C’è gran subbuglio, in Germania: il governo guidato dal Cancelliere Scholtz appare sempre più debole, mentre nei sondaggi cresce il consenso verso AfD, che ha annunciato di voler promuovere un referendum sulla uscita dall’Unione europea.
La Brexit ha creato un precedente pericolosissimo, che va stroncato sul nascere: per questo, c’è chi cerca di spegnere subito il fuoco di questo dissenso radicale, mettendo fuori legge l’AfD per via dei suoi legami con ambienti filo-nazisti, sulla base dell’articolo 21 della Costituzione.
La Storia è una tela che si tesse di continuo, in cui sono gli eventi puntuali e drammatici come le crisi economiche e politiche, e non solo le guerre, riconfigurano il contesto in cui i singoli Stati si sviluppano economicamente, oppure deperiscono.
La Germania assiste, sbalordita ed incredula, alla conclusione del ciclo trentennale, iniziato nel 1993 con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, che estendeva all’intera Unione europea la sua costituzione economica, fondata sull’ordoliberismo e sul mercantilismo. Da una parte, con questo Trattato non erano più ammessi né privilegi per il debito pubblico, né manipolazioni della moneta e dei cambi valutari; dall’altra parte, la crescita economica doveva essere alimentata solo dalle esportazioni basate sul contenimento dei costi di produzione interni. Niente più politiche di spesa keynesiane, finanziate in disavanzo: i limiti del 3% al rapporto tra deficit e pil, e del 60% tra debito pubblico e pil, mettevano le manette ai bilanci pubblici.
La costituzione dello SME e poi la adozione dell’euro, creavano una altrettanto ferrea gabbia monetaria che rendeva impossibile il riequilibrio delle bilance commerciali dei Paesi aderenti utilizzando lo strumento della svalutazione: le dolorose riforme strutturali, con l’abbattimento delle protezioni sociali e dei salari, diventavano inevitabili.
La crisi dell’Eurozona periferica, culminata nel 2012 dopo che Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna ed Italia erano state travolte dalla speculazione sui rispettivi debiti esteri, bancari e pubblici, segnò profondamente quello schema: gli squilibri finanziari e commerciali si erano comunque andati accrescendo nel tempo.
Le regole del Trattato di Maastricht furono sostituite da quelle draconiane del Fiscal Compact, che prevedeva come obiettivi a medio termine il pareggio strutturale dei bilanci e l’abbattimento dei debiti eccessivi rispetto al limite del 60% al ritmo di 1/20 all’anno.
Queste regole ferree per i bilanci pubblici innescarono una tendenza alla stagnazione economica e soprattutto alla deflazione dei prezzi che avrebbe portato al default dei debitori: mentre l’inflazione va a loro beneficio, in quanto restituiscono somme che in termini reali sono inferiori a quelle ricevute a prestito, accade l’inverso con la deflazione.
Il Qe che fu deciso dalla Bce per contrastare la deflazione dei prezzi, immettendo liquidità sul mercato acquistando titoli del debito pubblico per abbattere il costo degli interessi, tamponò provvidenzialmente i rischi, senza però incidere sui processi di crescita.
Si era dunque inceppato quel modello mercantilistico che aveva consentito alla Germania di prosperare esportando merci agli altri Paesi europei. Le esportazioni tedesche si orientarono sempre più verso la Cina, che diventava così il suo principale partner industriale e commerciale, mentre si prevedeva di accrescere il vantaggio di avere energia a basso costo importando gas direttamente dalla Russia attraverso il raddoppio del North Stream.
La Germania, collegandosi sempre di più alla Russia ed alla Cina, era venuta meno alla funzione geopolitica affidatale dall’Occidente a guida angloamericana sin dalla Rivoluzione di Ottobre del 1917: essere l’antemurale europeo contro il Comunismo che, al di là della collettivizzazione del capitale produttivo, consiste nel controllo politico dell’economia.
L’Occidente angloamericano sostenne finanziariamente la Repubblica di Weimar dopo la Prima guerra mondiale per evitare il dilagare del comunismo sovietico, e fece lo stesso con la Repubblica federale tedesca dopo la Seconda guerra, fino ad assegnare alla Germania riunificata dopo la caduta del Muro di Berlino il ruolo di aggregare attorno a sé, nell’ambito della Unione europea, tutti i Paesi ex-comunisti che erano stati parte dell’Urss o del Patto di Varsavia. Dai Paesi baltici a quelli slavi, tutti andavano a fare da corona alla Grande Germania tornata imperiale.
Per meglio tutelare i propri interessi nazionali dopo la crisi dell’Eurozona del 2012, la Germania era venuta a patti con il Comunismo moderno: un assetto politico centralizzato, senza alternanze di partiti al potere, capace di imporre un controllo sistemico dell’economia e della società.
Berlino aveva creato legami sempre più stretti sia con la Russia di Putin, che si era dimostrata impermeabile alla penetrazione finanziaria ed alla globalizzazione, che con la Cina che aveva mantenuto un ferreo controllo sulla propria moneta, sulle banche e sulle grandi imprese pubbliche. Non solo: un po’ alla volta, Pechino aveva emanato normative che consentivano al Partito comunista di controllare le scelte strategiche delle grandi imprese private operanti in Cina attraverso la costituzione di organismi aziendali ulteriori rispetto a quelli rappresentativi degli azionisti.
La guerra in Ucraina e la transizione ambientale hanno stroncato le gambe al modello industriale tedesco, con il venir meno del gas russo a basso costo, la decarbonizzazione della produzione e la messa al bando in Europa delle auto con motore a combustione interna entro il 2035. La sua industria siderurgica, quella chimica, quella meccanica e quella automobilistica già boccheggiano.
Ma, soprattutto, alla Germania sono venuti meno i privilegi geopolitici di cui ha beneficiato, con la Russia che è tornata ad essere un nemico dell’Occidente, e la Cina che è messa nel mirino come il suo più pericoloso antagonista.
Da una parte, c’è la prospettiva di una Germania sempre meno europea, perché non può prosperare senza i legami energetici con la Russia e quelli industriali e commerciali con la Cina.
Dall’altra, c’è la prospettiva di una Germania che rinunciando a questi legami si deindustrializza e che comunque viene soppiantata geopoliticamente dai Paesi baltici, dalla Svezia, dalla Polonia e dalla Ucraina, pronti ad assumere il suo ruolo di frontiera verso la Russia che era della Germania.
Questo è il bivio della Storia che abbiamo di fronte, che non riguarda solo la Germania o l’Europa, ma gli equilibri globali.