L’identità razziale non tira più: il brusco risveglio dei Democratici USA

Glauco Maggi

8 Dicembre 2024 - 07:21

La strategia dei Democratici, che si basava sulle “identità razziali” nella speranza, anzi la convinzione, di avere garantita la fedeltà elettorale di neri e ispanici per abitudine, è in via di estinzione. Ecco perché.

L’identità razziale non tira più: il brusco risveglio dei Democratici USA

Le politiche cosiddette identitarie, basate cioè sulla pretesa che se un cittadino con una certa “identità” di razza, di genere, di religione o di propensione sessuale debba, necessariamente, votare per il partito che se ne auto-nomina il paladino, hanno subito un colpo tremendo alle recenti elezioni presidenziali.

Parliamo, ovviamente, del partito Democratico, i cui leader si cullavano nella convinzione che gli ispanici e gli afro-americani, gli ebrei e gli omosessuali, li avrebbero votati, docilmente, per abitudine. E invece hanno scoperto che le adesioni per pura appartenenza al gruppo sono calate, più o meno sensibilmente. Per esempio, la percentuale dei neri pro Trump è raddoppiata dall’8% del 2020 al 16%, mentre tra gli ispanici gli “abbandoni” dei Democratici sono stati tali da far raggiungere a Trump il record (per un repubblicano) del 45%, 13% in più del 2020, e a ridurre al 53% il voto per Harris.
Anche tra gli ebrei, per la posizione nettamente pro Israele di Trump, e tra gli omosessuali, per l’accettazione crescente tra i Repubblicani - anzi l’appoggio esplicito e pubblico di Trump e della moglie Melania - di cui godono le cause LGBTQ tra i conservatori e gli stessi cristiani evangelici, il GOP ha fatto progressi erodendo il tradizionale vantaggio dei Democratici.

Ma queste sono categorie definite, come la distinzione anagrafica tra donne (più filo DEM) e uomini (più filo GOP).
Sulle razze, invece, l’attuale suddivisione utilizzata negli exit poll per registrare le percentuali di adesioni a uno o all’altro candidato è una aberrazione burocratico/politica introdotta “a freddo” da una norma di mezzo secolo fa, e che prima non c’era. Così, mentre dal 1976 è vietato all’Ufficio del Censimento federale di fare domande ai cittadini sulla loro fede religiosa, l’ Office of Management and Budget (OMB, ufficio del management e del budget) ha fissato, per conto del Censimento, un criterio arbitrario per indagare l’appartenenza degli americani ad una certa “razza”.

L’OMB, secondo USA.gov, ha il compito “di supervisione delle agenzie federali e amministra il bilancio federale”. “Perché”, ha chiesto retoricamente in un saggio su FreePress del 3 dicembre lo storico e analista dei trend sociali Michael Lind, l’OMB ha “avuto il compito dal governo di formulare il numero di razze entro le quali si suppone che la popolazione debba essere divisa?”.
Per la risposta si deve andare indietro alle battaglie culturali degli Anni 60 per l’introduzione dei diritti civili. L’abolizione delle discriminazioni tra le razze che prima era in vigore sui posti di lavoro, nelle scuole o nella assegnazione delle case, aveva creato un nuovo problema per i dirigenti del movimento dei diritti civili. Ottenuta la vittoria in parlamento, due erano le strade possibili per definire come il governo avrebbe dovuto/potuto aiutare i membri delle minoranze non più discriminate a farsi strada nella società. La quale, al tempo, era di fatto ancora dominata dai bianchi. Una strada era quella di Bayard Rustin e di altri seguaci di Martin Luther King, che nella sua lotta aveva predicato (“I have a Dream”) per la uguaglianza e parità di diritti di tutti, a prescindere dalla razza colore della pelle (“blindless”, ciechi davanti al colore della pelle). L’altra strada, guidata dai gruppi radicali di sinistra, neri e ispanici, fu quella che vinse, e che riuscì a far passare l’ “affirmative action”.

Ossia la norma che una nuova “discriminazione a favore” potesse cancellare le conseguenze della precedente “discriminazione contro”. Essendo però, alla lettera, la negazione palese della uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, di recente i giudici della Corte Suprema hanno dichiarato incostituzionale l’ “affirmative action”.

Tornando alla storia, gli attivisti radicali Chicano della MALFED (Mexican American Legal Defense and Education Fund ) riuscirono a balzare sul carro vincente degli afro-americani e ottennero il riconoscimento di una “razza” pan-ispanica che potesse godere, al pari dei neri, dei privilegi della “affirmative action”. Anche i rappresentanti degli italo-americani e degli irlandesi-americani, che lamentavano d’essere stati discriminati per generazioni dai protestanti anglo-americani, provarono, ma non riuscirono, a farsi ammettere nella elite “neo privilegiata”. Il governo Nixon, per risolvere il conflitto sociale generale che stava scoppiando tra i gruppi etnici e razziali, escogitò la soluzione (affidata all’OMB e adottata nel 1977), di classificare gli americani in cinque “razze ufficiali’: Indiani americani o nativi dell’Alaska; Asiatici o delle isole del Pacifico; neri; bianchi; ispanici. Con il riconoscimento, le lobby etniche (bianchi esclusi, ovviamente) ottennero l’accesso al ricco tavolo delle provvidenze finanziarie pubbliche per le minoranze e i benefici legali della “affirmative action”.
Nel marzo del 2024 il governo USA ha poi stabilito che le razze, a partire dal Censimento del 2030 (i censimenti sono fatti ogni 10 anni per legge) passeranno da cinque a sette: i nativi hawaiiani o delle isole del Pacifico saranno separati dalla categoria degli asiatici a cui appartengono ora, e sarà aggiunta una nuova categoria di originari del Medio Oriente e dell’Africa del Nord (MENA, Middle East North Afrika).

Le assurdità che nascono dalla esigenza arbitraria di “schedare” le razze in una società come quella americana, l’epitome della commistione sociale ed etnica dei suoi cittadini, non si contano. Un esempio? Gli ebrei, gli arabi, gli iraniani non saranno più “bianchi” secondo il governo americano ma “non bianchi” nella categoria mediorientale-africana del nord (MENA). Il processo di rimescolamento sociale-etnico nel paese è però ad un senso solo, e inarrestabile. Se si guarda al numero crescente di famiglie miste, con la coda di figli e nipoti sempre meno identificabili in una categoria, si ha la prova. Nel 2015, il 46% degli asiatici nati in America, e il 39% degli ispanici nati in America hanno sposato un americano/a di un’altra razza, che di solito è oggi quella bianca, perché i bianchi sono ancora la maggioranza. Tra i neri americani, i matrimoni con membri di altre razze sono schizzati dal 5% del 1980 al 18% del 2015.

La conclusione politica di questa mia digressione è ovvia. La strategia dei Democratici, che si basava sulle “identità razziali” nella speranza, anzi la convinzione, di avere garantita la fedeltà elettorale di neri e ispanici per abitudine, è in via di estinzione. Tra gli indiani americani, abbiamo documentato in un precedente articolo, Trump ha avuto la maggioranza dei consensi. Urge insomma che i DEM depongano l’illusione della “via identitaria al potere”. Gli elettori sono sempre più persone che ragionano individualmente, non al carro di una etnia.