L’implosione del debito giapponese sta per arrivare. E sì, riguarda anche te

Tommaso Scarpellini

17 Febbraio 2026 - 20:19

Il sistema più stabile al mondo potrebbe essere il più fragile. Ma il rischio potrebbe non essere dove tutti guardano.

L’implosione del debito giapponese sta per arrivare. E sì, riguarda anche te

Il Giappone è sempre stato considerato una sorta di anomalia finanziaria. Il Paese con il debito più alto al mondo, eppure anche quello con i tassi più bassi. Il Paese più indebitato, ma allo stesso tempo il più stabile. Ma cosa succede quando questa contraddizione smette di funzionare? E soprattutto, cosa succede quando il sistema che ha sostenuto questa stabilità per decenni inizia a incrinarsi proprio mentre il sistema monetario globale entra nella sua fase più fragile degli ultimi quarant’anni?

La risposta non riguarda solo il Giappone. Riguarda l’intero sistema finanziario globale.

Shift del rischio sovrano globale

Per oltre trent’anni, il rischio sovrano globale è stato associato quasi automaticamente al Giappone. Il motivo è semplice: nessun altro Paese sviluppato ha accumulato un livello di debito pubblico così elevato in rapporto alla propria economia. Il debito giapponese supera oggi i 10 trilioni di dollari, ed è il più alto al mondo in termini di rapporto debito/PIL.

Eppure, nonostante questi numeri apparentemente insostenibili, il Giappone ha mantenuto per decenni una stabilità sorprendente. Questo perché il debito era detenuto principalmente da investitori domestici, e soprattutto perché la Bank of Japan ha mantenuto un controllo diretto sulla curva dei rendimenti attraverso politiche di yield curve control.

Ma oggi qualcosa sta cambiando.

Il segnale tecnico più importante non arriva dal Giappone, ma dagli Stati Uniti. Il US Dollar Index ha rotto un uptrend strutturale attivo dal 2011, un movimento che segnala un cambiamento profondo nella percezione globale del dollaro come valuta rifugio.

Il problema giapponese

Il Giappone rappresenta oggi il punto più fragile del sistema obbligazionario globale.
Il mercato dei Japanese Government Bonds sta inviando segnali inequivocabili. Il rendimento del JGB a 10 anni ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi vent’anni. Ancora più significativo è il movimento sui segmenti a lunga scadenza, con i rendimenti dei bond a 30 e 40 anni in forte aumento.

La volatilità del mercato obbligazionario giapponese ha raggiunto livelli paragonabili a quelli osservati durante la crisi del debito greco nel 2011. Questo è un segnale estremamente raro per un Paese sviluppato.
Le cause sono molteplici.

L’inflazione, rimasta assente per oltre vent’anni, è tornata dopo la pandemia. Il governo ha introdotto nuovi stimoli fiscali e tagli fiscali che stanno ampliando il deficit. Questo significa che il governo dovrà emettere ancora più debito in un contesto in cui la domanda naturale per questi titoli sta diminuendo.

Il messaggio del mercato è chiaro. I bond giapponesi non sono più percepiti come uno store of value completamente sicuro.

Le due opzioni di fronte a una crisi obbligazionaria

Quando un Paese altamente indebitato affronta una crisi obbligazionaria, esistono solo due possibili soluzioni.
La prima è il default o la ristrutturazione del debito. La seconda opzione è la monetizzazione del debito.

Questo significa che la banca centrale crea nuova moneta e utilizza questa liquidità per acquistare titoli di stato. In questo modo, i rendimenti vengono artificialmente mantenuti bassi, e il governo può continuare a finanziarsi. Ma questa soluzione ha un costo nascosto.

Distrugge il valore reale del debito attraverso l’inflazione. Penalizza i possessori di obbligazioni. E soprattutto, riduce la fiducia nella valuta. Tutti i segnali indicano che il Giappone sta scegliendo questa strada.

La conseguenza naturale: svalutazione dello yen

Quando una banca centrale aumenta l’offerta di moneta per finanziare il debito pubblico, la conseguenza naturale è la svalutazione della valuta.

Una valuta più debole rende gli asset denominati in quella valuta meno attraenti per gli investitori internazionali.
In condizioni normali, questo porterebbe a uno yen debole e a un dollaro forte.
Ma il contesto attuale è molto più complesso.

La strategia americana: dollaro più debole

Anche gli Stati Uniti hanno un interesse strategico a ridurre la sopravvalutazione del dollaro.
Un dollaro troppo forte riduce la competitività delle esportazioni americane e rende più difficile rilanciare il settore manifatturiero.

L’amministrazione Trump, tornata al potere nel 2025, ha chiaramente indicato la volontà di ridurre la forza del dollaro come parte di una strategia più ampia di riequilibrio economico.
Ma qui emerge un paradosso.
Se lo yen si indebolisce troppo, il dollaro si rafforza automaticamente. Questo contraddice l’obiettivo americano.

Coordinamento tra Fed e Bank of Japan

Questo è il punto più importante e meno compreso.
Le banche centrali non operano nel vuoto. In momenti di stress sistemico, possono coordinare le loro politiche.
La Federal Reserve e la Bank of Japan hanno entrambe un interesse comune. Evitare un collasso disordinato dello yen e allo stesso tempo evitare un dollaro eccessivamente forte.

La Bank of Japan può vendere riserve denominate in dollari per acquistare yen. La Federal Reserve, attraverso swap lines e operazioni sui mercati valutari, ha la capacità virtualmente illimitata di fornire liquidità in dollari e influenzare il mercato dei cambi. Questo coordinamento aumenta significativamente la probabilità di successo nel controllo del tasso di cambio.

Quanto può scendere il dollaro

Secondo la Bank for International Settlements, il dollaro rimane fortemente sopravvalutato in termini reali.
Storicamente, queste sopravvalutazioni tendono a correggersi attraverso movimenti significativi.
Uno scenario realistico potrebbe includere una discesa del US Dollar Index tra il 10 percento e il 15 percento nei prossimi anni.

Questo avrebbe implicazioni profonde per i mercati finanziari globali.