Sebbene Israele rappresenti un partner regionale fondamentale per la Russia, potenza che cerca in Medio Oriente di avere un buon dialogo con tutti gli attori, dal Qatar all’Arabia Saudita, le sempre più strette relazioni di Mosca con l’Iran e la guerra a Gaza hanno raffreddato il rapporto tra i due Paesi, nonostante l’amicizia tra i due leader, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.
Bibi, infatti, ha impiegato anche nell’ultima campagna in Israele elettorale dei manifesti pubblicitari in cui si mostrava accanto a Putin, ma gli eventi del 7 ottobre e la posizione «filo-palestinese» della Russia hanno cambiato le carte in tavola, sebbene i due Paesi cerchino di mantenere un dialogo costruttivo.
Lo scorso dicembre, Netanyahu ha confermato in una dichiarazione di aver parlato con Putin e di aver espresso disappunto per le “posizioni anti-israeliane” assunte dagli inviati di Mosca alle Nazioni Unite, esprimendo altresì “forte disapprovazione” per la “pericolosa” cooperazione con la Repubblica Islamica, “nemico esistenziale” di Tel Aviv.
Rapporti tesi, ma prosegue il dialogo
«I legami tra i due paesi sono assolutamente al punto più basso dalla caduta dell’Unione Sovietica», ha spiegato al Guardian Nikolay Kozhanov, ex diplomatico russo a Teheran e ora professore associato presso l’Università del Qatar. Lo scorso dicembre, Vladimir Putin ha dichiarato pubblicamente, nel corso della conferenza stampa annuale, che il conflitto in Ucraina non è per nulla “paragonabile” a quello che sta avvenendo nella Striscia di Gaza. “Stavamo parlando della situazione. relativa alla crisi ucraina. Ma voi, e tutti i presenti qui, e in tutto il mondo vedete. Guardate l’operazione militare speciale (in Ucraina) e ciò che sta accadendo a Gaza e percepite la differenza. Non c’è nulla di simile in Ucraina”, ha spiegato il leader russo. In precedenza, Il Cremlino, ha sottolineato “la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza”, con Putin che ha rimarcato il fatto che la risposta militare di Israele all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 non dovrebbe portare “a conseguenze così terribili per la popolazione civile.”
Dichiarazioni che hanno evidentemente innervosito Netanyahu e la diplomazia israeliana. Nonostante questo, ad oggi Tel Aviv non ha imposto sanzioni economiche nei confronti di Mosca, non ha fornito “armi letali” a Kiev, e ha continuato a dialogare con il Cremlino nonostante le tensioni geopolitiche e le pressioni degli alleati occidentali (su tutte, degli Stati Uniti). Dal punto di vista commerciale, Israele è diventato il più grande importatore di vodka russa in seguito all’imposizione delle sanzioni occidentali e aziende russe come Yandex hanno ampliato le loro operazioni a Tel Aviv, senza contare come molti russi sanzionati hanno beneficiato dei documenti israeliani per viaggiare senza visto in Europa.
La mossa di Kiev
Alla luce di queste tensioni, Kiev ha tentato di approfittarne prendendo una posizione smaccatamente pro-Israeliana. Quando Hamas ha lanciato il suo attacco contro gli insediamenti israeliani il 7 ottobre, uccidendo circa 1.200 persone, il presidente Volodymyr Zelenskyj e altri funzionari ucraini hanno condannato il terrorismo e sostenuto il diritto di Israele a difendersi. Zelenskyj ha paragonato Hamas alla Russia, mentre il suo capo di gabinetto Andriy Yermak ha suggerito che la lotta di Israele contro Hamas e la guerra dell’Ucraina sono “elementi di una guerra asimmetrica intrapresa contro il mondo libero dall’asse del male”. Una posizione rischiosa, quella della diplomazia ucraina poiché, come sottolinea il Kyiv Indipendent, secondo alcuni esperti, questa posizione potrebbe danneggiare le relazioni dell’Ucraina con il mondo arabo e i paesi del cosiddetto Sud del mondo. Il tentativo di Kiev è chiaro: apparire come un alleato affidabile nei confronti degli alleati della Nato e dell’occidente, oltre a persuadere Tel Aviv da stanziare armi e risorse per combattere la sua guerra contro il Cremlino.
Le relazioni tra i due Paesi nel corso dei decenni
Le relazioni tra Israele e Russia sono state altalenanti nel corso del Ventesimo secolo. L’Unione Sovietica diede il riconoscimento diplomatico a Israele il 17 maggio 1948, appena tre giorni dopo la sua dichiarazione di indipendenza. È stato il primo stato al mondo a farlo, molto prima degli Stati Uniti. Gli storici sospettano che Stalin sperasse di indebolire la posizione del Regno Unito nella regione, riconoscendo Israele. In un saggio del 1998, in occasione del 50° anniversario di Israele, lo storico Paul Johnson ha affrontato un “aspetto paradossale del miracolo sionista, che certamente non abbiamo colto all’epoca e che non è sufficientemente compreso nemmeno ora”. Questo paradosso, ha scritto Johnson, è che “tra i padri fondatori di Israele c’era Joseph Stalin”.
Infatti, come ricorda l’Università di Harvard, non solo l’Unione Sovietica sotto Stalin aveva riconosciuto Israele - primo Stato a farlo de jure, tre giorni dopo l’indipendenza - ma si era espressa a favore di uno Stato ebraico ben prima degli Stati Uniti. Inoltre, aveva mantenuto il suo sostegno sia prima che dopo il voto e aveva indirettamente assicurato che il neonato Stato avrebbe avuto il materiale bellico di cui aveva disperatamente bisogno per difendersi. Secondo Abba Eban, il primo ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, senza il voto sovietico a favore (insieme a quello di quattro nazioni satelliti) e senza le armi fornite dal blocco sovietico, “non ce l’avremmo fatta, né diplomaticamente né militarmente.”
Successivamente, Israele e l’Unione Sovietica non hanno avuto relazioni diplomatiche per decenni dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, anno in cui l’Unione Sovietica sostenne le nazioni arabe coinvolte nel conflitto. I legami tra Russia e Israele sono ampiamente migliorati all’inizio del secolo proprio sotto la presidenza di Vladimir Putin: come sottolinea Fiona Hill, nei primi anni 2000 Putin costruisce un museo dell’ebraismo a Mosca e diventa il “patrono degli ebrei”. Si incontra regolarmente con un rabbino di Mosca, Berel Lazar, che diventa uno suoi più stretti confidenti durante il suo primo mandato presidenziale. Così facendo, Putin sfrutta la nuova relazione con Israele anche per consolidare la posizione della Russia in Medio Oriente: un dialogo “multipolare” che comprende Tel Aviv così come Teheran. Un rapporto che poggia su un delicato equilibrio, ora in crisi, ma che prosegue, nonostante la guerra a Gaza e le pressioni di Stati Uniti, che vorrebbero isolare Mosca a livello internazionale. Un tentativo sin qui evidentemente fallimentare perché se c’è una potenza che ha buoni rapporti con tutti i Paesi del Medio Oriente, quella è proprio la Russia.
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