Ormai ci siamo, e a scalpitare nel giorno delle Elezioni USA sono anche i cittadini italiani.
Tra qualche ora il mondo conoscerà il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti: sarà il candidato repubblicano Donald Trump o la candidata democratica Kamala Harris?
In un clima di tifoseria da stadio, che da tempo ha contagiato il mondo intero, con il diffondersi a macchia d’olio del populismo, la trepidazione per l’esito dell’Election Day è palpabile anche in Italia.
In gioco c’è il destino del pianeta, dal momento che il prossimo presidente degli Stati Uniti detterà legge su diversi dossier, incluso quello tra i più caldi, che vede protagonista la stessa sopravvivenza della Terra.
Non per niente, tra i temi caldi della campagna elettorale dei due candidati, si è messa in evidenza proprio la gestione dei cambiamenti climatici.
Perché le Elezioni USA 2024 sono importanti (anche) per l’Italia
Ridisegnando la mappa delle relazioni tra gli Stati Uniti e il mondo, il nuovo volto dell’America decreterà il futuro della geopolitica, dei commerci, dell’economia, della finanza, dei tassi, della politica stessa.
Inevitabili le conseguenze anche sull’Average Joe (così viene chiamato il cittadino medio americano) italiano, tanto più in un mondo sempre più polarizzato, ostaggio di un processo di deglobalizzazione che si sta intensificando.
Lo sa bene in primis lo stesso cittadino italiano che, forse, mai prima d’ora ha seguito tanto attentamente l’appuntamento delle Elezioni USA di questo martedì 5 novembre 2024, ben consapevole di cosa c’è in ballo: praticamente, il futuro, in un momento in cui, alle prese con la guerra in Ucraina - ben diversa da quella guerra lampo che era stata erroneamente prevista da molti italiani quando scoppiò ormai più di due anni fa - così come anche con la guerra in Medio Oriente - che rischia di diventare sempre di più un conflitto allargato - il futuro appare decisamente fosco.
Tutto questo, in un contesto in cui l’italiano, così come l’Average Joe di tutto il mondo, guarda con timore, sospetto o ammirazione, a seconda del suo orientamento politico - e in realtà anche sulla base del sangue populistico che scorre ormai nelle sue vene - anche ai cosiddetti BRICS, ovvero a quel blocco rappresentato dal Brasile, dalla Russia, dall’India, dalla Cina e dal Sud Africa, diventato ora più agguerrito, con un Vladimir Putin infuriato con l’Europa e gli Stati Uniti pro-Ucraina e contro Mosca.
Le conseguenze sull’Italia in caso di vittoria di Trump o di Harris
In sostanza, le pedine che la nuova presidenza americana targata Donald Trump o Kamala Harris muoverà sullo scacchiere geopolitico internazionale avranno inevitabilmente effetti sulle tasche e sulla vita di ciascun singolo cittadino dell’Italia, così come del pianeta intero.
Quattro sono le aree principali che saranno influenzate, nello specifico, in Italia, da una vittoria di Trump o di Harris all’Election Day:
- il futuro del clima, dunque della transizione energetica e dunque dell’utilizzo delle auto elettriche da parte dei consumatori.
- il livello di sicurezza percepito dagli italiani, con le decisioni che saranno prese dalla futura amministrazione USA riguardo alla gestione dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente.
- Il futuro dell’inflazione, dunque dei tassi, dunque anche delle rate sui mutui e, di conseguenza, della propensione a spendere e/o al risparmio dal momento che, a causa del cambio-dollaro, la BCE, per ora di Christine Lagarde, non potrà discostarsi in modo eccessivo dalla politica monetaria della Federal Reserve, guidata per ora da Jerome Powell.
- Il futuro del Made in Italy, che rischia di essere colpito dallo schiaffo sonoro dei dazi.
Europa e Italia meno green con Trump alla Casa Bianca? Non scommetteteci
Per quanto riguarda la gestione del clima e della transizione energetica degli Stati Uniti, che sarà decisa dal prossimo presidente americano, nel caso in cui dovesse vincere Kamala Harris, le ripercussioni per l’Italia non implicherebbero uno stravolgimento dello status quo.
Il diktat che l’Italia deve osservare rimarrà - anche in caso di vittoria di Donald Trump alle elezioni USA - quello dell’Unione europea, contenuto nella legge UE sul clima, con cui è stato statuito che, al fine di contrastare i cambiamenti climatici, Bruxelles ha deciso di alzare l’obiettivo di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 (dall’attuale 40%), rendendo giuridicamente vincolante la neutralità climatica entro il 2050.
Con questo dettame, è stato già stabilito in Europa che, a partire dal 2035, in Italia e nel Continente le auto in commercio dovranno essere esclusivamente elettriche.
Il governo Meloni che, salvo colpi di scena, rimarrà in carica fino al 2027, ha già espresso la sua opinione, invocando più tempo per realizzare la transizione energetica e dicendosi praticamente contraria al passaggio all’obbligo dell’auto elettrica entro il 2035, spalleggiata soprattutto dal suo vicepremier Matteo Salvini.
È tuttavia probabile, come è stato avvertito da alcuni analisti, che anche una vittoria di Trump, che ha già definito il “Green New Deal” il “Green New Scam”, ovvero la “Truffa green”, non riuscirà a riportare indietro le lancette dell’orologio.
Tra l’altro, è stato lo stesso Donald Trump, che gode tra l’altro del sostegno di Elon Musk, il CEO e fondatore del colosso delle auto EV Tesla, a contraddirsi in modo quasi plateale, affermando di essere in realtà a favore dei veicoli elettrici: “Sono a favore delle auto elettriche, devo esserlo perchè Elon mi ha sostenuto in modo molto significativo”, ha detto parlando ad Atlanta, nello Stato americano della Georgia, agli inizi di agosto.
Dunque, un attenti agli italiani che sperano che una vittoria di Trump fermi l’onda green è più che giustificato.
C’è poi il fattore sicurezza, che si collega a quello della difesa. Il prossimo presidente USA dovrà decidere che voce in capitolo avere sia nella gestione del conflitto in Ucraina che nella guerra in Medio Oriente che, con i recenti attacchi tra Israele e l’Iran, si è tradotta in una escalation delle tensioni geopolitiche globali.
Scatto petrolio (e dunque caro bollette) con Trump VS l’Iran? Ma occhio al fattore addio Ucraina
Una vittoria di Trump all’Election Day potrebbe avere conseguenze immediate, in primis, sul conflitto in Medio Oriente dopo che, già ai tempi della sua presidenza, il tycoon ha inflitto ripetute sanzioni contro Teheran, iniziando con il mandare subito all’aria la partecipazione degli Stati Uniti all’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA) che era stato raggiunto insieme alla Russia, alla Cina, alla Germania, agli UK-Regno Unito e alla Francia, entrato in vigore nel 2016, anno della sua elezione a presidente americano.
Ma, in caso di nuove misure contro l’Iran, e di un sostegno più forte degli Stati Uniti a Israele, il risultante acuirsi delle tensioni geopolitiche potrebbe portare i prezzi del petrolio a prezzare molto più di quanto fatto oggi i venti di guerra. Per il cittadino italiano, l’impatto potrebbe essere così una nuova impennata dei costi del carburante, dunque il ripresentarsi del problema del caro energia.
Dall’altro alto, escludendo il fattore Iran con il suo “Drill, baby, drill”, Trump ha manifestato tutta l’intenzione di fare in modo che si trivelli a più non posso negli States: una sua vittoria potrebbe di conseguenza aumentare l’offerta di oil made in USA ed esercitare così una pressione ribassista sui prezzi globali del petrolio, a vantaggio anche del cittadino italiano, che tirerebbe un sospiro di sollievo di fronte all’affievolirsi della minaccia di una nuova impennata dei prezzi energetici.
La minaccia (sempre ex Iran) verrebbe poi del tutto affossata nel caso in cui, così come ha detto di voler fare, il candidato repubblicano decidesse di staccare la spina agli aiuti che gli Stati Uniti erogano all’Ucraina. “È il più grande venditore della storia. Ogni volta che viene qui se ne va con 60 miliardi di dollari”, ha detto alla fine di settembre Donald Trump, parlando del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Detto questo, a meno di una escalation fuori controllo delle tensioni geopolitiche che vedessero gli USA scontrarsi direttamente contro l’Iran, la previsione è che sia una vittoria di Trump che di Harris non dovrebbe cambiare l’outlook deprimente sui prezzi del petrolio che, secondo le attese, sono destinati a scendere ulteriormente nel 2025, a causa dell’eccesso di offerta presente sul mercato: un surplus provocato sia dal balzo della produzione USA (che Trump vorrebbe far diventare anche più imponente), che dalla maggiore offerta di Brasile, Guyana e Canada. E un eccesso di offerta che ha tra le sue ragioni anche la debolezza della domanda, in tempi di crescita economica dubbia.
Gli analisti di Citigroup e di JPMorgan hanno già annunciato di prevedere flessioni dei prezzi del petrolio fino a $60 al barile.
Inflazione più alta, rischio tassi e rate mutui più elevati per gli italiani
Il dietrofront dei prezzi del petrolio e delle commodities messo in conto dagli economisti a prescindere da una vittoria di Donald Trump o di Kamala Harris alle Elezioni USA potrebbe però rivelarsi non sufficiente a portare i consumatori e i mercati, dunque anche i cittadini italiani, ad archiviare finalmente la paura dell’inflazione:
questa potrebbe anzi ripresentarsi, condizionando dunque di riflesso anche la BCE di Christine Lagarde, in quanto su una cosa si sono trovati concordi gli analisti nel definire le politiche economiche di Donald Trump: l’utilizzo dell’aggettivo “inflazionistiche”.
L’eventuale decisione dell’amministrazione Trump, in caso di vittoria del tycoon, di abbassare le tasse, erogando anche incentivi a favore dell’industria americana potrebbe dare infatti un’ulteriore spinta all’economia USA, tra l’altro ancora in buone condizioni di salute, a dispetto di chi paventava un hard landing per il PIL americano. L’effetto collaterale della crescita, tuttavia, sarebbe il rialzo anche dell’inflazione, che costringerebbe la Fed a tenere i tassi più alti per un periodo di tempo più lungo, sposando la narrativa “higher for longer” (più alti per un periodo di tempo più lungo).
Qualcuno ha già iniziato a temere che, a rischio, siano gli stessi tagli ai tassi da parte della Banca centrale USA.
Ma se la Fed taglierà i tassi in modo meno sostenuto, altrettanto sarà costretta a fare la BCE, a dispetto dei cittadini italiani che sperano in una riduzione ulteriore del costo del denaro per pagare rate sui mutui più basse, dopo l’impennata degli ultimi anni.
C’è poi un effetto che Trump potrebbe avere sugli animi stessi degli italiani e non solo, come indicato da James Carrick, Global economist di LGIM.
Secondo Carrick, una vittoria di Trump porterebbe automaticamente gli Stati Uniti a diventare “un altro paese occidentale governato da forze considerate populiste, spesso con posizioni di estrema destra”.
Gli Stati Uniti si affiancherebbero così ad altri paesi già di destra, come i Paesi Bassi, l’Austria, l’Italia e numerose nazioni dell’Est Europa, in vista tra l’altro delle prossime elezioni in Francia e in Germania e, secondo l’esperto di LGIM proprio queste politiche improntate al populismo e dunque ai bazooka fiscali potrebbero portare la politica monetaria, in generale, a continuare a focalizzarsi in modo più forte, rispetto al passato, sul trend dell’inflazione.
Ciò significa, avverte Carrick che, “collocando tutto ciò nel contesto attuale, in cui le economie stanno vivendo un rallentamento della crescita, ma non particolarmente marcato, le banche centrali potrebbero scegliere di sacrificare quest’ultima per combattere l’inflazione che scaturirebbe da una fiscalità espansiva, con i mercati azionari che subirebbero delle pressioni al ribasso per via dei maggiori tassi d’interesse”.
Se però le banche centrali si astenessero dall’intervenire, qualche sorpresa potrebbe non essere esclusa. “Se l’outlook economico dovesse peggiorare e le misure populiste fossero sostenute anche dalla politica monetaria, allora le azioni ne beneficerebbero”, scrive l’economista di LGIM.
La domanda, tuttavia, rimane: nel lungo andare i cittadini medi beneficerebbero di un’economia destinata a diventare sempre più indebitata?
Carrick ha menzionato tra l’altro i risultati di uno studio della American Economic Review, pubblicato nel 2023, da cui è emerso che i costi a carico dell’economia del populismo sono “alquanto elevati”.
Ovvero?
“Da questa ricerca, che si basa su un campione di 51 presidenti o primi ministri considerati populisti che hanno governato tra il 1900 e il 2020, emerge che dopo 15 anni il Pil pro-capite è inferiore del 10% rispetto al livello che si sarebbe raggiunto qualora ci fossero stati governi non populisti. Inoltre, lo studio evidenzia anche come alcuni dei lasciti più ricorrenti di queste esperienze di governo siano deficit di bilancio elevati e isolamento commerciale, con una crescita realizzata inferiore a quella attesa”.
L’incubo dei dazi sul Made in Italy
In un contesto in cui la parola populismo fa spesso rima, dunque, con speranze disattese, per gli italiani pro-Trump la delusione potrebbe essere così dietro l’angolo, e anche “solo” per le politiche commerciali che il tycoon tornerebbe a promuovere attraverso l’imposizione di dazi.
Su questo punto gli economisti di Goldman Sachs hanno predetto che le nuove tariffe (che potrebbero essere pari al 10% su tutte le importazioni USA, incluse quelle dei prodotti in arrivo dall’Europa) scatenerebbero un’incertezza sul commercio che sforbicerebbe la crescita del PIL dell’area euro pari all’1%.
D’altronde, nel biennio 2018-2019 (anni in cui Trump era presidente) sempre i dazi del tycoon avevano ridotto ridotto la produzione industriale del blocco del 2%.
Goldman Sachs ha scritto di stimare che, a farne le spese, sarebbero soprattutto la Germania, con la sua industria manifatturiera, e l’Italia. Non proprio una bella notizia, non solo per il tessuto del Made in Italy ma, anche questa, per l’Average Joe italiano che pagherebbe la vittoria del candidato repubblicano con una probabile contrazione dell’industria e, dunque, con meno occupazione e meno PIL.