La fragile tregua tra Israele e Hamas, mediata dal presidente Usa Donald Trump, è stata messa a dura prova nelle ultime 24 ore con un’escalation di tensioni nel sud di Gaza.
L’esercito israeliano ha avviato raid aerei nella zona di Rafah, accusando l’organizzazione palestinese di aver violato l’accordo di cessate il fuoco. Hamas ha respinto le accuse, riaffermando il proprio impegno per la tregua e puntando il dito contro Israele.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato di aver condotto strikes mirati intorno a Rafah «per eliminare la minaccia» posta da militanti armati e «smantellare pozzi di tunnel e strutture militari usate per attività terroristiche».
Vacilla la tregua mediata da Trump
Secondo un portavoce militare israeliano, Hamas avrebbe perpetrato «una palese violazione dell’accordo di tregua» con attacchi multipli contro le truppe IDF, inclusi il lancio di un missile anticarro, spari di mitragliatrice e un colpo di RPG (granata a razzo propulsato), oltre a un attacco di un cecchino. «Hamas ha condotto molteplici attacchi contro le forze israeliane oltre la linea gialla», ha dichiarato l’ufficiale, riferendosi alla zona in cui l’esercito israeliano è attualmente posizionato all’interno di Gaza nella prima fase della tregua. Dall’altra parte, Hamas ha negato ogni coinvolgimento negli scontri. Izzat Al-Rishq, alto esponente dell’ala politica del gruppo, ha ribadito «l’impegno di Hamas per l’accordo di tregua», accusando Israele di averlo violato per primo e di lavorare a «pretesti fragili» per eludere le proprie responsabilità. Un alto funzionario di Hamas ha dichiarato di non avere conoscenza di alcun scontro, definendo le mosse israeliane un tentativo deliberato di sabotare la pace.
«Hamas non ha perso la guerra»
E mentre la tregua appare sempre più appesa a un filo, gli analisti militari si chiedono a cosa abbia portato questa guerra di devastazione nella Striscia di Gaza. Alla sconfitta di Hamas? Certo che no. Come spiega la rivista Usa The National Interest, il governo israeliano insiste sulla «determinazione a completare la vittoria» anche dopo il cessate il fuoco. Ma, come avverte l’analisi di The National Interest, «i fatti sul terreno raccontano una storia radicalmente diversa».Dalle rovine dell’enclave palestinese, «circa 15.000 combattenti di Hamas sono riemersi, per lo più armati fino ai denti» e già intenti a riaffermare il controllo.
I rapporti dall’interno parlano chiaro: «Questi uomini stanno dando la caccia a presunti collaboratori, eseguendoli per strada». Lontano dall’essere eradicato, Hamas è sopravvissuto: «insanguinato, frammentato, ma indomito».«Non si può distruggere un’idea con le bombe»«Questo esito non dovrebbe sorprendere nessuno», spiega l’articolo pubblicato dalla rivista statunitense.
«Ogni esperto di controterrorismo credibile ha da tempo avvertito che Hamas non può essere distrutto solo con mezzi militari». Il gruppo «non è semplicemente una rete di combattenti o di tunnel: è un movimento politico e ideologico radicato nella società palestinese».Come gli Stati Uniti hanno imparato con Al Qaeda e l’ISIS, «si possono uccidere leader, smantellare infrastrutture e occupare territori, ma non si bombarda via un’idea». L’obiettivo dichiarato di Israele di una «vittoria totale» era «sempre stato un miraggio»: la struttura di comando di Hamas è indebolita, ma «continua a operare in cellule e milizie locali». La campagna militare ha causato «decine di migliaia di morti, oltre un milione di sfollati e interi quartieri ridotti in macerie». Eppure «le condizioni di base che hanno dato vita a Hamas – disperazione, privazione dei diritti e apolidia – persistono salde. Anzi, sono peggiorate come mai prima d’ora».
«L’unico modo per sconfiggere davvero Hamas non è con la forza delle armi, ma con la forza delle idee», conclude l’analisi. Hamas prospera sul «racconto che la violenza sia l’unica via alla dignità per un popolo apolide». Per smontarlo serve «offrire ai palestinesi un’alternativa genuina: una roadmap credibile e supportata internazionalmente verso una soluzione a due stati».Ciò richiede di «restaurare la legittimità delle istituzioni politiche palestinesi, ricostruire Gaza sotto un’amministrazione tecnocratica o multinazionale» e potenziare «leader moderati impegnati nella governance anziché nel martirio».
In conclusione, per porre fine a questa guerra in modo significativo, Israele e i suoi alleati dovrebbero concentrarsi meno sulla demolizione di tunnel e più sulla costruzione di speranza. Il contrario di ciò che sta facendo il governo di Benjamin Netanyahu.