UCITS, quotati su mercati regolamentati come Borsa Italiana e accessibili senza restrizioni alla clientela retail. Strumenti come l’iShares $ Corp Bond UCITS ETF (ticker LQDE) o l’Xtrackers USD Corporate Bond UCITS ETF (ticker XDCC) replicano indici che includono migliaia di emissioni corporate americane, con un’esposizione al settore tecnologico attorno al 24%.

I rendimenti medi a scadenza di questi portafogli si collocherebbero nell’intervallo 5,30%-5,64%, con duration effettiva attorno agli 8 anni. Anche attraverso questi veicoli, tuttavia, la componente derivante da obbligazioni societarie verrebbe tassata al 26%, quindi il vantaggio netto rispetto ai titoli governativi rimarrebbe soggetto alla stessa erosione fiscale già descritta. A questo si aggiungerebbe la variabile del cambio valutario: le classi non coperte in euro esporrebbero il rendimento finale alle fluttuazioni del rapporto dollaro/euro, introducendo un ulteriore elemento di incertezza non trascurabile per chi ragioni in termini di potere d’acquisto domestico.

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