Sembrava che tra la Cina e il Brasile fosse sbocciata una storia d’amore a lungo termine. Entrambi giganti regionali – uno dell’Asia, l’altro dell’America Latina – che si considerano ancora Paesi in via di sviluppo, insieme all’interno dei Brics e desiderosi di ritagliarsi un crescente spazio di manovra all’interno dello scacchiere geopolitico internazionale, tra Pechino e Brasilia c’erano e ci sono tutti i presupposti per una partnership solida e duratura.
Negli ultimi giorni è tuttavia emerso un problema non da poco che potrebbe compromettere la luna di miele sino-brasiliana. Il ministero dell’Industria brasiliano ha infatti avviato una serie di indagini in merito al presunto dumping dei prodotti industriali made in China. Come ha evidenziato il Financial Times, la più grande economia latinoamericana vacilla a causa di un’ondata di beni importati a basso costo.
È per questo, dunque, che su richiesta degli organismi industriali, negli ultimi sei mesi, il suddetto ministero ha aperto almeno una mezza dozzina di indagini su prodotti cinesi importati che vanno dalle lamiere all’acciaio preverniciato, dai prodotti chimici ai pneumatici. La mossa del Brasile arriva in un momento in cui il mondo si sta preparando ad un aumento esponenziale dell’export cinese, visto che il Dragone è alle prese con un eccesso di capacità produttiva in un contesto interno caratterizzato dal rallentamento del settore immobiliare e da una debole domanda.
La mossa del Brasile, la sovrapproduzione cinese
La Cina si sta concentrando sulla produzione avanzata ma, come detto, deve fare i conti con una sovrapproduzione di beni che riguarda vari settori, veicoli elettrici e batterie comprese. Non è un caso che le esportazioni cinesi siano cresciute del 7,1% nei primi due mesi di quest’anno, superando di gran lunga la crescita delle importazioni. È per questo che i mercati sviluppati, ma anche altre economie, hanno iniziato ad adottare misure contro l’import made in China. L’Unione europea, ad esempio, ha lanciato un’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici cinesi, mentre l’amministrazione Biden, negli Stati Uniti, ha sollevato preoccupazioni sulla sicurezza degli EV provenienti dal gigante asiatico.
Per quanto riguarda il Brasile, secondo i dati doganali cinesi sia l’export che l’import con Brasilia sono aumentate di oltre un terzo nei primi due mesi del 2024. “L’anno scorso si è verificata una delle situazioni più critiche dell’intera storia dell’industria chimica nazionale”, ha fatto sapere André Passos Cordeiro, presidente dell’associazione brasiliana dell’industria chimica. “Consideriamo gli aumenti temporanei delle tariffe di importazione come uno strumento normativo indispensabile per combattere queste operazioni predatorie e preservare il mercato interno”, ha aggiunto citato dal FT.
Le tensioni commerciali con Pechino potrebbero insomma rappresentare un brutto dilemma per il presidente progressista brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha cercato sia di coltivare le relazioni con la Cina che di proteggere e sviluppare le industrie nazionali. Da quando è tornato alla presidenza, Lula ha posto la politica industriale al centro della sua strategia economica. E dovrà fare di tutto per salvaguardarla.
Il dilemma di Lula
Il Brasile non può però permettersi uno scontro frontale con la Cina, che è il suo principale partner commerciale nonché importante acquirente di materie prime come la soia e il minerale di ferro. Basti pensare che nel 2023 Brasilia ha esportato beni per un valore di oltre 104 miliardi di dollari oltre la Muraglia, importandone 53 miliardi. Come se non bastasse, su 101 milioni di tonnellate di semi di soia spediti dal gigante latinoamericano lo scorso anno, il 70% - per un valore di circa 39 miliardi di dollari - è finito nella pancia del Dragone.
Allo stesso tempo le industrie nazionali del Paese avrebbero iniziato a lamentarsi delle ingenti quantità di merci cinesi a basso costo presenti sul mercato interno. Una delle più recenti indagini antidumping è stata avviata poche settimane fa in seguito di una richiesta di CSN, un grande produttore di acciaio brasiliano, secondo il quale tra luglio 2022 e giugno 2023 le importazioni di particolari tipi di fogli di acciaio al carbonio dalla Cina sono aumentate di quasi l’85%.
Aprendo l’indagine, che durerà 18 mesi, il ministero dell’Industria ha affermato che ci sono “elementi sufficienti che indicano la pratica del dumping nelle esportazioni dalla Cina al Brasile e danni all’industria nazionale derivanti da tale pratica”. I produttori siderurgici brasiliani hanno chiesto al governo di imporre tariffe comprese tra il 9,6% e il 25% sui prodotti importati. Ricordiamo che le importazioni complessive di acciaio e ferro dalla Cina sono aumentate da 1,6 miliardi di dollari nel 2014 a 2,7 miliardi di dollari lo scorso anno.
Ma anche altri prodotti sono finiti nell’occhio del ciclone. Secondo i dati ufficiali, le importazioni dalla Cina dell’anidride ftalica chimica sono aumentate di oltre il 2.000% in termini di volume tra luglio 2018 e giugno 2023. Nello stesso periodo, le importazioni di pneumatici sono cresciute di oltre il 100%, passando da 23 milioni di unità a 47 milioni di unità (di cui circa l’80% proveniente dalla Cina).
Il quotidiano cinese Global Times ha risposto al duro articolo del Financial Times sopra citato, scrivendo che quel pezzo “è arrivato in un momento in cui l’Occidente guidato dagli Stati Uniti sta diffondendo una grande quantità di propaganda sostenendo che “la Cina scarica merci a basso costo sul mercato globale”. “Le bugie del dumping sono una narrazione che l’Occidente guidato dagli Stati Uniti crea per ingannare il mondo, e il suo vero scopo è quello di denigrare l’economia cinese, in modo che possa usare quella propaganda come camuffamento per le sue misure protezionistiche contro le merci cinesi”. Lula è avvisato.