Il titolo ha perso oltre il 40% in un anno, precipitando a un prezzo spot di sotto i €6, e i multipli sembrano da saldo. Ma attenzione: non tutto ciò che è economico è conveniente.
Quando un’azienda tratta a pochissime volte gli utili, la prima domanda da porsi non è «quanto posso guadagnare» ma «cosa sa il mercato che io non so ancora». Le value trap sono le trappole più insidiose per l’investitore retail: sembrano occasioni, ma nascondono problemi strutturali che i numeri da soli non raccontano. Siamo di fronte ad una di queste?
Quando un titolo cade con violenza, il cervello umano tende a ragionare per analogia: se prima valeva di più e ora tocca i minimi dal tardo 2020 (muovendosi in un range critico tra €5,56 e €6,12), sembrerebbe che sia diventato «più conveniente». Questa intuizione, però, potrebbe essere profondamente fuorviante nei mercati finanziari. Una value trap è esattamente questo: un’azione che appare sottovalutata sulla base dei multipli storici, ma che in realtà riflette un deterioramento reale e duraturo dei fondamentali sottostanti. Nel caso di Stellantis, il rischio che si tratti di questa seconda categoria deve essere analizzato, specialmente considerando che il titolo ha bruciato circa il 67,8% del proprio valore di mercato rispetto ai massimi relativi di €19,02 registrati a metà giugno 2024.
Il gruppo, la cui governance è profondamente mutata dopo l’uscita di Carlos Tavares e l’insediamento del nuovo AD Antonio Filosa, si trova oggi a fare i conti con una serie di pressioni che si sovrappongono e si amplificano a vicenda. Le vendite globali hanno registrato contrazioni significative e la transizione verso la mobilità elettrica richiede investimenti colossali che pesano sui flussi di cassa. Lo dimostra il pesante breakdown degli oneri straordinari emerso a fine 2025. Ma non finisce qui ...
La struttura ciclica del settore auto: un rischio che si tende a sottovalutare
L’industria automobilistica è uno dei settori più ciclici dell’intera economia globale. In una fase di analisi ciclica, emerge con chiarezza come i costruttori tradizionali tendano a sembrare convenienti proprio nelle fasi di picco del ciclo, quando i margini sono elevati e gli utili gonfiati. Il problema è che questi multipli apparentemente bassi vengono calcolati su utili che potrebbero non essere ripetibili. Quando il ciclo si inverte, come sembrerebbe stia accadendo oggi, quegli stessi utili si contraggono rapidamente. Il recente e inatteso profit warning shock di BMW a metà giugno 2026, che ha ridotto drasticamente le stime sul margine operativo (EBIT) della sua divisione Automotive dall’1-3% (rispetto al precedente 4-6%), ha agito da campanello d’allarme sistemico per tutta l’Europa, confermando la natura strutturale della crisi.
Nel caso specifico di Stellantis, la compressione dei volumi si combina con l’aumento dei costi energetici industriali e con lo spettro di barriere doganali asimmetriche, come il temuto aumento al 25% dei dazi sulle importazioni di auto dall’UE da parte dell’amministrazione USA. La pressione competitiva proveniente dai produttori cinesi, inoltre, altera in modo permanente le dinamiche di redditività del comparto. A nulla è valso, sul fronte industriale, il lancio del nuovo Compact Van della divisione Stellantis Pro One (un segmento in cui il gruppo vanta il 48,2% di quota di mercato in Europa): il mercato ha completamente ignorato la solida operatività di prodotto, facendo perdere al titolo il 5,7% in una sola seduta.
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Segnali da monitorare prima di qualsiasi valutazione
Chi volesse seguire l’evoluzione della situazione potrebbe orientarsi su alcuni indicatori chiave. Il primo è l’andamento delle immatricolazioni nei mercati principali e il successo commerciale dei brand premium (Alfa Romeo, Lancia e Maserati, per la quale si rincorrono voci di trattative per partnership strategiche o cessioni di quote a player cinesi come Xiaomi o Xpeng). Il secondo riguarda la traiettoria dei margini operativi nei prossimi trimestri e la capacità di abbattere le inefficienze strutturali: un focus centrale sarà la riduzione dei costi di garanzia e richiamo, che nel 2025 hanno toccato l’abnorme cifra di $7,40 miliardi (pari a circa il 4,4% dei ricavi, contro il 3,2% di Ford e una media storica del settore del 2-3%).
Il terzo elemento da osservare è la tenuta dei livelli tecnici e patrimoniali: sotto il profilo grafico il titolo si trova nella «danger zone», al di sotto della resistenza strutturale della SMA 200 a circa €8. Una stabilizzazione e il recupero dell’area €6,00 - €6,15 indicherebbero un primo segnale di rimbalzo verso il valore intrinseco quantitativo stimato in area €8,18, mentre un’ulteriore contrazione verso il supporto storico dei €5,50 aggraverebbe le preoccupazioni, aprendo la strada al test del supporto psicologico estremo a quota €5,00.