Ambizioso? Sì, probabilmente. Il mercato degli ETF ha impiegato anni per affermarsi come l’alternativa più efficiente alla gestione attiva tradizionale. Solo ora, in Italia, le famiglie stanno iniziando a comprendere questi strumenti: costi ridotti, diversificazione immediata, trasparenza, semplicità. Eppure, mentre questo processo di alfabetizzazione finanziaria si consolida, un nuovo fenomeno si sta già affacciando.
Sono gli ETF attivi, una nuova categoria destinata a ridefinire il concetto stesso di “replica passiva”. E la cosa più sorprendente? Negli Stati Uniti, il numero di ETF attivi emessi ha superato quello degli ETF passivi nel 2025.
Ma di cosa stiamo parlando davvero?
ETF attivi: la nuova frontiera della gestione
Attenzione: non diamo nulla per scontato. Per capire dove sta la novità, serve distinguere bene tra ETF passivi e ETF attivi.
Un ETF tradizionale (o passivo) replica meccanicamente un indice, come lo S&P 500 o il MSCI World. Non prende decisioni, non sceglie i titoli: segue semplicemente la composizione dell’indice e ne replica la performance, meno i costi.
Un ETF attivo, invece, introduce un elemento che rompe questa rigidità: la discrezionalità del gestore. È un fondo quotato in borsa come un ETF classico, ma all’interno c’è una gestione che seleziona i titoli secondo criteri specifici, modificabili nel tempo. In altre parole, è un compromesso tra la gestione attiva e la struttura flessibile e trasparente dell’ETF.
Negli Stati Uniti questo trend è già esploso. Case come JPMorgan, Dimensional, T. Rowe Price e Capital Group hanno lanciato ETF attivi che oggi raccolgono miliardi di dollari. La loro diffusione cresce a un ritmo esponenziale, e il 2024 è stato l’anno in cui le nuove emissioni attive hanno superato quelle passive.
L’Europa arriva in ritardo (ma ci arriverà)
In Europa, la situazione è ancora molto più conservativa.
Quando si parla di “gestione attiva”, il pensiero va subito ai fondi comuni bancari, alle SICAV e ai fondi bilanciati. Gli ETF, al contrario, sono ancora percepiti come strumenti “nuovi”.
Eppure, anche qui, i segnali del cambiamento iniziano a emergere. Società come Franklin Templeton, Fidelity e ARK Invest hanno già portato in Europa ETF attivi con strategie focalizzate su settori specifici, come le obbligazioni corporate, i mercati emergenti o altri particolarmente segmentati.
Dove gli ETF attivi possono davvero fare la differenza
Non è però una rivoluzione totale, e sarebbe ingenuo pensare che gli ETF classici spariranno. Al contrario, probabilmente continueranno a rappresentare il cuore della maggior parte dei portafogli, soprattutto in segmenti ampi, globali e ad alta efficienza di mercato, come le borse europee o lo S&P 500. Lì, la gestione attiva ha poche chance di aggiungere valore, perché i mercati sono troppo analizzati e l’informazione è simmetrica.
Gli ETF attivi, invece, possono avere un impatto rilevante in segmenti più specialistici:
- Small e mid cap, dove le inefficienze sono più marcate e la selezione dei titoli può generare alpha;
- Mercato obbligazionario, soprattutto high yield e debito emergente, dove la valutazione del rischio di credito è complessa e una gestione dinamica può fare la differenza;
- Strategie fattoriali e tematiche, che uniscono approcci quantitativi, di analisi tecnica o di sentiment, alla selezione qualitativa di titoli coerenti con determinati trend.
In questi ambiti, la flessibilità di un ETF attivo può risultare vincente, offrendo una sorta di equilibrio.
Gli ETF classici non scompaiono, si evolvono
È importante chiarire un concetto: non c’è un vincitore assoluto. Gli ETF passivi non verranno sostituiti. Anzi, la loro crescita sembra destinata a crescere, grazie agli enormi vantaggi strutturali che offrono: liquidità, efficienza fiscale e semplicità di utilizzo. Il loro AUM potenzialmente continuerà ad aumentare, soprattutto per le strategie core, cioè quelle che replicano mercati ampi, indici globali o macro asset class.
Gli ETF attivi, invece, potrebbero anche andare a occupare gli spazi dove la pura replica non basta, dove il valore del gestore può ancora incidere: nicchie di mercato, obbligazionari complessi, strategie multi-factor, o prodotti più sofisticati in ottica di risk management.
In questo senso, più che una sostituzione, si tratta di un’evoluzione naturale.
Un’evoluzione, non una rivoluzione
Siamo davanti a un cambio di paradigma, ma non a una rottura. Gli ETF classici non spariranno, perché rappresentano la base su cui costruire qualsiasi portafoglio efficiente. Gli ETF attivi li affiancheranno, offrendo un livello di flessibilità e personalizzazione più elevato, adatto a contesti di mercato complessi e a investitori che vogliono andare oltre la pura replica.
La vera trasformazione sarà culturale: un passaggio dal concetto di “replica” a quello di “replica intelligente”, in cui la componente attiva non sostituisce, ma integra la passività.