L’America Latina sceglie (ancora) la destra. Ma dietro la vittoria di De La Espriella in Colombia c’è molto più

Flavia Provenzani

22 Giugno 2026 - 10:51

Analisi di un’America Latina che vira a destra. Dalla vittoria di Abelardo De La Espriella in Colombia al nuovo asse geopolitico tra Washington, sicurezza e risorse strategiche.

L’America Latina sceglie (ancora) la destra. Ma dietro la vittoria di De La Espriella in Colombia c’è molto più

C’è una foto che circola questa mattina sui social di tutta l’America Latina con Abelardo De La Espriella, soprannominato «El Tigre», che saluta una folla in delirio a Barranquilla, Colombia, impegnato a festeggiare la sua vittoria elettorale. Ma dietro quest’immagine c’è una cartolina geopolitica, un segnale che arriva da Bogotá e raggiunge Washington, Pechino e Bruxelles.

Con il 49,65% dei voti contro il 48,70% del senatore di sinistra Iván Cepeda, il candidato della destra nazionalista ha vinto il ballottaggio di domenica scorsa in una delle gare più combattute della storia democratica colombiana. Meno di 250.000 voti di differenza, il margine più stretto in decenni, su quasi 26 milioni di preferenze espresse. Nonostante la contestazione dei risultati da parte di Cepeda (che ha annunciato ricorsi su 33.000 seggi), con 12,9 milioni di voti De La Espriella è diventato il candidato presidenziale più votato nella storia della Colombia.

Abelardo De La Espriella, da ricco avvocato a presidente colombiano

Fino a un anno fa, nessuno pensava che Abelardo De La Espriella sarebbe diventato il nuovo presidente colombiano. Avvocato penalista di successo (tra i suoi clienti il fondatore di uno schema Ponzi che aveva derubato migliaia di colombiani, oltre al controverso uomo d’affari Alex Saab, con stretti legami con Nicolás Maduro), ha costruito la sua fama nei tribunali, non nei palazzi della politica. Non aveva ricoperto cariche pubbliche né militato nei grandi partiti; disponeva però di una forte notorietà mediatica e di un notevole istinto per i social network.

La sua campagna si è basata su “tre” concetti: sicurezza, sicurezza, sicurezza. Mega-carceri, offensiva militare contro le guerriglie narcoterroriste, bombe sui campi dei gruppi armati. «Il primo giorno bombardo tutti i loro accampamenti», ha detto in televisione senza battere ciglio. Il riferimento stilistico è evidente - Nayib Bukele di El Salvador, il «dittatore più figo del mondo» - anche se De La Espriella nega di volerlo imitare. A tutto questo si è aggiunto, nelle ultime settimane di campagna, l’endorsement esplicito di Donald Trump, un sigillo che, nell’America Latina di oggi, vale quanto quello di un partito intero.

La virata a destra in America Latina

La vittoria di De La Espriella non è un fatto isolato, è l’ultimo capitolo in ordine di tempo di una trasformazione politica continentale che in pochi anni ha ribaltato scenari che sembravano consolidati. Quella che agli inizi degli anni ’20 era stata ribattezzata la «marea rosa» (con i governi di sinistra di Petro in Colombia, Boric in Cile, Lula in Brasile, Castillo in Perù) si è ritirata, tra economie in difficoltà e un’insicurezza diventata emergenza esistenziale.

Il conto è lungo: Argentina con Javier Milei, Cile con José Antonio Kast, Ecuador con Daniel Noboa, Bolivia con Rodrigo Paz, Honduras con Nasry Asfura, Costa Rica con Laura Fernández. E ora Colombia. In Perù, intanto, si contano ancora le schede del ballottaggio del 7 giugno, e la conservatrice Keiko Fujimori, al quarto tentativo, potrebbe vincere per poco più dello 0,2%.

«È un allineamento di stelle insolito per Trump», ha detto al Reuters lo studioso Steven Levitsky, professore di studi latinoamericani ad Harvard. «Raramente si vede un numero così grande di governi ideologicamente convergenti come quello che stiamo vedendo ora».

Il professore ha ragione. Ma la convergenza non è solo frutto del caso o della stanchezza degli elettori verso governi di sinistra che non hanno mantenuto le promesse. C’è una regia, o almeno una spinta, che sembra venire da Washington.

Lo Scudo delle Americhe voluto da Trump

A marzo 2026, Trump ha convocato nel resort di Doral, in Florida, più di una dozzina di leader latinoamericani per lanciare lo «Shield of the Americas», lo Scudo delle Americhe, un’alleanza sul fronte sicurezza anti-cartelli che è, in realtà, molto di più. È il tentativo di riaffermare la Dottrina Monroe nel XXI secolo con una “piccola” aggiunta: tenere fuori la Cina. Perché la vera posta in gioco non è solo il traffico di droga. L’America Latina è seduta su un tesoro che il mondo intero vuole fatto di litio, rame, niobio, terre rare indispensabili per la tecnologia moderna e la corsa agli armamenti. La Cina controlla il 70% dell’estrazione e il 90% della raffinazione di questi materiali ma Washington vuole invertire questa equazione, e un continente governato da leader MAGA-friendly è lo strumento più comodo per farlo.

De La Espriella si è già detto pronto ad aderire allo Scudo. Annuncerà anche la riapertura dell’esplorazione petrolifera e del fracking, bloccata dal suo predecessore Petro, in un momento in cui la guerra contro l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi dell’energia globale. La Colombia è vicina al Venezuela, che Trump ha «liberato» facendo rapire Maduro in un’operazione a gennaio, e alle sue riserve petrolifere immense. Il quadro strategico trumpiano si incastra perfettamente.

Governi nuovi, stessi problemi

Ma sotto la superficie della vittoria i problemi restano. De La Espriella dovrà governare con un Congresso ostile, nel quale il Pacto Histórico di Cepeda e Petro detiene più seggi di qualsiasi altro partito. La Colombia è un Paese di 52 milioni di abitanti, con gruppi armati che controllano interi territori, miniere illegali e rotte del narcotraffico che non si smontano con le elezioni. «Importare le soluzioni di sicurezza di El Salvador in Colombia non è fattibile - né legalmente, né dal punto di vista del bilancio, né sul piano dell’impegno internazionale», ha spiegato Sergio Guzmán, fondatore di Colombia Risk Analysis.

Il rischio lo conosce bene chiunque abbia seguito gli altri governi di destra della regione. In Ecuador i crimini violenti sono aumentati del 30% l’anno scorso, nonostante Noboa avesse promesso pugno di ferro. In Costa Rica i numeri dei delitti restano alti. In Cile, Kast ha visto il suo indice di gradimento crollare dopo che la guerra all’Iran ha costretto il governo ad alzare il prezzo dei carburanti. In Bolivia, che ha appena virato a destra con Rodrigo Paz, sono stati necessari 50 giorni di blocchi stradali e uno stato di emergenza per sgomberare le proteste contro l’austerità. E in Argentina, le misure di Milei continuano a innescare cortei di piazza con una regolarità quasi settimanale.

Resta un’ultima tessera, la più importante: il Brasile. Con le elezioni presidenziali previste per ottobre 2026, Lula e Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente, attualmente in prigione, sono testa a testa nei sondaggi, entrambi intorno al 46%. Trump ha scommesso apertamente sul giovane Bolsonaro e se anche il Brasile dovesse virare a destra, la trasformazione del continente sarebbe pressoché completa.

Per ora, intanto, la Colombia è abbastanza.