Intesa Sanpaolo resta da comprare (upside del 21%). Il segnale dagli USA

Claudia Cervi

15/04/2026

Dalle trimestrali USA un segnale chiaro: perché Intesa Sanpaolo è tra le banche da comprare ora (con upside del 21% nonostante i rischi globali).

Intesa Sanpaolo resta da comprare (upside del 21%). Il segnale dagli USA

Alle azioni Intesa Sanpaolo manca meno del 3% per cancellare il crollo seguito allo scoppio della guerra in Iran. Dai minimi di marzo il titolo è già rimbalzato del 20%, ma secondo gli analisti il potenziale non è esaurito: c’è ancora un upside del 21%.

Perché il mercato continua a sottovalutarla? Qualcosa non torna. Se i risultati record del 2025 non sono bastati a sostenere il titolo, perché ora il titolo dovrebbe salire?

Dagli USA arriva un segnale chiaro. Le trimestrali delle banche, Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo, hanno mostrato una dinamica chiara: non basta più battere le stime, serve dimostrare che i margini reggeranno anche domani. E se Wall Street sta cambiando metrica di valutazione, cambia anche la lettura sulle banche italiane.

Ecco perché Intesa Sanpaolo può tornare sotto i riflettori nelle prossime settimane.

Il segnale dagli USA: utili forti, ma il mercato inizia a guardare altrove

Le trimestrali di Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo hanno confermato un quadro apparentemente positivo: utili sopra le attese e solidità operativa. Eppure la reazione del mercato non è stata uniforme. Ed è un segnale da non sottovalutare.

Il caso più emblematico è quello di JP Morgan. I ricavi del primo trimestre hanno raggiunto 50,54 miliardi di dollari, sopra le attese, con un utile per azione di 5,94 dollari e un margine di interesse netto a 25,48 miliardi (+9% su base annua). Numeri robusti, sostenuti dall’intensa attività di trading scatenata dalla guerra in Iran, con il FICC a 7,08 miliardi (+21%) e advisory in crescita dell’82%.

Il titolo però non è salito. Il motivo? Il taglio alla guidance sul margine di interesse per il 2026, sceso a 103 miliardi dai 104,5 precedenti. Un segnale chiaro di come gli investitori stiano cambiando approccio. Non basta più battere le stime nel breve periodo: ciò che conta è la visibilità sugli utili futuri.

Una dinamica simile emerge anche da Citigroup. I ricavi totali si sono attestati a 24,63 miliardi, con utile per azione di 3,06 dollari e margine di interesse netto a 15,74 miliardi, sopra le stime. Ma a trainare sono state ancora una volta le attività di mercato: il trading FICC ha raggiunto 5,17 miliardi e la divisione Markets 7,25 miliardi complessivi. Più debole invece il banking tradizionale, con ricavi a 1,77 miliardi sotto le attese. Anche qui la crescita arriva dalla volatilità, non dal credito.

Ancora più evidente il caso di Wells Fargo. Il margine di interesse netto si è fermato a 12,10 miliardi, sotto i 12,27 attesi, con ricavi a 21,45 miliardi inferiori al consenso e un margine percentuale sceso al 2,47%. Nonostante prestiti e depositi in crescita, il titolo ha reagito negativamente, perdendo il 5,70%. Anche con volumi in crescita, la pressione sui margini pesa più dei numeri.

Le banche USA continuano a generare utili, ma diventano più vulnerabili quando il ciclo dei tassi cambia. In un mercato che premia sempre di più la visibilità sugli utili, questo tema si sposta inevitabilmente anche in Europa, dove realtà come Intesa Sanpaolo si avvicinano alla prova dei conti del primo trimestre.

Perché Intesa Sanpaolo resta da comprare (al di là dell’upside del 21%)

Intesa Sanpaolo, invece, gioca un’altra partita. Con i margini sotto osservazione, Carlo Messina può permettersi qualcosa che oggi vale più degli utili: la continuità. E soprattutto i dividendi, tra i più generosi in Europa.

Il piano industriale al 2029 punta a un utile netto superiore a 11,5 miliardi di euro, ma il vero elemento distintivo è la remunerazione degli azionisti (dividend yield oltre il 6,2%, payout fino al 95% e buyback pluriennale). Con i margini sotto pressione, conta quanta cassa torna agli azionisti.

Per ora il mercato continua a riconoscere valore al titolo, ma senza prezzarlo completamente. Il target price a 7 euro implica un upside del 21%, nonostante il recupero già messo a segno dai minimi di marzo. Segno che una parte del potenziale resta ancora inespressa.

I rischi non mancano. L’esposizione verso il Medio Oriente, pari a circa l’11% del CET1 secondo uno studio dall’agenzia di rating Morningstar DBRS, resta un elemento da monitorare, soprattutto in un contesto geopolitico ancora instabile. Tuttavia, si tratta in larga parte di titoli sovrani con elevato merito creditizio. Più rilevante, semmai, è il peso di un’inflazione più persistente su famiglie e imprese.

A questo punto la domanda è un’altra: questi rischi sono già nei prezzi? Con la trimestrale del 6 maggio alle porte, sarà il mercato a dare una risposta.

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