Israele, la corsa verso il baratro e lo scenario regionale

Andrea Muratore

10 Ottobre 2023 - 10:05

Dal 2006 a oggi Israele cerca la soluzione militare definitiva al conflitto con i palestinesi illudendosi di poter spianare le basi della jihad non accorgendosi di alimentare un circolo vizioso.

Israele, la corsa verso il baratro e lo scenario regionale

L’attacco sanguinoso di Hamas contro Israele di sabato 7 ottobre ha prodotto una conseguenza a cascata dopo l’altra, a partire dalla durissima reazione di Tsahal, l’esercito di Tel Aviv, a violenti raid aerei contro la Striscia di Gaza e alla minaccia di un intervento di terra a cui le Israel Defence Force stanno minuziosamente preparandosi.

L’aggressione dei militanti a Israele ha causato uno shock collettivo che può avere, nella sfera occidentale, come unici paragoni l’11 settembre 2001, giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, e il 13 novembre 2015, data del fatale attacco al Bataclan di Parigi. Israele, come Francia e Stati Uniti prima di lui, si sveglia scioccata dagli avvenimenti e prepara la reazione. Ma oltre la comprensibile risposta al dolore e la volontà di Tel Aviv di consegnare alla giustizia, umana o (preferibilmente) divina i responsabili degli attacchi, l’assalto di Hamas e la controrisposta israeliana si inseriscono in un contesto di guerra prolungata tra Tel Aviv e i militanti che occupano la Striscia la cui incentivazione si può tramutare in una crisi securitaria di portata regionale.

Questo per almeno tre ordini di motivi: innanzitutto, la necessità di Israele di trovare nella risposta a Hamas una nuova forma di compattezza politica; in secondo luogo, per le conseguenze strategiche dell’illusione di poter risolvere militarmente la questione di Hamas; infine, per la possibile escalation regionale che potrebbe provocare sugli accordi di Abramo.

Il caos politico a Israele

Partiamo dal primo punto: Benjamin Netanyahu, tornato al potere a fine 2022, ha offerto all’opposizione di centro-destra moderata guidata dall’ex premier Yair Lapid e dall’ex presidente della Knesset Benny Gantz un governo di unità nazionale. Questo per annacquare il divisionismo politico interno, far mettere a tutti la “firma” sulla guerra a Hamas e anche, se non soprattutto, per liberarsi dell’abbraccio mortale dei super-falchi di estrema destra come Itman Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale e leader del partito Potere Ebraico, assecondare le cui scelte ha contribuito al disastro.

Rivalità tra intelligence, focus securitario su Iran e territori palestinesi “colonizzati” dai cittadini ebrei, sguarnimento del confine di Gaza sono tutte decisioni imputabili alla svolta securitaria con cui Netanyahu prova a tenere assieme le tre destre d’Israele: quella del suo Likud, conservatore e nazionalista; quella dei partiti dell’ultraortodossia religiosa; infine, quella fondata sul separatismo etnico di Ben-Gvir.

Tre destre per tre visioni del Paese diverse, che vanno dall’iper-laicismo di Netanyahu al suprematismo etnico o religioso, unite da una corrente comune: la necessità di fare della svolta securitaria e dell’espansione degli insediamenti un minimo comun denominatore. Da cui è derivata una sottovalutazione della minaccia di Hamas: il politologo libanese Michael Tanchum ha ricordato che al 7 ottobre il 70% delle unità israeliane era schierato negli insediamenti a coprire i coloni e il prestigioso quotidiano israeliano Haaretz ha sottolineato che “quasi tutte le unità di leva dell’esercito erano impegnate a controllare e mantenere l’occupazione e l’impresa di insediamento. Un battaglione è stato coinvolto nella protezione di una sessione di preghiera tenutasi nella città palestinese di Hawara”, dove giovedì scorso un gruppo di coloni guidato da un deputato di estrema destra ha ucciso un civile arabo 19enne. Netanyahu vuole annacquare gli erroriche già sul fronte interno gli vengono rinfacciati e spingere sulla guerra per compattare il Paese dietro il comandante in capo anche per far dimenticare queste manchevolezze.

Israele può risolvere militarmente la partita con Hamas?

L’idea di Israele e del suo governo è chiara: usare la bandiera della vittoria militare definitiva contro Hamas per rispondere all’escalation terroristica. Ebbene, venendo al secondo punto, possiamo affermare che tutto questo è ad oggi estremamente remoto.

Dal 2006 a oggi Israele cerca la soluzione militare definitiva al conflitto con i militanti palestinesi illudendosi di poter, una volta per tutte, spianare le basi della jihad islamica nella Striscia di Gaza non accorgendosi di star alimentando un circolo vizioso: più distruzione a Gaza vuol dire in sostanza più insicurezza per Israele, più raid violenti contro i servizi essenziali vuol dire più consenso alla guerra di resistenza di Hamas, che vive e prospera nella disperazione di una Striscia usata come grande “scudo umano”. Israele, inoltre, ci ha messo tre giorni per riconquistare le sacche occupate da Hamas sul suo territorio e questo deve far pensare sulle complicazioni e le perdite che l’ennesimo ingresso a Gaza può provocare.

Il Times of Israel ha in un significativo editoriale sottolineato le ragioni di ordine psicologico che rendono ormai inevitabile un’escalation fino alle estreme conseguenze: “Un Israele forte può tollerare un Hamas belligerante al suo confine; uno più debole non può. Un Israele sicuro può spendere molto tempo e risorse a preoccuparsi delle ricadute umanitarie di una guerra di terra a Gaza; un Israele più vulnerabile non può”. Questo rischia di continuare ad alimentare il ciclo infinito della violenza con sostegno dei falchi di ambo le parti. Ma un’operazione militare a Gaza non sarà una passeggiata.

Lo studioso di intelligence e forze armate Giuseppe Gagliano ha a tal proposito su Il Sussidiario mostrato come Hamas abbia grazie all’alleanza con altri gruppi jihadisti sviluppato “competenze in aree di nicchia, come la gestione di reti di informatori all’interno di Israele, la costruzione di esplosivi sofisticati, l’impiego di droni da combattimento senza equipaggio o l’approvvigionamento di armi specializzate”. La guerra darà filo da torcere e si preannuncia come un tunnel oscuro destinato a inghiottire vite di militari israeliani e civili palestinesi dopo la mattanza di sabato. Senza alcun esito realistico che non sia l’approfondimento di dure e dannose trincee di odio.

Lo scenario regionale

Veniamo dunque all’ultimo tema, quello delle escalation regionali, e non solo. La politica internazionale funziona col sistema del “chiodo schiaccia chiodo”. Le potenze hanno guardato per un anno e mezzo l’Ucraina, hanno trattenuto il fiato su scenari come Niger e Nagorno-Karabakh per pochi giorni o settimane e ora sono chiamate a guardare al Grande Medio Oriente nuovamente, in una giostra infinita che rende impossibile allontanare l’attenzione dall’area più turbolenta delle regioni mediterranee.

Una reazione spropositata nella guerra può portare Israele e Hamas a rendere possibili escalation regionali? Non è detto in partenza. Ma certamente la guerra ha avuto effetti politici dirompenti. L’Arabia Saudita ha congelato il processo di riappacificazione con Israele temendo contraccolpi sul fronte interno; l’Egitto ha dichiarato, smentito da Tel Aviv, di aver avvertito Israele su possibili mosse di Hamas; la Turchia invita alla de-escalation; l’Iran ha sostenuto Hamas e secondo alcuni analisti è il regista della strage di sabato ma oggi come oggi non vuole una guerra diretta con Israele. Vero è che far cadere la tessera del domino della distensione israeliano-islamica incardinata negli Accordi di Abramo era un obiettivo politico che Hamas può dire di aver, almeno in parte, centrato. Sulla pelle della popolazione israeliana colpita e dei civili che a Gaza subiranno la rappresaglia. Ma ad oggi tutti guardano con apprensione a Gaza temendo che una guerra prolungata possa portare più attori a mettere lo zampino per tutelare la propria sicurezza o mettere in difficoltà Israele. Nella geopolitica a frattali il prisma mediorientale distorce, modifica e accelera ogni trend in una regione che produce più storia di quanta ne sappia digerire. Con conseguenze dirompenti sull’ordine globale.