Lo scorso 27 aprile 2026, durante l’audizione sul Documento di finanza pubblica, il direttore del Centro Studi di Confindustria Alessandro Fontana ha pronunciato una frase che è passata quasi inosservata tra le pieghe delle cronache parlamentari. Eppure, quella frase potrebbe cambiare il modo in cui guardare alle azioni energetiche italiane nei prossimi mesi. Ha detto che se la guerra dovesse durare fino a fine anno, potremmo rischiare la crisi energetica.
Il dubbio che può sorgere ad un investitore medio è quindi: se hai Eni, Enel o utility italiane in portafoglio, e questo non è un dettaglio, cosa ha senso aspettarsi davvero da questi titoli? E la crisi energetica è un bene o un male?
Partiamo dai numeri, perché sono questi che definiscono il perimetro del rischio. Se la guerra nello stretto di Hormuz terminasse oggi, l’impatto varrebbe tra 0,1 e 0,3 punti percentuali di mancata crescita per l’Italia secondo il direttore (al 27 aprile). Per come si potrebbe interpretare noi retail? Direi gestibile, in altre parole. Ma se il conflitto dovesse protrarsi fino a dicembre 2026, l’Italia potrebbe trovarsi di fronte alla crisi energetica più grave degli ultimi anni.
La ragione è semplice: lo Stretto di Hormuz non è un semplice collo di bottiglia. È il collo di bottiglia. Da quanto sembra essere emerso dalla discussione, la chiusura consentirebbe un’autonomia globale tra 6 e 11 mesi, di cui 2 erano già trascorsi. Tradotto: al momento dell’audizione, il mondo aveva davanti tra 4 e 9 mesi di scorte prima che il sistema energetico globale potesse entrare in stress irreversibile. Almeno questo è quello che comunemente si potrebbe interpretare.
Ora, vediamo cosa potrebbe significare per l’Italia. Confindustria stima che se il conflitto dovesse durare fino a fino a fine anno, il costo salirebbe a quasi €21 miliardi, con un’incidenza vicina al 7,6% sul totale della spesa energetica nazionale. Questo non è un aumento marginale, va capito.
La vulnerabilità strutturale del sistema italiano
Oggi si parla di casefire, e misure di attutimento di Trump, ma c’è un aspetto ancora più preoccupante, e riguarda direttamente chi investe in azioni energetiche italiane: la vulnerabilità strutturale del sistema.
Questo cosa potrebbe significare per Eni? Significa che il titolo potrebbe trovarsi schiacciato tra due forze opposte.
Da un lato, un eventuale rialzo del prezzo del petrolio e del gas potrebbe beneficiare i margini upstream (esplorazione e produzione). Dall’altro, una crisi energetica sistemica comprimerebbe la domanda interna e internazionale, colpendo i volumi venduti e aumentando il rischio regolatorio su prezzi e margini. Eni non è un pure player del petrolio. È un’integrata che vende anche gas ed energia elettrica in Italia. E se il sistema Italia dovesse entrare in stress energetico, Eni potrebbe non uscirne indenne.
Enel: margini compressi e volumi in calo
Per Enel, il discorso potrebbe essere ancora più diretto. Enel produce quasi la metà della sua energia elettrica in Italia a partire dal gas naturale. Se il prezzo del gas dovesse esplodere e restare alto per mesi, i margini si potrebbero comprimere. E se il lockdown energetico dovesse diventare realtà, con razionamenti sui consumi industriali prima e civili dopo, Enel si troverebbe a vendere meno energia a margini più bassi. Non sembrerebbe uno scenario rialzista.
Le utility italiane sono infatti direttamente esposte ai consumi nazionali. Quando l’energia costa di più, le industrie riducono la produzione e le famiglie tagliano i consumi non essenziali. Il risultato? Meno volumi venduti. E in un contesto di prezzi amministrati o calmierati dal governo, questo si traduce in una doppia compressione: meno quantità per meno margini unitari.
L’effetto domino sui consumi discrezionali
E cosa potrebbe succedere quando aumentano i prezzi dell’energia, quindi quelli dei prezzi al consumo generale e potenzialmente anche i tassi, quindi il costo del capitale? Che i margini per le spese discrezionali degli italiani si comprimono. In questo senso, un occhio di riguardo andrebbe anche a segmenti come l’industriale ma soprattutto i beni di consumo discrezionali: sotto la lente di attenzione il comparto automotive, vittima oggi anche di una pressione sui dazi da parte di Trump, come titoli Stellantis o Ferrari.
L’energia più cara alimenta l’inflazione. L’inflazione riduce il potere d’acquisto. Il potere d’acquisto ridotto sposta i consumi verso i beni essenziali. E se a questo si aggiunge una potenziale reazione restrittiva della BCE per contenere le pressioni sui prezzi, ecco che il costo del debito per famiglie e imprese sale. Un contesto del genere non premia i settori ciclici e discrezionali.