Perché la tredicesima non può essere del tutto esentasse. Costi di bilancio, differenza tra detassazione ed esenzione e possibili tetti di reddito.
Le discussioni sulla Legge di Bilancio 2027 entrano nel vivo e torna in primo piano anche uno dei temi più caldi affrontati negli ultimi anni: la detassazione della tredicesima mensilità. Anche lo scorso anno si era parlato di una mensilità aggiuntiva completamente esentasse a dicembre 2025, una proposta che ha attirato l’attenzione di milioni di lavoratori dipendenti.
La realtà dei conti pubblici ha obbligato, però, il Governo a fare un passo indietro e proprio per questo motivo quest’anno si sta usando una strategia più prudente. L’ipotesi sul tavolo attualmente non prevede l’azzeramento delle tasse sulla tredicesima perché l’operazione costerebbe alle casse dello Stato 15 miliardi di euro di mancato gettito. Si parla dell’introduzione di una flat tax agevolata al 10% o al 15% da riservare esclusivamente a chi ha un reddito basso.
Per una vasta platea di lavoratori questa proposta si tradurrebbe in un netto in busta paga più alto e un risparmio tra 200 e 250 euro. La misura, anche se fortemente voluta da Forza Italia, porta con sé paletti molto rigidi e problemi tecnici da sciogliere.
Perché la tredicesima non può essere completamente esentasse?
Per capire dove vuole puntare il Governo bisogna fare una distinzione tra esentasse e detassazione, che molto spesso vengono confusi:
- esentasse significa che lo Stato cancella ogni tassa (come l’IRPEF) e ogni contributo su quell’importo. Il lordo coincide esattamente con il netto che il lavoratore riceve in tasca;
- detassazione significa che la cifra viene comunque tassata, ma con un’imposta molto più bassa del normale (ad esempio al 10% anziché con le aliquote progressive standard). Il lavoratore paga una quota ridotta allo Stato, ottenendo un guadagno netto superiore al solito ma non totale.
Rendere la tredicesima esentasse (ovvero senza l’applicazione delle tasse) non è praticabile perché i conti pubblici italiani non lo consentono. Eliminare del tutto le tasse da una mensilità di retribuzione costerebbe allo Stato 15 miliardi di euro in un momento in cui l’Italia deve rispettare i rigidi paletti imposti dal nuovo Patto di Stabilità europeo.
La strategia dell’esecutivo è quella di una detassazione parziale della tredicesima con applicazione di un’imposta sostitutiva dell’Irpef. Quello che si vorrebbe provare a fare è sganciare la tredicesima dalle aliquote Irpef e applicare alla somma una flat tax al 10% o al 15%. Si tratta di un compromesso che permette al Governo di rivendicare un aumento in busta paga a dicembre che, però, consente di incidere sui conti pubblici in maniera sostenibile.
Chi guadagna con la detassazione della tredicesima
L’obiettivo politico della detassazione della tredicesima è dare un segnale concreto ai lavoratori, ma le risorse non permettono di farne una misura per tutti. Proprio per questo l’esecutivo deve prevedere anche dei paletti che escludano parte dei lavoratori beneficiari dell’intervento.
Al momento ci si orienta verso due ipotesi:
- detassazione per redditi fino a 15.000 euro;
- detassazione per redditi fino a 30.000 euro.
Se dovesse prevalere la linea più prudente (con detassazione fino a 15.000 euro), la misura si trasformerebbe in un aiuto destinato soltanto ai lavoratori a basso reddito (part time o con contratti precari) escludendo la parte più corposa dei dipendenti italiani (operai e impiegati).
Il paradosso dello scalone
Dietro il potenziamento della busta paga di dicembre si nascondono delle insidie di natura tecnica. Questo tipo di interventi si verifica quello che viene chiamato “effetto soglia” che rischia di trasformare l’intervento in un’ingiustizia dal punto di vista fiscale.
Un tetto rigido a una misura di aiuto trasforma il beneficio in un meccanismo che non è progressivo. Se la soglia fosse fissata a 30.000 euro, chi ha un reddito di 30.001 euro si troverebbe escluso. Questo squilibrio genera una situazione paradossale: chi ha un reddito lordo leggermente superiore rischia di trovarsi in tasca un guadagno netto inferiore rispetto a chi guadagna meno di lui.