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di Glauco Maggi

La “resurrezione” estiva di Biden e i sogni dei Democratici per novembre

Glauco Maggi

5 settembre 2022

La “resurrezione” estiva di Biden e i sogni dei Democratici per novembre

Il presidente degli Stati Uniti sembrerebbe entrato in una nuova fase di gradimento: la stampa parla di «una resurrezione di Biden».

La “resurrezione” di Biden annunciata con enfasi dalla stampa del mainstream americano - dal New York Times al Washington Post ai siti The Hill e Politico - è una speranza che i Democratici sventolano con crescente baldanza.

I Repubblicani farebbero bene a prenderla molto sul serio. In effetti, i numeri di approvazione per il presidente sono molto più rosei di qualche mese fa, con la media dei sondaggi di Real Clear Politics salita da ben sotto il 40% di giugno-luglio al 42% di fine agosto.

La rilevazione del 29 del mese scorso di Rasmussen gratifica il presidente con un confortante 44% di favorevoli contro il 54% di voti negativi (10 punti di distacco tra i no e i si’) e però Reuters/Ipsos, nello stesso giorno, boccia Biden con il 38% di approvazione e il 58% di disapprovazione (con un distacco di 20 punti): comunque il miglioramento resta tangibile.
Può questo miglioramento avere un effetto determinante sul risultato delle elezioni di medio termine che si terranno tra sessanta giorni?

Tradizionalmente, il partito del nuovo presidente in carica perde deputati alla prima consultazione nazionale che avviene due anni dopo la sua entrata alla Casa Bianca (fu così con Obama che ne perse 63 nel 2010 e Trump una cinquantina nel 2018) perché il voto è vissuto come un referendum sul suo operato.

Anche questa volta c’erano tutte le condizioni per un ribaltone nel controllo del Congresso, essendo a una sola cifra la maggioranza dei DEM alla Camera e addirittura 50-50 la divisione tra i 100 senatori, con la vicepresidente Kamala Harris ammessa a rompere lo stallo in caso di parità di voti su leggi e nomine.

Sul piano internazionale pesavano la debacle in Afghanistan nel 2021 e il men che tiepido sostegno iniziale Usa all’Ucraina assalita dalla Russia, tanto che il presidente Zelensky respinse l’offerta di Biden a “mettersi in salvo” con la storica frase “caro Joe non mi serve un passaggio, voglio i proiettili”.

Sul terreno domestico, a causa delle politiche anti-energia del governo, gli americani hanno sofferto l’aumento costante del prezzo della benzina da sotto i 3 dollari al gallone nel gennaio 2021 a oltre i 5 nei 12 mesi successivi, e l’inflazione alle stelle (9,1%).

Quindi era più che giustificato l’inabissamento progressivo del rating di Biden a un minimo del 31%, un livello inferiore a quello dello stesso Trump dopo gli stessi mesi al potere. Il 20 luglio 2022, secondo la Quinnipiac University, i cittadini interpellati avevano dato a Biden un voto positivo del 31% contro il 60% negativo (il 94% di no contro il 2% di si’ tra i Repubblicani; il 67% di no contro il 23% di si’ tra gli Indipendenti; il 18% di no contro il 71% di si’ tra i Democratici).

Ma oggi c’è un clima tutto diverso. Nel sondaggio dell’1 settembre del Wall Street Journal sulle generiche intenzioni di voto (“se si votasse oggi sceglieresti un candidato DEM o uno del GOP nel tuo distretto?”) i Democratici godono di un vantaggio del 47% contro il 44% pro GOP, un capovolgimento rispetto a marzo, quando erano i Repubblicani a essere in vantaggio di 5 punti. Il dato è ancora più preoccupante per il GOP se si osserva che cosa è successo nell’orientamento degli Indipendenti, che hanno un peso decisivo quando i sostenitori dei due maggiori partiti si equivalgono: in marzo i Repubblicani erano preferiti con un distacco di 12 punti sui Democratici, adesso i punti di distacco sono tre, ma a favore dei Democratici (38 contro 35, ossia uno scostamento di 15 punti).

Che cosa è successo? Il fattore decisivo è Trump. L’ex presidente è tornato al centro del ring politico, di fatto dando a Biden e ai Democratici il jolly insperato: le elezioni che dovevano essere il terreno politico per giudicare l’America malandata di Biden, quella reale in cui il 70% dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione sbagliata e il 24% nella direzione giusta, si sono trasformate in un referendum su Trump. E l’ex presidente, che vive ormai in una dimensione paranoica dopo il suicidio politico del 6 gennaio e la persistente, insana convinzione di non aver perso, è diventato il comodo bersaglio di Biden, ben lieto di usarlo. Il presidente sa di avere una carta formidabile in Trump, il suo migliore alleato nella guerra ad alzo zero contro i Repubblicani.

Biden usa questa carta con trasporto, forte dell’eco che i suoi amici della stampa di sinistra forniscono alle sue accuse, anche se non sono meno farneticanti di quelle di Trump. Nel recente comizio di Filadelfia, Biden è arrivato a definire “semi-fascisti” i Repubblicani del Maga (Make America Great Again). È una accusa infamante che il capo dei deputati del GOP ha respinto con sdegno, chiedendo che Biden faccia le sue scuse ai 70 milioni di votanti repubblicani, che vinsero nel 2016 con lo slogan del Maga. Vero, ma purtroppo per loro sono stati i Repubblicani che hanno fornito ai Democratici lo spazio e gli argomenti per i termini del dibattito nazionale.

È stato Trump a entrare a gamba tesa nelle primarie repubblicane. E il suo appoggio ad alcuni candidati deboli che avevano l’unica qualità di condividere la sua folle pretesa di aver vinto, facendo inorridire gli indipendenti, ha avuto successo, quando l’ha avuto, grazie ai votanti repubblicani ultra-trumpisti. È una frazione che a livello nazionale si calcola pesi ancora per un terzo del GOP e oltre, se è vero che nei sondaggi sui possibili candidati alla nomina presidenziale Trump è in testa (tranne che in Florida).

Non sempre la sponsorizzazione di Trump paga, anzi. Per esempio Sarah Palin ha perso in Alaska, alle elezioni speciali per la Camera, contro una Democratica, dopo 50 anni che il seggio era sempre stato dei Repubblicani. Altrove, dalla Arizona alla Pennsylvania, i candidati senatori appoggiati da Trump nelle primarie hanno vinto, battendo quelli dell’establishment del GOP, ma ora sono dietro nei sondaggi allontanando le chance dei repubblicani di riconquistare il Senato. Il nodo che doveva essere sciolto, quello del ruolo ingombrante e perdente di Trump, si è trasformato in un cappio sulle prospettive del GOP, per ora nel voto di novembre, e nel 2024 per quelle presidenziali.

Bisogna dare atto alla macchina del governo Democratico - Dipartimento di Giustizia, Fbi, Agenzia degli Archivi di Stato -, dei leader DEM in Parlamento, e della stampa fedelissima, di aver giocato la miglior partita possibile. Cioè usando i vizi, i difetti, le colpe e il narcisismo di Trump in modo eccellente. La gestione giudiziaria dei fatti del 6 gennaio, il raid clamoroso a Mar-A-Lago, la suspense sulla incriminazione di un ex presidente per aver trasferito nella sua residenza privata, sotto gli occhi di tutti (18 mesi fa!), le carte più o meno top secret o più o meno desecretate, si sta dimostrando un’opera d’arte politica.

Ha resuscitato Trump nel cuore dell’attenzione nazionale, e cosi’ ha sottratto tutto l’ossigeno politico dei Repubblicani costretti a spendere energie e visibilità per condannare l’evidente aberrazione di una perquisizione sbattuta in prima pagina, mai vista contro un ex presidente, e immotivata nel merito.

I Democratici hanno anche cavalcato con spregiudicatezza la decisione della Corte Suprema sul diritto ad abortire: hanno distorto il contenuto della sentenza, ineccepibile sul piano Costituzionale nel ridare agli Stati e ai cittadini il potere di decidere i permessi e limiti nel controllo delle nascite, e ne hanno fatto un argomento utile al posto dell’inflazione. I Repubblicani non sono stati pronti e lucidi nella reazione, e si sono anche qui divisi, lasciando ai radicali pro vita di qualche Stato del sud il ruolo di rappresentanti della posizione del nazionale GOP. I cui membri, in larghissima maggioranza e in quasi tutti gli Stati, sono favorevoli all’aborto entro un certo periodo (tre mesi? sei mesi?), come avviene in Europa.

Paradossalmente, se la resurrezione di Biden aiuterà davvero i DEM a mantenere il controllo dell’intero Congresso grazie alle sconfitte dei candidati imposti da Trump, potrebbe uscirne un effetto positivo per il futuro del GOP. Da una parte il rilancio di Biden che rivendicherebbe il diritto a candidarsi per il 2024, il che sarebbe un sogno per i Repubblicani. Dall’altra l’uscita dell’ex leader sconfitto dal futuro del GOP, e il rafforzarsi dei suoi oppositori, Ron DeSantis in testa, nella corsa alla leadership repubblicana. E questo sarebbe un incubo per i DEM, che di Trump hanno bisogno per vivere.

Il paese pagherebbe un prezzo altissimo con altri due anni di Biden, affiancato dai due rami legislativi in mano ai DEM. Ma è inutile girarci attorno: se il GOP perde una partita che era già vinta, deve guardarsi dentro per sapere chi ringraziare.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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