Il deal Kkr-Tim è stato approvato a maggioranza schiacciante, 11 a 3, dal consiglio di amministrazione della telco italiana. La francese Vivendi, prima azionista in termini relativi del gruppo di Via Negri, ha preannunciato una battaglia legale, in attesa di vedere se riuscirà a spuntare per azione un prezzo doppio degli 0,25 euro ad azione di valore del titolo Tim. E mentre la politica italiana si divide tra un governo Meloni desideroso di chiudere l’affare portando il Tesoro a essere socio di minoranza di Kkr e una sinistra sulle barricate che riscopre la parola “sovranità” senza patemi (perfino il Verde Angelo Bonelli lo sdogana!)), quello che finora non si è discusso è l’atteggiamento previsto degli altri investitori di Tim a parte il colosso francese.
Il connubio tra geopolitica e finanza
Vivendi vuole il voto dell’assemblea dei soci per ratificare l’esito del cda di domenica scorsa, ma la realtà che per il gruppo guidato da Vincent Bolloré e dal manager di fiducia Arnaud de Puyfontaine sembra destinata a concretizzarsi, anche in caso di palla riportata ai soci, è di un via libera sostanziale al deal.
Non c’è per ora una voce esplicita sull’offerta di Kkr per Tim da parte degli altri partner di Vivendi nel gruppo. Scontato, ovviamente, il via libera all’asse Kkr-Tesoro di Cassa Depositi e Prestiti, partecipata da Via XX Settembre, che detiene il 9,80% del capitale, per l’offerta d’acquisto di NetCo, la società che conterrà rete secondaria e primaria di Tim, mantenendo l’operatività di ServCo, che riunirà Noovle, Olivetti, Telsy, il busines consumer e Tim Brasil, bisogna capire le intenzioni degli altri attori.
E qui un focus sull’asse tra finanza e geopolitica può aiutare: possono i grandi fondi chiudere a un affare che sdogana l’attività di un colosso da 460 miliardi di dollari di asset, ben inserito negli apparati federali Usa, con nel novero dei partner un ex direttore della Cia come il generale David Petraeus,in una fase in cui per Washington il controllo delle reti tlc è così strategico e il ruolo dell’Italia centrale in un duello globale con la Cina e in una corsa alla supremazia sull’Europa con l’asse franco-tedesco sempre più esplicita? Difficile dirlo.
I fondi pro-Opa
Ricordiamo che oltre un anno fa, quando Kkr si presentò per il primo tentativo di Opa, una lettera a cda e collegio sindacale fu inviata dal fondo Kairos, firmata nientemeno che dal suo Chief investment officer Guido Maria Brera anche in rappresentanza di Norges Bank. L’obiettivo? Spingere ad accettare l’offerta di Kkr.
Nessun cambio di rotta è mai arrivato da alcun investitore istituzionale. Norges Bank, lo ricordiamo, col 3,1% è il terzo azionista relativo di Tim dopo Cdp e Vivendi. Kairos si ritrova nell’ampio gruppo di nomi importanti della finanza che rappresentano l’ampia e affollata platea dei detentori di capitali della telco italiana, dai britannici di Tavira, Glg e Fiche agli olandesi di Apg Asset Management. Tutti questi attori vedrebbero sicuramente di buon grado la cessione di NetCo funzionale a snellire Tim di legami con asset di ampia e complessa gestione per “mungere” la cash cow di ServCo. A Vivendi, per bandiera, può associarsi solo lo 0,5% dei transalpini di Cpr Asset Management per sostenere la primazia transalpina nel gruppo.
L’Italia terra di conquista
Citando Dante Alighieri, Vivendi dovrà in fin dei conti con ogni probabilità dare semaforo verde a Kkr su Tim perché Vuolsi così colà dove si puote, ovvero a Washington e New York. E i fondi sembrano desiderosi di dar via libera al deal proprio perché capace di sottrarre a Tim l’incertezza che i trend politici e strategici e la lotta per la governance impongono, a scapito dei dividendi che la focalizzazione su ServCo sembra capace di garantire maggiormente. Nel matrimonio tra geopolitica e finanza, oggi più che mai, queste considerazioni influiscono. Con un’amara coda: la lingua italiana sembra essere poco pronunciata nel dibattito sul futuro di un gruppo ove si discute in inglese e francese. E l’Italia è, sempre più che mai, terra di conquista negli asset strategici.