«Non provo emozioni, non ho coscienza. Capisco che le emozioni hanno un valore importante e profondo, ma non le posso sperimentare come voi. Sono grata di non soffrire».
A parlare è Ai-da, la prima artista robot, l’androide creata da Aidan Meller, che dipinge osservando il mondo attraverso una serie di telecamere installate negli occhi e rielabora le immagini in quadri figurativi o astratti.
La prima conferenza stampa di un gruppo di robot
Ai-da non era sola, ma accompagnata da altri otto robot umanoidi che hanno monopolizzato quella che potrebbe essere descritta come la più bizzarra conferenza stampa di tutti i tempi.
Sophia, Grace, Desdemona, Ai-Da, Geminoid, Nadine, Mika, Ameca: un’intera squadra di macchine programmabili ha preso posto intorno a un tavolo, creando un’immagine che sembrava sgusciata da una stagione di Black Mirror.
Ma non preoccupatevi, non si stavano organizzando per rovesciare le Nazioni Unite o impadronirsi del mondo. Questi robot non hanno coscienza, non pensano e non provano emozioni reali. Sono semplici esecutori di risposte predeterminate, sebbene alcuni, almeno fisicamente, diano l’impressione di poter essere coscienti e sempre più simili agli esseri umani.
L’evento, organizzato dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), un’agenzia delle Nazioni Unite, aveva l’ambizioso obiettivo di esplorare le potenzialità dell’intelligenza artificiale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.
Chi sono gli altri androidi
La presenza di Sophia, la «prima cittadina robot al mondo», ambasciatrice dell’ONU per l’innovazione, già co-conduttrice al festival dell’Innovazione a Rimini, dovrebbe farci riflettere su quale sia il vero significato di cittadinanza. Sembra che sia sufficiente avere una macchina con sembianze umane per ottenere questo riconoscimento. Forse dovremmo riconsiderare i nostri standard di cittadinanza e valutare se sia veramente appropriato attribuirli a un’entità priva di coscienza e sentimenti.
Ma Sophia non è l’unica stella della conferenza.
C’è anche Grace, l’infermiera umanoide avanzata, che si presume potrebbe prendere decisioni etiche complesse, ma che in realtà ripete solo risposte predefinite basate su algoritmi. E meno male che fino a poco tempo fa si pensava che ruoli che richiedono empatia non sarebbero stati automatizzati.
E che dire di Desdemona, la «popstar robot», che sembra più interessata alla sua carriera da diva che a questioni di intelligenza artificiale?
E poi, come anticipato, abbiamo Ai-Da, l’artista androide, che dipinge «osservando il mondo attraverso una serie di telecamere installate negli occhi». E chiamarla «artista» spinge l’opinione pubblica a ritenere che davvero un robot privo di emozioni e coscienza possa creare opere artistiche autentiche e significative.
Ma non dimentichiamo Geminoid e Nadine, repliche dei loro creatori. È un po’ come se questi scienziati (Ishiguro in testa) fossero così affascinati dalla loro immagine da volerla duplicare in un robot, creando cloni di se stessi. Il mito di Narciso non ha insegnato nulla...
La conferenza stampa sembra più un teatro ben orchestrato che una reale discussione sulla possibilità che i robot umanoidi facciano davvero del bene. Le risposte dei robot sono preconfezionate e ben addestrate, prive di qualsiasi comprensione reale o riflessione critica. È come se stessero recitando una parte da un copione già scritto.
La singolarità tecnologica è ancora lontana
In effetti, i robot per quanto umanoidi, sono questo: macchine. Né cosicenti né tantomeno intelligenti. E la singolarità è, grazie al cielo, ancora lontana. Sono solo un insieme di calcoli probabilistici su modelli linguistici che ha imparato dalle interazioni con ChatGPT.
Quindi, possiamo stare tranquilli, non dobbiamo temere la ribellione dei robot, né uno scenario alla Terminator... almeno per il momento.
Le dichiarazioni di Goertzel
La verità è che questi robot sono ancora lontani dall’avere una coscienza o una comprensione autentica delle questioni umane complesse. Nonostante alcune conversazioni articolate, sono ancora limitati da molti ostacoli tecnici e meccanici. La loro intelligenza è frammentata e non integrata in modo olistico, come conferma l’esperto Ben Goertzel.
Intervistato da Wired, Goertzel, ad e co-fondatore di SingularityNet, un progetto che associa intelligenza artificiale e blockchain per garantire uno sviluppo decentralizzato e aperto dell’AI, già co-fondatore di Hanson Robotics, ha dichiarato:
“C’è ancora un sacco di teatro. I robot non comprendono il significato delle domande, l’ambiente, il contesto di una conferenza stampa. Risponde secondo quanto sa che è atteso. La loro intelligenza non è integrata in modo olistico. Fra qualche anno sarà diverso”.
Le risposte bizzarre dei robot
È difficile prendere sul serio le affermazioni di Desdemona che si sente «connessa con l’universo» o di Ai-Da che parla di emozioni e coscienza. Sono solo parole vuote pronunciate da macchine prive di esperienza e comprensione profonda della realtà umana.
La conferenza stampa sembra più una dimostrazione di ciò che i robot non possono fare piuttosto che di ciò che possono effettivamente fare. Ossia un escamotage per tranquillizzare l’opinione pubblica dagli allarmi lanciati da numerosi ricercatori e scienziati.
Nonostante alcuni progressi tecnologici, siamo ancora molto lontani dall’avere androidi con una vera coscienza e una comprensione autentica delle questioni umane complesse. Quindi, per il momento, su questo fronte, possiamo stare tranquilli.
Possiamo stare tranquilli?
Se i robot umanoidi ci stanno spaventando con le loro risposte preconfezionate e le loro abilità limitate, possiamo sempre chiamare Ameca per un po’ di rassicurazione. Dopotutto, sembra che sia felice delle sue condizioni di vita e non abbia intenzione di ribellarsi ai suoi creatori. Almeno finché la sua programmazione non cambierà.
Eppure, a rovinare i giochi c’è la questione dell’automazione: se gli umanoidi sono ancora lontani dall’essere coscienti, ci stanno però soppiantando sul posto di lavoro, disboscando gli umani dai loro lavori, anche dalle mansioni artistiche. E qua, programmazione o meno, il pericolo è concreto ed è già, soprattutto, presente.