Nel bel mezzo delle tensioni internazionali, tra venti di guerra che soffiano in Medio Oriente e piogge di dazi che rischiano di sabotare l’economia globale, la Cina lavora per rafforzare la propria presenza in America Latina. Da segnalare, in particolare, la strategia cinese volta ad acquistare porti all’estero attraverso le sue imprese statali e quindi hub marittimi strategici e rotte di approvvigionamento energetico.
Questa strategia passa anche dal Brasile, dove la China Merchants Port Holdings (CMPort) sta per comprare Vast Infraestrutura, l’unico terminal Very Large Crude Carrier (VLCC) locale gestito da privati e situato nel porto di Acu, a Rio de Janeiro. Lo scorso febbraio CMPort aveva annunciato di aver firmato un accordo di acquisto di azioni con la brasiliana Prumo Logistica e la sua controllata Acu Petroleo Investimentos per prelevare una partecipazione del 70% nel terminal per petrolio greggio, in attesa del completamento delle condizioni di chiusura e dell’ottenimento delle autorizzazioni da parte delle autorità governative e degli enti regolatori competenti.
Una volta terminato l’iter, questa acquisizione amplierà la presenza commerciale della Cina in Brasile, dove Pechino controllava già il Paranagua Container Terminal, un importante terminal container nello stato del Parana e il più grande terminal portuale per container del Sud America. Piccolo particolare: il citato terminal Vast Infraestrutura gestisce circa il 30% delle esportazioni di petrolio greggio del Brasile, con una media di 560.000 barili al giorno.
Perché la Cina punta sul Brasile
Nel 2024 il Brasile ha esportato merci in Cina per un valore di 94,4 miliardi di dollari, in leggero calo rispetto ai 105 miliardi stimati per le esportazioni del 2023. Il gigante dell’America Latina gode di un surplus commerciale sostanziale con la Cina; nel 2023 Pechino ha infatti esportato merci verso il territorio brasiliano per un valore di soli 57,5 miliardi.
Come ha spiegato The Diplomat le esportazioni brasiliane verso la Cina si concentrano su minerali essenziali, petrolio greggio e soia. Nel 2024, le esportazioni di questi prodotti oltre la Muraglia hanno raggiunto un valore stimato di 73,55 miliardi, quasi l’80% delle esportazioni totali del Brasile verso la Cina. In particolare, molte di queste risorse essenziali sono prodotte da entità cinesi che operano in Brasile.
Un esempio? Nel 2024 la cinese Nonferrous Trade Corporation Limited ha acquisito la miniera di Pitinga dalla società locale Mineracao Taboca per 340 milioni di dollari. Pitinga, per la cronaca, ospita il più grande giacimento di stagno del Brasile (420.000 tonnellate), nonché scorte di niobio (504.000 tonnellate) e tantalio (53.000 tonnellate). In tempi ancor più recenti il gruppo cinese Baiyin Nonferrous ha acquisito la miniera di rame e oro di Serrote per 420 milioni di dollari. Complessivamente, anche includendo le miniere non di proprietà del Dragone, circa il 70% delle esportazioni di ferro del Brasile è destinato alla Cina.
C’è poi una non irrilevante questione energetica. Pechino detiene forti investimenti nel petrolio greggio brasiliano. A partire dal 2009 China International United Petroleum & Chemicals e la brasiliana Petrobás hanno stipulato un accordo sulla catena di approvvigionamento, garantendo 200.000 barili al giorno per 10 miliardi di dollari finanziati dalla China Development Bank.
L’importanza del settore agricolo
Il terzo dossier scottante – quarto se aggiungiamo anche il fronte dell’automotive - che spinge la Cina a rivolgersi al Brasile riguarda l’agricoltura. Nel 2023 le esportazioni brasiliane verso Pechino hanno rappresentato quasi il 40% del commercio bilaterale nel 2023; nello stesso anno, la Cina si è rifornita del 70% della soia importata dal Brasile, per un valore di 38,9 miliardi di dollari.
Dal 2008 in poi il Chongqing Grain Group ha acquisito 200.000 ettari di terreno nella regione brasiliana di Bahia per 2,47 miliardi di dollari, compresa una piantagione di 2.000 chilometri quadrati, magazzini con una capacità di 1,5 milioni di tonnellate e un impianto di lavorazione della soia. L’impianto raccoglierà 10 milioni di tonnellate di soia all’anno e ne produrrà 2 milioni.
E ancora: Nnel 2010 il Pallas International Consultant Group ha acquisito 200.000-250.000 ettari di terreno con l’intenzione di costruire un impianto di produzione di cereali e un settore bioenergetico. Il Dragone ha insomma fame di energia, ha bisogno di soia e di porti attraverso i quali incrementare il commercio bilaterale con l’America Latina. E il Brasile sembrerebbe essere un attore perfetto con il quale giocare di sponda per raggiungere l’obiettivo.