Negli ultimi dieci anni, quelli della progressiva crisi che ha investito tutti i settori produttivi del nostro Paese, la percezione nei confronti delle banche è mutata radicalmente. Da una cultura medievale del vassallaggio bancario, in cui le banche erano considerate intoccabili e parte dei poteri forti, si è passati a una sensibilità diametralmente opposta. Adesso le banche sono viste come soggetti attaccabili, non infallibili e di certo non sacri come lo erano stati per decenni.
In questa nuova accezione condivisa hanno trovato spazio molte società che, in modi più o meno opinabili, hanno effettuato azioni commerciali ‘spinte’ al fine di collocare perizie «econometriche», «inoppugnabili», «certificate», «legali», «brandizzate» e così via.
Meglio chiarirsi subito: la perizia all’interno di un contenzioso bancario, o in una fase conciliativa con un istituto di credito, è un evento di evidente importanza, ma non per forza necessario. Essa è finalizzata a rispondere a quesiti posti dal committente (perizia di parte) o dal giudice (perizia d’ufficio).
Negli ultimi anni, si è assistito a una progressiva commercializzazione delle perizie su contratti bancari, trattate come se fossero aspirapolvere o vendute porta-a-porta. In un caso eclatante, finito nel mirino della giustizia fino al default, si era persino creato un marketing piramidale per il collocamento di prodotti peritali su conti correnti, a discapito della professionalità che dovrebbe contraddistinguere questo settore.
Termini come «anatocismo» e «usura» sono diventati argomenti di discussione comuni, soppiantando i discorsi da bar sulla Serie A e la Champions League. Per gli avvocati azzeccagarbugli, terminato il sogno delle cause «gratuite» sull’Rc auto, la nuova frontiera era «facciamo causa alle banche». Stranamente, solo i commercialisti, che avrebbero dovuto capire qualcosa in più (o forse proprio perché ne capivano), sono rimasti a osservare il mutare del palcoscenico, non credendo del tutto alla nuova religione.
Il risultato è triste come il viso di Pierrot: i tribunali rigettano la maggior parte delle proposizioni presentate dai clienti. Il motivo? La fondatezza delle perizie.
Si assiste a un progressivo deteriorarsi delle professionalità e delle competenze messe in campo nel contenzioso bancario, specialmente nella redazione di perizie su rapporti di credito (fidi su conti correnti, mutui, finanziamenti e leasing). Ex promotori, ragionieri, consulenti di ogni sorta, che fino a ieri collocavano consulenze estranee al sistema bancario, decidono di acquistare un qualsiasi software per effettuare elaborati o si affiliano a quelle poche società che in Italia hanno «mercificato» un qualcosa che dovrebbe essere trattato con riguardo.
Una perizia su un rapporto bancario può contenere innumerevoli variabili; ogni rapporto ha una storia a sé e deve essere chiaro il motivo per cui viene condotta. Nella mercificazione, invece, assistiamo a un making peritale da copia-incolla che, in alcuni casi, produce perizie scritte già come sentenze, senza sollevare quesiti sui comportamenti illeciti, ma fornendo subito in modo inoppugnabile il quantum da ristornare al cliente.
Ovviamente, questi elaborati non sono firmati e sono redatti su carte intestate di società che, pur di aumentare il loro appeal commerciale, riempiono le impaginazioni con loghi di certificazioni di qualità o di lavoro etico. Che tu ti comporti bene con i dipendenti o faccia la raccolta differenziata in ufficio può solo farmi piacere, ma, per favore, spiegalo al cliente che ti ha pagato una perizia inutile.
Le perizie (non solo in campo bancario) non sono «certificate», ma «asseverate»; non sono «etiche», bensì «tecniche»; non sono «inoppugnabili», ma servono a suffragare tesi e ad aprire quesiti sulla liceità dei comportamenti.
A latere, vi è poi un discorso sul prezzo di tali elaborati: a sentir parlare i periti, è sempre tutto gratuito. Ebbene, mi sono spacciato innumerevoli volte per cliente, scoprendo che «gratuito» significava versare un deposito cauzionale (per cosa?); che la «valutazione iniziale» era gratuita… ma adesso non vuoi investire per recuperare il maltolto?; che per il momento ricevi un foglio (uno!), spacciato per preanalisi, poi, se gradisci il resto della perizia, paghi… e via dicendo.
Se è tutto così gratuito, così inoppugnabile, perché non c’è una corsa ai contenziosi bancari? Facciamo un piccolo passo indietro e analizziamo i passaggi che occorrono oggi, in base alle ultime normative, per percorrere tutto l’iter di un contenzioso bancario. Dando per scontato che il cliente abbia tutta la documentazione e che parliamo di un rapporto in bonis (cioè che non presenta alcuna criticità), andrà redatta una formale lettera di messa in mora da parte del legale del cliente nei confronti dell’istituto di credito, fornendo 90 giorni di tempo alla banca per rispondere.
Se la risposta non arriva o non è soddisfacente, il legale dovrà invitare la banca presso una Camera di conciliazione per effettuare la mediazione. La messa in mora e la mediazione sono condizioni necessarie per procedere in seguito con l’azione in tribunale. Se la mediazione, infatti, non dovesse sortire gli effetti sperati, finalmente il legale potrà proporre un’azione nel tribunale di competenza. A questo punto, avere una perizia asseverata fortifica e facilita la proposizione delle proprie doglianze innanzi a un giudice.
È bene sottolineare che, al di là dei costi dei professionisti impiegati, la Camera di conciliazione ha un costo e in seguito il cliente dovrà anche acquistare contributi e bolli per proporre l’azione legale. Se pensiamo che tutti questi costi sono parametrati al valore della controversia e che, nel contenzioso bancario, si parla sempre di importi per svariate migliaia di euro, è facile comprendere come per le sole spese vive la parte sarà costretta a un esborso importante.
Aggiungiamoci la parcella del legale, il costo della perizia e la nomina del consulente di parte e si comprende la portata economica dell’operazione. Con l’avvento del «commercialesimo» e la mercificazione delle perizie, si cerca semplicemente di collocare il prodotto peritale e basta. O meglio, l’evento peritale diviene il primo passaggio (improprio) in un momento ove basterebbe un semplice studio di fattibilità per poter evincere sommariamente i presupposti di dolo e la cifra massima ricavabile da un eventuale contenzioso.
Il problema risiede nei costi e nella psicologia commerciale spiccia: uno studio accompagnato da una consulenza sincera può far perdere appeal con il cliente che, viceversa, se già è legato a me da una perizia, accetterà, suo malgrado, di proseguire l’operazione. Purtroppo, nel quadro economico odierno, chi è interessato a effettuare un contenzioso bancario è soprattutto l’imprenditore in stato di crisi che di certo non possiede grandi risorse.
Pertanto, un discorso così delicato, che rientra nella sfera più intima della gestione della propria attività, dovrebbe essere demandato a consulenti tecnico-legali preparati in materia, esclusivamente dedicati al contenzioso bancario (che necessita di un costante aggiornamento) e soprattutto conoscitori del territorio e delle sue dinamiche (intese come rapporti fra il territorio e gli istituti di credito presenti).
Purtroppo, assistiamo (e assisteremo) ad approssimazione e superficialità nell’approccio che, dissacrando il diritto bancario, ingenereranno una disillusione nei confronti dei clienti acquisiti e potenziali che porterà fra qualche anno alla frase del solito italiota: “L’avevo detto io che non si va contro le banche!”