L’Italia sta vivendo una fase di forte espansione nel settore dei data center, sostenuta dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, del cloud e dalla crescente digitalizzazione dei processi industriali.
Secondo le più recenti analisi di settore diffuse tra fine 2025 e inizio 2026, la domanda di nuovi spazi data center nel nostro Paese è attesa in crescita di circa il 30% su base annua nel 2025, con un’ulteriore espansione prevista nel 2026. Milano si conferma l’hub principale, seguita da Roma, mentre alcune aree del Sud stanno attirando nuovi investimenti grazie alla disponibilità di terreni e alla vicinanza ai cavi sottomarini che collegano Europa, Africa e Asia.
L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano stima investimenti per circa 25 miliardi di euro tra il 2026 e il 2029 tra nuove costruzioni e apparecchiature IT. Parallelamente, l’Italian Data Center Association (IDA) prevede oltre 21 miliardi di euro di investimenti nei prossimi cinque anni e un incremento della capacità installata fino al 600% rispetto ai livelli del 2024.
Se però i riflettori sono puntati sui grandi data center hyperscale e sui carichi di lavoro dell’AI, c’è un segmento meno visibile ma strategico per gli investitori: il raffreddamento.
Un data center di nuova generazione può destinare fino al 35-40% dei consumi energetici complessivi ai sistemi di cooling. I rack ad alta densità e i chip per l’AI generano quantità di calore molto superiori rispetto ai carichi cloud tradizionali. Senza sistemi di dissipazione avanzati, la sostenibilità tecnica ed economica dell’infrastruttura viene meno.
Questo si traduce in investimenti crescenti in sistemi HVAC industriali, raffreddamento a liquido (liquid cooling), soluzioni ibride aria-acqua, free cooling e sistemi di recupero del calore.
Secondo alcune stime, il mercato italiano del cooling legato ai data center potrebbe superare 1 miliardo di euro annuo entro il 2026, considerando nuove installazioni e ammodernamenti degli impianti esistenti. Un segmento che, inoltre, genera ricavi ricorrenti legati alla manutenzione e ai contratti pluriennali.
Per un investitore di lungo periodo, questo significa esposizione a flussi relativamente stabili più che a dinamiche speculative.
Utility, ingegneria e colossi HVAC: chi può intercettare il trend
Non esiste un “titolo data center” puro quotato in Italia, ma diverse società possono beneficiare indirettamente della crescita infrastrutturale.
1. Utility ed energia
I data center sono grandi consumatori di elettricità, spesso con contratti di lungo periodo e accordi PPA (Power Purchase Agreement) legati alle rinnovabili.
In questo contesto, gruppi come Enel e A2A possono beneficiare dell’aumento della domanda elettrica, soprattutto laddove integrano produzione rinnovabile, efficienza energetica e servizi di flessibilità di rete.
La crescente attenzione ai criteri ESG e alla decarbonizzazione potrebbe favorire le utility capaci di offrire soluzioni energetiche dedicate ai grandi operatori digitali.
2. Ingegneria e costruzioni
La realizzazione di data center hyperscale richiede competenze avanzate in progettazione impiantistica, gestione termica e infrastrutture ad alta efficienza.
Gruppi come Maire (ex Maire Tecnimont) e Webuild operano nell’ambito delle grandi infrastrutture e potrebbero intercettare parte della domanda nei progetti integrati.
Il valore aggiunto non è solo nella costruzione, ma nella capacità di progettare impianti efficienti, resilienti e compatibili con standard ambientali sempre più stringenti.
3. Leader globali del raffreddamento
Sul fronte specifico del cooling industriale, i principali beneficiari sono player internazionali specializzati in HVAC.
Tra questi:
- Trane Technologies
- Carrier Global
- Daikin Industries
Queste aziende stanno investendo in modo significativo nel liquid cooling per data center AI, segmento che secondo diverse proiezioni potrebbe crescere a doppia cifra nei prossimi anni.
Negli ultimi esercizi, il comparto data center ha registrato per diversi operatori HVAC una crescita dei ricavi superiore al 15% annuo, con marginalità spesso più elevata rispetto alle applicazioni tradizionali.
Efficienza energetica e regolazione: i nodi da monitorare
Il tema centrale non è soltanto la crescita, ma l’efficienza.
L’Europa impone standard sempre più stringenti in materia di consumi energetici. Il parametro PUE (Power Usage Effectiveness) è diventato un indicatore chiave di competitività: più è basso, più il data center è efficiente.
Ridurre il PUE significa investire in:
- raffreddamento diretto a liquido
- sistemi ibridi ad alta efficienza
- recupero del calore per reti di teleriscaldamento
Al tempo stesso permangono rischi: disponibilità di energia, tempi autorizzativi, carenza di talenti specializzati in progettazione e gestione.
Tuttavia, la traiettoria strutturale appare chiara. La digitalizzazione industriale, il cloud sovrano europeo e la corsa globale all’intelligenza artificiale indicano una domanda di capacità computazionale destinata a crescere nel medio-lungo periodo.
Il punto non è inseguire il titolo tecnologico del momento, ma comprendere quali segmenti infrastrutturali possano beneficiare in modo strutturale del trend.
Il raffreddamento dei data center è una componente tecnica, ma indispensabile. Genera ricavi ricorrenti, richiede innovazione continua e rappresenta uno dei tasselli più sottovalutati della catena del valore dell’AI.
Meno narrativa, più infrastruttura. Ed è proprio lì che spesso si nascondono le opportunità più solide.
Articolo originariamente pubblicato su Money.it International: AI is overheating data centers: the hidden €1 billion opportunity