Più precariato e meno contratti stabili: i dati Istat mettono in difficoltà Di Maio

Non sono positivi per il governo e per Di Maio i dati Istat sul terzo trimestre 2018: sotto accusa anche il decreto Dignità e la legge di Bilancio.

Più precariato e meno contratti stabili: i dati Istat mettono in difficoltà Di Maio

Sia ben chiaro che i dati negativi snocciolati dall’Istat non sono colpa del decreto Dignità ma, alla luce della situazione lavorativa nel nostro paese, il sentore è che la misura fortemente voluta da Luigi Di Maio, insieme a quello che è stato inserito nella legge di Bilancio, possa avere degli effetti anche controproducenti.

Secondo l’Istat infatti nel terzo trimestre del 2018 in Italia sono diminuite le persone occupate rispetto al trimestre precedente, con un brusco calo dei contratti indeterminati mentre al contrario si registra un aumento di quelli a termine. Nel 2019 poi la situazione potrebbe anche peggiorare.

Cosa ci dice l’Istat sul lavoro

Il terzo trimestre 2018 in Italia non è stato di certo da incorniciare. Per la prima volta dal 2014 infatti il Pil è andato in rosso (-0,1%), ma anche sul fronte del mercato del lavoro le cifre sono tutt’altro che entusiasmanti.

Stando a quanto comunicato dall’Istat, nel periodo sono diminuite di 52.000 unità le persone occupate nel paese, con l’aumento dei contratti a termine (sono 3.112.000 in totale, il valore più alto dal 1992) che non ha compensato il calo di quelli a tempo indeterminato.

Inoltre c’è anche un aumento dei lavoratori inattivi (+0,4%) ovvero quelli che hanno rinunciato anche a cercare un’occupazione: oltre a un pessimismo di fondo, spesso è indice anche di come questi possano essere alla fine finiti a lavorare in nero.

Su base annua, rispetto al terzo trimestre 2017 c’è comunque un aumento di 146.000 occupati, dovuto però per al boom dei contratti a termine (+316.000) e delle partite Iva (+53.000). I contratti indeterminati invece sono calati di 222.000 unità.

I guai per Di Maio

Questa estate, con quello che è stato a tutti gli effetti il primo provvedimento ufficiale del governo Lega-Movimento 5 Stelle, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio moto aveva puntato sul decreto Dignità.

Per quanto riguarda il settore del lavoro, le novità più grandi introdotte dal decreto sono la durata massima dei contratti determinati che passa da 36 a 24 mesi, che questi non potranno essere più del 30% del totale in un’azienda, la proroga del bonus assunzioni under 35 e il ritorno delle causali per i mancati rinnovi.

Essendo appena entrato in vigore, i dati negativi del terzo trimestre non possono essere attribuiti al decreto Dignità anche se, secondo le opposizioni, ci sarebbero già molti casi di mancati rinnovi di contratti indeterminati a causa del taglio della loro durata massima.

Il problema però per il 2019 è di più ampio raggio. Nella legge di Bilancio che sta per essere approvata dal Parlamento, se al Senato non arriveranno delle modifiche a riguardo non ci saranno forti incentivi per chi assume, tranne gli sgravi Ires che tra le altre cose dovrebbero valere anche per chi assume a tempo determinato.

In più l’avvio della Flat Tax riguarderà soltanto le partite Iva. Con l’estensione del regime forfettario del 15% fino ai 65.000 euro, potrebbe verificarsi un boom delle finte partite Iva: invece che assumere, un’azienda potrebbe chiedere al lavoratore di diventare autonomo. Così però aumenterebbe di molto la precarietà.

In sostanza le aziende potrebbero non rinnovare i contratti a tempo determinato in scadenza, vista l’abbondanza di manodopera e gli scarsi incentivi alla stabilizzazione, con un parallelo aumento anche delle finte partite Iva.

Il 2019 quindi potrebbe essere l’anno nero per il lavoro in Italia: senza dubbio il ministro Luigi Di Maio si sta impegnando molto per cercare di combattere il precariato, ma le misure messe in campo potrebbero essere più dannose che utili.

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