L’Asean, ovvero l’organizzazione politica, economica e culturale delle nazioni situate nel sud-est asiatico, ha sempre cercato di mantenere una posizione neutrale tra Cina e Stati Uniti. Tanto più negli ultimi anni, quando le tensioni tra Washington e Pechino sono accresciute.
Per qualsiasi governo locale, infatti, prendere parte nel bel mezzo di uno scontro tra due grandi potenze significherebbe perdere gran parte dei benefici fin qui accumulati mantenendosi su una posizione mediana. Già, perché qualsiasi player regionale condivide legami - siano economici o di sicurezza - tanto con gli Usa quanto con il Dragone. Spesso persino in contemporanea.
Nel frattempo, mentre l’amministrazione Biden continua a lavorare per creare una rete diplomatica asiatica capace di contenere la Cina - toccando Giappone e Corea del Sud, ma anche i membri dell’Asean - la Cina ha iniziato a riversare i suoi massicci investimenti proprio nel sud-est asiatico. Il risultato è una pioggia di denaro che a queste latitudini non ha precedenti.
Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti sono i principali investitori in progetti di capitale nel sud-est asiatico, avendo speso 74,3 miliardi di dollari tra il 2018 e il 2022; nello stesso lasso di tempo la Cina ha investito 68,5 miliardi di dollari. Ha così preso il via l’ennesimo braccio di ferro silenzioso lungo l’asse che collega Washington a Pechino.
La lotta Usa-Cina per il controllo del sud-est asiatico
Gli investimenti esteri diretti complessivi negli 11 Paesi del sud-est asiatico stanno crescendo rapidamente. Basti pensare che nel 2022 hanno raggiunto il record di 222,5 miliardi di dollari, e che sono cresciuti del 40% tra il 2017 e il 2022. Le imprese statunitensi e cinesi, in particolare, sono attirate dalla stabilità politica dei Paesi dell’area e dai loro grandi mercati. Come se non bastasse, il ruolo strategico della regione - sempre più una sorta di zona cuscinetto tra Stati Uniti e Cina – contribuisce ad attrarre in loco flussi di denaro da tutto il mondo.
Prendiamo il Vietnam. Dopo che Joe Biden lo ha visitato, lo scorso settembre, il Paese è stato definito dal Dipartimento di Stato degli Usa un partner nel “garantire che la catena di approvvigionamento dei semiconduttori sia diversa e resistente”. Sulla scia di questa luna di miele aziende statunitensi del calibro di Synopsys e Marvell Technology hanno espresso il loro entusiasmo per implementare le operazioni in loco. Amkor Technology ha invece già aperto un impianto di semiconduttori nella provincia settentrionale vietnamita di Bac Ninh, ottobre, per un costo totale di 1,6 miliardi di dollari. La struttura è inoltre stata progettata per diventare la più grande base produttiva dell’azienda al mondo, con circa 10.000 posti di lavoro creati.
La risposta della Cina? Malesia e Thailandia. La principale casa automobilistica cinese Zhejiang Geely Holding Group investirà 10 miliardi di dollari nello stato occidentale malese di Perak per creare una base di produzione, e starebbe inoltre valutando la possibilità di costruire un impianto di veicoli elettrici sul territorio thailandese.
Altri esempi? Nel 2020, Kimberly-Clark, il produttore statunitense di Kleenex e altri prodotti per la cura personale, ha annunciato un piano per l’acquisizione di Softex Indonesia per 1,2 miliardi, mentre la cinese Alibaba Group Holding ha investito miliardi di dollari in Lazada, una delle principali società di e-commerce con sede a Singapore.
Influenza e investimenti
Il fine ultimo di Usa e Cina è semplice e coincide con l’intenzione di concentrare gli investimenti nei Paesi Asean diplomaticamente contendibili, in modo tale da conseguire due benefici. Il primo: ottenere vantaggi economici sfruttando le operazioni commerciali messe a segno. Il secondo, e più rilevante nel breve periodo: fare leva sulla presenza commerciale all’interno delle nazioni regionali per rafforzare la cooperazione politica. E quest’ultimo è un particolare non da poco, visto che il sud-est asiatico è situato proprio sulla faglia più calda che minaccia di generare un terremoto Usa-Cina (leggi: conflitto).
Sappiamo, infatti, che Pechino e Washington intendono controllare l’Indo-Pacifico, e che per farlo devono necessariamente passare dal Mar Cinese Meridionale e Orientale, in modo tale da collegare idealmente l’Oceano Pacifico all’Indiano.
In generale, se le imprese statunitensi si sono concentrate principalmente sugli investimenti relativi ai semiconduttori in paesi come Singapore e Malesia, quelle cinesi hanno investito in progetti come la costruzione di impianti EV in Tailandia e lo sviluppo minerario in Indonesia.
Dal punto di vista di Washington, il sud-est asiatico è un luogo ideale per ricostruire le catene di approvvigionamento, limitare l’espansione dell’influenza cinese e formato da una mercato costituito da un totale di oltre 600 milioni di persone. Per Pechino, invece, l’Asean è semplicemente un jolly da giocare nella sfida per l’Indo-Pacifico con gli Usa.