La mossa economica della Cina che preoccupa l’Occidente e i Paesi Brics

Federico Giuliani

15 Maggio 2024 - 06:35

Sovrapproduzione o meno, sempre più Paesi danno l’impressione di voler bilanciare i rispettivi rapporti commerciali con la Cina.

La mossa economica della Cina che preoccupa l’Occidente e i Paesi Brics

Per alcuni governi rappresenta un’ancora di salvataggio, per altri assume invece le sembianze di uno tsunami pronto a travolgere i settori economici nazionali. La sovraccapacità industriale della Cina è un rebus che non riesce a mettere d’accordo l’intero pianeta.

Da un lato, infatti, troviamo le aziende cinesi impegnate a smaltire le eccedenze accumulatesi nel corso degli ultimi anni all’interno dei propri magazzini (in primis a causa della pandemia). Dall’altro, invece, ci sono molteplici nazioni che non intendono accogliere a braccia aperta i prodotti a basso costo made in China, onde evitare una corsa al ribasso dei prezzi e di distorcere la concorrenza. In mezzo ai due estremi troviamo tanti punti interrogativi.

Gli stessi che potrebbero, nel corso del medio-lungo periodo, contribuire a modificare i rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e molti Paesi. Anche quelli appartenenti al cosiddetto Sud Globale, tendenzialmente più affini a Pechino che non all’Occidente. Il motivo è presto detto: le aggressive esportazioni cinesi rischiano di entrare in collisione con i prodotti nazionali sfornati dalle industrie a basso valore aggiunto dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.

In altre parole, senza l’attuazione di contromisure da parte di questi ultimi (leggi: dazi) l’abbraccio del Dragone potrebbe assumere i connotati di un silenzioso strangolamento. È altrettanto vero che una lotta economica intestina in seno, ad esempio, al gruppo dei Brics non conviene a nessuno. Non alla Cina, che intende fare leva sul resto del mondo per modificare l’ordine internazionale plasmato dall’Occidente, e neppure ai membri del Global South, che hanno bisogno della sponda cinese per far valere i propri punti di vista all’interno dell’arena globale.

Sovrapproduzione o nuova guerra fredda?

Partiamo dal nocciolo della questione: la sovrapproduzione cinese. Sempre più governi e politici occidentali sostengono che la capacità produttiva della Cina sia eccessiva. Ma è davvero così? Innanzitutto, in economia, solo quando una capacità produttiva supera le richieste del mercato globale si può parlare di sovraccapacità.

Aggiungiamo il clima da nuova guerra fredda che si respira ormai da almeno cinque anni, e il gioco è fatto. Avendo a lungo guidato il gruppo globale nella produzione automobilistica e hi-tech, gli Stati Uniti e l’Unione Europea si trovano ora costretti a lottare per salvaguardare quei settori che rischiano di essere sconvolti dall’export cinese.

Facciamo un esempio con i NEV, i veicoli a nuova energia: nonostante le accuse rivolte a Pechino, la capacità di fornitura del Dragone di questi mezzi – pur essendo schizzata alle stelle - non è ancora tecnicamente in grado di soddisfare la domanda globale. I dati di EVTank dimostrano, infatti, che le vendite globali di NEV hanno toccato quota 14,65 milioni di unità nel 2023 (+35,4% su base annua), e che la Cina ha prodotto 9,587 milioni di NEV vendendone 9,495 milioni. Tra queste, circa 8,292 milioni di NEV sono stati consumati in Cina e circa 1,2 milioni di unità sono state esportate all’estero.

Certo, le esportazioni cinesi sono in aumento ma c’è ancora un chiaro equilibrio tra la produzione e le vendite di NEV made in China. In ogni caso questo e altri settori, come quello dei pannelli solari, sono finiti nell’occhio del ciclone per via di scossoni non preventivati. Spingendo alcuni governi a prendere provvedimenti.

Reazioni e accuse

“L’intenzione di potenziare l’eccesso di capacità produttiva della Cina è quella di contenere le industrie cinesi che hanno un vantaggio”, si legge in un articolo d’opinione pubblicato sul quotidiano cinese People’s Daily, secondo cui la Cina è stata trasformata in un «capro espiatorio» per giustificare il declino di vari settori americani.

Negli Stati Uniti, intanto, si susseguono le speculazioni relative ad un ipotetico aumento delle tariffe di importazione sui veicoli elettrici cinesi e su una serie di altri beni legati all’economia delle nuove energie. E però, secondo l’Ufficio nazionale di statistica (NBS), nel primo trimestre del 2024 il tasso di utilizzo della capacità industriale della Cina è sceso al 73,6%, il minimo degli ultimi quattro anni.“ Un tasso di utilizzo del 76-80% è considerato normale per la maggior parte dei settori”, ha affermato Zhong Zhengsheng, capo economista della Ping An Securities con sede a Shenzhen.

In attesa che l’Unione europea decida il da farsi in merito all’export di auto elettriche cinesi (è in corso un’indagine sui sussidi statali cinesi per i veicoli elettrici), gli Stati Uniti hanno fatto sapere di non voler assistere alla decimazione di industrie locali per via dell’import di prodotti cinesi.

E i Paesi emergenti? L’India, ha spiegato Il Sole 24 Ore, ha lanciato una verifica sul dumping cinese che tocca i fogli di alluminio, i pannelli solari, le schede elettroniche e i componenti chimici. Il Vietnam si sta occupando di un’analisi relativa ai prezzi delle torre eoliche provenienti dalla Cina, mentre la Thailandia è preoccupata per la concorrenza rappresentata dall’acciaio cinese.

Il Messico ha imposto dazi aggiuntivi sulle importazioni di 544 prodotti (compresi acciaio, alluminio, plastiche e mobili) da Paesi con cui non è in vigore un Trattato di libero scambio (Cina inclusa), che variano dal 5 al 50 %. Infine il Brasile, che ha aperto vari dossier sulla presunta concorrenza sleale cinese per quanto concerne il commercio di pneumatici, acciaio, prodotti chimici.

Sovrapproduzione o meno, sempre più Paesi danno l’impressione di voler bilanciare i rispettivi rapporti commerciali con la Cina.