In Europa si dice spesso che il continente sia “sempre a un bivio”. Ma questa volta, l’incrocio appare più decisivo: tra un’Europa che vuole rimanere fedele al proprio modello sociale e una che insegue il sogno di una finanza in stile americano per colmare le proprie lacune strutturali.
Di fronte a sfide globali crescenti — alleati meno affidabili, concorrenti economici più forti e cambiamenti tecnologici rapidi — la Commissione Europea propone una strategia di trasformazione radicale, fondata su tre priorità: colmare il gap d’innovazione, accelerare la decarbonizzazione mantenendo la competitività, e ridurre le dipendenze strategiche in materia di sicurezza.
Il costo? Almeno 800 miliardi di euro ogni anno da qui al 2030, secondo le stime dell’ex premier italiano ed ex presidente della BCE Mario Draghi. A cui si aggiungono i fondi necessari per la difesa e la corsa agli armamenti. Ma la domanda che inquieta Bruxelles è: dove trovare queste risorse?
La risposta prende forma nel progetto della Savings and Investment Union (SIU), l’Unione del Risparmio e degli Investimenti: un’iniziativa che punta a trasformare i risparmi degli europei in leva finanziaria per la modernizzazione del continente. L’idea è semplice in apparenza: sbloccare gli oltre 8.000 miliardi di euro “parcheggiati” nei conti bancari — secondo la presidente della BCE Christine Lagarde — e indirizzarli verso il mercato dei capitali, dove potrebbero generare rendimenti più elevati e finanziare investimenti strategici.
Ma dietro l’apparente win-win si nascondono alcune illusioni. In primo luogo, quei 8.000 miliardi non sono facilmente mobilitabili. I depositi bancari totali nell’area euro ammontano a circa 15.000 miliardi, inclusi quelli vincolati, e costituiscono una base di finanziamento essenziale per le banche europee.
In secondo luogo, l’Europa non è gli Stati Uniti. Il motivo per cui gli europei tengono un terzo dei loro risparmi in banca, contro il 10% degli americani, non è solo una questione culturale. È che in Europa la sicurezza per la vecchiaia si chiama pensione pubblica, non fondo d’investimento. Mentre negli USA i patrimoni pensionistici valgono il 130% del PIL, nella maggior parte dei Paesi UE la quota resta ben sotto il 20% (fanno eccezione solo Danimarca e Paesi Bassi).
Ecco dunque il vero nodo del SIU: per funzionare, il piano richiede una transizione verso sistemi pensionistici più simili a quelli americani, meno “a ripartizione” e più “capitalizzati”. Una trasformazione profonda che implicherebbe, nei fatti, una lenta privatizzazione delle pensioni e una riduzione progressiva del welfare pubblico.
Il problema, però, non è la mancanza di capitale. Secondo Morgan Stanley, nel settore del capitale privato ci sono circa 4.500 miliardi di dollari pronti all’uso (9.000 con leva finanziaria), in cerca di progetti con ritorni adeguati al rischio. Il vero deficit è di progetti investibili, non di denaro.
Il rischio reale è che, adottando la logica del SIU senza un dibattito democratico, l’Europa inizi a svuotare il proprio modello sociale dall’interno. Come già accaduto negli USA, fondi pensione e private equity potrebbero trasformare in “asset redditizi” porzioni intere della vita pubblica: ospedali, case di cura, abitazioni popolari, infrastrutture, tutte gestite secondo logiche di massimizzazione del rendimento.
Il SIU nasce con l’intento nobile di affrontare una crisi di investimenti. Ma se portasse con sé un cambiamento strutturale delle regole del gioco — meno Stato, più mercato — allora non si tratterebbe più solo di finanza, ma di una scelta di civiltà.
E questa scelta non può essere affidata ai tecnocrati. Se l’Europa vuole davvero ristrutturare il suo sistema economico e sociale, ha il dovere di dirlo apertamente. I cittadini devono sapere cosa si sta decidendo sopra le loro teste, perché il prezzo della modernizzazione non può essere la rinuncia alla solidarietà.