Le case green di un’Europa al verde

Guido Salerno Aletta

16/04/2024

Negli anni ’50, l’Italia e la Comunità europea affrontarono il tema della edilizia dopo le distruzioni della guerra e quello della indipendenza energetica in modo strutturale: ora è tutto incerto.

Le case green di un’Europa al verde

E’ come se l’Europa fosse stata distrutta da una guerra moderna, quella che si combatte bombardando le città e le infrastrutture civili, ancor più che fra gli eserciti schierati sui fronti di battaglia, per fiaccare lo stato d’animo della popolazione.
Ed è solo una questione di soldi: a Bruxelles cercano disperatamente di correre ai ripari, essendosi accorti troppo tardi degli errori compiuti da oltre trent’anni a questa parte.

Il Continente è stato impoverito dalla disciplina fiscale imposta sin dal 1992 col Trattato di Maastricht, resa addirittura draconiana col Fiscal Compact del 2012, e dalla concorrenza sfrenata nel settore manifatturiero derivante dapprima dalle delocalizzazioni a favore dei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale, e poi dall’apertura incondizionata alle produzioni della Cina.
Ed è stato del tutto inutile anche il diluvio di liquidità immesso dalla Bce acquistando titoli di Stato con il Qe, con i tassi di interesse a zero per contrastare la recessione indotta dal Fiscal Compact e la deflazione dei prezzi.
Il successivo biennio pandemico, nel 20/21, nonostante gli aiuti pubblici alle famiglie ed alle imprese e la politica monetaria nuovamente espansiva, aveva gelato l’economia europea.

Con il Next Generation-UE, ed i PNRR nazionali volti a sostenere la duplice transizione in campo energetico ed informatico, si era cercato di riavviare il processo economico, ma era una semplice redistribuzione di risorse proprie della Unione, un ristorno dei fondi già versati dagli Stati, salvo il caso isolato dell’Italia che si è ampiamente indebitata con l’Unione europea per ricevere fondi aggiuntivi rispetto ai grant.
Intanto, l’inflazione violentissima verificatasi a partire dalla metà del 2021 aveva allarmato tutti, con i prezzi delle importazioni dei prodotti energetici e delle materie prime sui mercati internazionali che erano impazziti: la speculazione aveva fatto buona scorta della liquidità immessa dalle Banche centrali, comprando a termine a condizioni estremamente favorevoli per rivendere a prezzi folli.

Tutto si è bloccato nuovamente con la guerra in Ucraina, che dal febbraio del 2022 ha determinato l’embargo verso la Russia e l’interruzione dell’afflusso di gas a prezzi estremamente convenienti.
Per questo che a Bruxelles hanno deciso che bisogna spendere meno per le importazioni di prodotti energetici e che occorre rimettere in moto un’economia sempre più spenta: con le Case Green, la salvezza del Pianeta c’entra davvero poco e niente.

Il sito dell’Unione europea dedicato ai “Vantaggi della ristrutturazione degli edifici europei” non potrebbe essere più esplicito al riguardo:

  • “Il miglioramento del rendimento energetico degli edifici non soltanto consente di risparmiare energia e di ridurre il costo della relativa bolletta, riducendo a sua volta la povertà energetica e facendo l’Europa più indipendente dal punto di vista energetico, ma procura benefici alla salute ed al benessere dei cittadini elevando per tutti gli standard di vita del 21° secolo”.
  • “Inoltre, gli investimenti nell’efficienza ambientale aiutano a stimolare l’economia ed a creare nuovi posti di lavoro verdi. Nell’Ue, l’industria delle costruzioni contribuisce per circa il 9,6% al valore aggiunto ed impiega circa 25 milioni di persone attraverso 5,3 milioni di imprese. Le imprese di piccole e medi dimensioni (SMEs) beneficiano in particolare dalla dinamica spinta del mercato delle ristrutturazioni edilizie, visto che rappresentano il 99% delle imprese del settore ed impiegano il 90%”.

L’Italia ha votato contro questa decisione: se, da una parte, si tratta di imporre un onere molto rilevante sulle famiglie proprietarie di casa, dall’altra ha già fatto l’esperienza con il “bonus 110%” che dal 2020 ha finanziato integralmente i lavori di efficientamento energetico ed anti sismici (interventi trainanti), cui altri potevano essere aggiunti (interventi trainati), e di cui si stimano di mese in mese i costi sempre più elevati per il Fisco a fronte di un intervento molto esiguo in termini di numero di case messe a norma sotto il profilo energetico. In pratica, mentre i prezzi delle ristrutturazioni edilizie sono andati alle stelle, garantendo profitti mai visti per tutto il settore, il costo è stato messo a carico della intera collettività.
Viene in mente l’esperienza della ricostruzione edilizia fatta in Italia nel dopoguerra, finanziata esclusivamente con i risparmi delle famiglie, ma agevolata dalla legge Tupini del ’53, che garantiva l’esenzione venticiquennale dall’ILOR (Imposta Locale sui Redditi) ed agevolazioni sull’IGE sui materiali impiegati, a condizione che venissero realizzati immobili di “civile abitazione” che rispettassero una serie di requisiti di abitabilità in termini igienico-sanitari ed urbanistici.

Siamo in una fase di transizione molto delicata anche per quanto riguarda le nuove tecnologie di impianti di riscaldamento domestico, così come l’idea di evitare la dispersione termica rivestendo gli esterni con un “cappotto” rappresenta una misura estremamente dispendiosa e di incerta tenuta nel tempo: mentre negli anni Novanta la metanizzazione degli impianti di riscaldamento fu una soluzione assolutamente economica, anche per gli impianti domestici di produzione di acqua calda, ora ci sono grandi incertezze in ordine alla loro completa elettrificazione.

Nel 1957, alle prese con una analoga prospettiva di indipedenza energetica, la Comunità europea adottò il Trattato istitutivo dell’Euratom per incentivare lo sviluppo dell’energia atomica a fini civili, assicurando stabilità finanziaria agli investimenti straordinariamente rilevanti che erano necessari, con ritorni a lunghissimo termine. Da allora, quella prospettiva è stata via via abbandonata, e tutto è rimasto limitato alla ricerca scientifica: la lobby petrolifera e quella del gas hanno sbaragliato il campo sia in Francia che in Germania. Inutile parlare dell’Italia, dove il nucleare è abortito in continuazione.

Negli anni Cinquanta, l’Italia e la Comunità europea affrontarono il tema della edilizia dopo le distruzioni della guerra e quello della indipendenza energetica in modo strutturale, agevolando gli investimenti immediati occorrenti e garantendo vantaggi sicuri ed agevolazioni nel lungo termine: ora, in campo energetico, è tutto assolutamente incerto, soprattutto il prezzo dell’elettricità che sale nonostante gli investimenti consistenti ed agevolati nel campo solare.

La estrema variabilità della produzione elettrica di origine solare, legata com’è alla situazione metereologica come quella da fonte eolica, con prezzi talora offerti a “zero” in alcuni periodi di eccesso di produzione, vanno combinati con i costi enormi delle batterie di accumulazione e dei sistemi di ricarica dei picchi non assorbiti dalla rete, e con la necessità di provvedere immediatamente all’immissione di corrente per stabilizzare la tensione da parte di impianti tenuti in stato di “riserva calda”, pronti ad intervenire e pagati per questo: ne derivano condizioni continuamente sub-ottimali.
Le centrali nucleari tradizionali, al contrario, hanno una produzione estremamente stabile nel tempo, per periodi ultra cinquantennali, fornita a prezzi stabili pur a fronte di investimenti enormi e di lunghi tempi di realizzazione degli impianti.

Sono le incertezze della produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile che impediscono un quadro di convenienze energetiche chiare, a prezzi stabili anche a brevissimo termine: l’Europa è al verde, e si vede.