Iraq, la polveriera invisibile nel cessate il fuoco tra Iran e Israele

Roberto Vivaldelli

27/06/2025

Mentre il cessate il fuoco tra Iran e Israele è in vigore, l’Iraq rimane fragile e teatro di attacchi come quello recente con droni alla base di Taji

Iraq, la polveriera invisibile nel cessate il fuoco tra Iran e Israele

Mentre il presidente statunitense Donald Trump celebrava l’accordo di cessate il fuoco tra Iran e Israele, mediato dal Qatar, mettendo - forse - fine alla «guerra dei 12 giorni» c’è un Paese che, ancora una volta, ha dimostrato la propria vulnerabilità e fragilità: l’Iraq.

Una situazione precaria che è stata ulteriormente evidenziata, come riporta Responsible Statecraft, dalla recente decisione di Washington di evacuare parzialmente il personale dell’ambasciata a Baghdad e di autorizzare i familiari dei militari a lasciare la regione, in risposta a informazioni di intelligence su preparativi israeliani per attacchi a lungo raggio. Una mossa che ha reso evidente che lo spazio aereo iracheno è diventato, suo malgrado, un corridoio per le operazioni militari di Israele e Iran.

Il misterioso attacco di droni

A dimostrazione di ciò, nelle ultime ore, un attacco con droni ha colpito la base militare di Taji, a nord di Baghdad, gestita dall’esercito iracheno. Secondo il tenente generale Walid al-Tamimi, comandante delle operazioni di Baghdad, un drone non identificato ha preso di mira un radar di fabbricazione francese, causando danni materiali ma senza vittime. Fonti locali hanno riferito che l’attacco ha danneggiato anche un deposito di carburante e una sezione tecnica elettrica, sottolineando la natura strategica dell’assalto. Un secondo drone è caduto nel distretto di Radwaniya, a circa 10 chilometri dall’aeroporto internazionale di Baghdad, dove sono presenti truppe statunitensi nell’ambito della coalizione anti-jihadista. Non è stata rivendicata la responsabilità dell’attacco, ma il contesto suggerisce il coinvolgimento di milizie sostenute dall’Iran, come Kata’ib Hezbollah, che operano nella zona.

La fragilità politica

La debolezza, dopo la nefasta invasione occidentale del 2003, è politica e militare. Il primo ministro iracheno Mohammed Shia’ al-Sudani si trova infatti in una posizione sempre più complessa, costretto a bilanciare la partnership di sicurezza con gli Stati Uniti e le pressioni interne delle potenti Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie a maggioranza sciita vicine all’Iran. Queste fazioni, in particolare le più radicali, hanno intensificato le richieste di ritiro delle truppe americane, percepite come complici dell’aggressione israeliana, minacciando nuovi attacchi. “Se l’America osa intervenire nella guerra, colpiremo senza esitazione i suoi interessi e le sue basi militari,” ha dichiarato Abu Hussein al-Hamidawi, leader di Kata’ib Hezbollah.

Le PMF, formalizzate nel 2016 come parte delle forze armate irachene dopo il loro ruolo nella lotta contro l’ISIS, rappresentano una sfida per la sovranità di Baghdad. Le fazioni “muqawama” (resistenza) hanno spesso agito contro le politiche ufficiali del governo, come dimostrato dalle minacce di arrestare il presidente siriano Ahmed al-Sharaa o dal rapimento dell’accademica israelo-russa Elizabeth Tsurkov, ancora ostaggio.
L’ostilità verso le forze americane si è acuita dopo l’uccisione, nel 2020, del generale iraniano Qasem Soleimani e del comandante delle PMF Abu Mahdi al-Muhandis, un’azione giustificata dagli Stati Uniti per prevenire attacchi imminenti.

Tensione che è definitivamente esplosa ulteriormente dopo il conflitto tra Israele e Hamas dell’ottobre 2023, con attacchi ripetuti contro basi e personale statunitense in Iraq. L’attacco a Taji si inserisce in questa escalation, con le milizie che vedono le forze straniere come obiettivi legittimi. L’Iraq, che ospita circa 2.500 truppe americane e milizie sostenute dall’Iran integrate nelle sue forze di sicurezza, fatica a mantenere il controllo. La vulnerabilità del suo spazio aereo è aggravata da sistemi di difesa aerea inadeguati, nonostante recenti investimenti per acquisire tecnologie avanzate da Corea del Sud e Francia. Un esempio recente è l’abbattimento di un presunto drone iraniano vicino al consolato americano a Erbil il 15 giugno, effettuato da sistemi di difesa aerea statunitensi.

Il governo iracheno ha reagito attraverso canali diplomatici, con al-Sudani che ha espresso il “rifiuto categorico” dell’uso del territorio o dello spazio aereo iracheno per attacchi contro Paesi vicini. Baghdad ha presentato una protesta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha esortato gli Stati Uniti a impedire sorvoli israeliani. Tuttavia, la leva diplomatica irachena è debole, e l’Accordo Quadro Strategico del 2008, che preclude l’uso del territorio iracheno per attacchi, sembra ignorato dagli interessi strategici americani.
L’Iran, nel frattempo, consapevole dell’impotenza irachena, ha intensificato le pressioni diplomatiche, con il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che ha accusato Baghdad di non proteggere la propria sovranità. Insomma, un bel rebus fatto di pressioni contrastanti, da cui l’Iraq non sembra riuscire a trovare la quadra.