La regola del 4% non è più una certezza. Ecco cosa rischia chi va in pensione oggi

Antonio Zennaro

20/01/2026

La vera domanda è: quanto è rischioso affidarsi a una regola fissa per 20 o 30 anni di pensione?

La regola del 4% non è più una certezza. Ecco cosa rischia chi va in pensione oggi

Per anni è stata considerata una certezza. Una specie di bussola per orientarsi quando si smette di lavorare.
Oggi, però, quella bussola inizia a dare indicazioni contrastanti. E per chi sta pianificando la pensione, questo non è un dettaglio.

Stiamo parlando della regola del 4%, uno dei pilastri della pianificazione finanziaria moderna, soprattutto negli Stati Uniti. Ma nel 2025 qualcosa si è incrinato.

Cos’è la regola del 4% (spiegata in modo semplice)

La regola del 4% nasce negli Stati Uniti negli anni ’90.
L’idea è intuitiva: se vai in pensione con un capitale investito, puoi prelevare ogni anno il 4% del patrimonio, adeguandolo all’inflazione, senza il rischio di esaurire i risparmi.

Un esempio pratico:

  • capitale iniziale di 1 milione di euro
  • prelievo annuo: 40.000 euro
  • rivalutazione annuale

Secondo i modelli storici, questo metodo avrebbe dovuto funzionare per almeno 30 anni.
Per questo motivo è diventato uno standard di pianificazione. Molti investitori hanno costruito l’intera strategia pensionistica partendo proprio da quel numero.

Attenzione: il sistema americano è molto diverso da quello italiano

Qui è fondamentale fermarsi un attimo. Negli Stati Uniti la pensione pubblica è minima.
Non esiste un sistema paragonabile all’INPS italiano. In pratica, gran parte della pensione dipende da risparmi personali, questi risparmi vengono investiti sui mercati finanziari, soprattutto in azioni e obbligazioni. Per milioni di americani, la pensione è legata a Wall Street.

In Italia, invece:

  • esiste ancora una pensione pubblica
  • il risparmio è spesso concentrato su immobili, liquidità e titoli di Stato
  • l’investimento azionario è meno diffuso

Questo significa che la regola del 4% non può essere applicata automaticamente al contesto italiano.
Va compresa, adattata e ridimensionata.

Il colpo di scena del 2025

Nel 2025 accade qualcosa di insolito: l’autore della regola dichiara che oggi quel 4% potrebbe essere troppo prudente. Secondo i suoi nuovi calcoli, il tasso di prelievo sicuro potrebbe salire fino al 4,7%.

Il motivo?

  • buone performance dei mercati
  • portafogli ben diversificati
  • dati storici aggiornati

In altre parole: chi preleva solo il 4% rischia di limitare inutilmente il proprio tenore di vita.

Ma altri esperti dicono esattamente il contrario

Quasi in contemporanea, arriva uno studio di mercato molto citato. Secondo questa analisi, oggi il tasso prudente di prelievo è più basso.

Secondo questa visione:

  • il tasso sostenibile è tra 3,7% e 3,9%
  • i rendimenti futuri potrebbero essere inferiori al passato
  • sia azioni che obbligazioni offrono meno margine di sicurezza

È qui che nasce lo scontro tra approcci.

Un punto percentuale che cambia la vita

Facciamo un conto molto concreto.
Su un capitale di 1 milione di euro:

  • al 3,7%37.000 euro l’anno
  • al 4,7%47.000 euro l’anno

La differenza è di 10.000 euro ogni anno.
In pensione, non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra rinunciare o meno a molte spese.

Il vero problema non è il numero, ma il modo in cui si pianifica la pensione

La distanza tra le posizioni non nasce da un errore di calcolo. Nasce da due modelli di pianificazione diversi. Da una parte c’è l’approccio storico.
Si osserva il passato, si studia cosa è successo e si assume che il futuro sarà simile.
È il metodo su cui si è basata per anni la pianificazione pensionistica tradizionale.

Dall’altra parte c’è un approccio prudente e prospettico. Qui entrano in gioco fattori come:
crescita economica lenta, debito pubblico elevato, invecchiamento della popolazione, rendimenti finanziari più bassi.
Tutti elementi che aumentano la fragilità delle previsioni.

La domanda, quindi, non è quale numero sia giusto.
La vera domanda è: quanto è rischioso affidarsi a una regola fissa per 20 o 30 anni di pensione?

Perché questo rende la previdenza complementare sempre più importante

In questo contesto diventa evidente un punto spesso sottovalutato. La pensione pubblica da sola non è più sufficiente a mantenere il tenore di vita.

E i risparmi non investiti perdono potere d’acquisto nel tempo.

Ecco perché la previdenza complementare non è un’opzione “per esperti”, ma una necessità pratica:

  • consente di costruire un secondo pilastro di reddito
  • riduce la dipendenza da un’unica fonte
  • offre maggiore flessibilità finanziaria

Non si tratta di inseguire rendimenti elevati, ma di creare margine di sicurezza.

La vera lezione finale

La notizia non è se il numero giusto sia 3,7%, 4% o 4,7%. La vera lezione è questa: non esistono più formule universali. La pensione non è un calcolo fisso. È una strategia dinamica che va rivista, adattata e monitorata nel tempo. E oggi, più che mai, serve consapevolezza finanziaria.