La Cina comanda il mercato delle rinnovabili ma ha prodotto troppo rispetto alla domanda globale mandando in crisi diverse aziende.
All’inizio del 2026 un episodio ha scosso i mercati energetici mondiali: la chiusura dello Stretto di Hormuz dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Una crisi che ha messo sotto pressione soprattutto il mercato del petrolio, bloccando parte degli approvvigionamenti provenienti dal Medio Oriente e causando un rialzo dei prezzi sui principali mercati di riferimento. Nel corso dei mesi, però, il mondo ha scoperto un paradosso clamoroso: esiste un surplus storico di energia pulita ed economica. I pannelli solari sono stati prodotti in quantità enormi, persino eccessive rispetto alla domanda, e il problema è che oggi il mercato fatica ad assorbirli.
L’economista Adam Tooze lo ha scritto chiaramente sul Financial Times: l’energia pulita su una scala che nel 2015, ai tempi dell’Accordo di Parigi, sembrava quasi utopica, oggi è una realtà concreta. La Cina detiene una posizione dominante soprattutto nella produzione di pannelli solari. Dopo una massiccia ondata di investimenti avviata nel 2020, le aziende cinesi hanno raggiunto una capacità produttiva vicina ai 1.000 GW di pannelli solari all’anno, ben oltre la domanda globale, che nel 2023 si aggirava intorno ai 451 GW.
Il risultato è stato quello che gli economisti definiscono «involution»: una concorrenza talmente aggressiva e distruttiva da non lasciare veri vincitori. Più di 40 produttori cinesi sono falliti, sono stati acquisiti oppure hanno lasciato la borsa. JinkoSolar, il maggiore fornitore mondiale di pannelli solari, ha chiuso il 2025 con un calo del fatturato del 29%. Una dinamica simile ha coinvolto anche altre aziende del settore. Il prezzo di un modulo solare è sceso fino a 0,10 dollari per watt, un livello inferiore allo stesso costo di produzione.
In quindici anni la Cina ha investito circa 18 miliardi di dollari per costruire un’industria capace di fornire energia pulita in quantità superiori a quelle che il mondo riesce facilmente ad assorbire. Il controllo cinese sulla filiera è senza precedenti: oltre l’80% della produzione globale proviene dal Paese asiatico.
Un surplus produttivo che ha causato perdite diventate insostenibili
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Il governo cinese è intervenuto a inizio anno. L’amministrazione fiscale ha annunciato l’eliminazione, dal 1° aprile, degli sgravi sulle esportazioni dei prodotti fotovoltaici. La mossa ha già prodotto i primi effetti: i prezzi dei moduli sono saliti fino al 30%, con la previsione di un ulteriore aumento del 9% nel corso dell’anno. La stagione dei pannelli solari a prezzi stracciati, dunque, potrebbe essere vicina alla fine.
Oltre al problema economico e industriale, esiste anche una questione tecnica. La Cina ha installato una quantità tale di pannelli solari che la rete elettrica fatica a trasmettere e immagazzinare tutta l’energia prodotta. A febbraio, la capacità solare installata nel Paese ha superato i 1.230 GW, in crescita del 33%, ma le infrastrutture di accumulo non sono aumentate allo stesso ritmo. Il risultato è che una parte dell’energia viene sprecata: viene prodotta, ma non può essere correttamente conservata o distribuita.
C’è infine un rischio legato alla qualità. La corsa al ribasso dei prezzi ha spinto alcuni produttori a risparmiare su test e materiali, alimentando il dubbio che i pannelli più economici possano registrare, tra dieci anni, un calo significativo delle prestazioni.
Insomma, il 2026 rischia di essere ricordato come l’anno in cui il mondo si è ritrovato con un’enorme quantità di pannelli solari, più di quanti le reti elettriche fossero davvero in grado di assorbire.