In Cina è nata una nuova muraglia. Ci sono voluti 50 anni per realizzarla

Andrea Fabbri

13 Aprile 2026 - 05:24

La Cina è riuscita a fermare uno dei deserti più grandi del mondo con una nuova muraglia di alberi. Un’incredibile impresa frutto di 50 anni di lavoro

In Cina è nata una nuova muraglia. Ci sono voluti 50 anni per realizzarla

Il deserto del Taklamakan, in Cina, è la seconda distesa di sabbia più grande del mondo e uno spettacolo naturale con pochi eguali. Uno spettacolo bello e altrettanto pericoloso: le leggende locali lo chiamano “il luogo da cui non si ritorna” perché nel corso dei secoli ha fatto “sparire” decine di carovane.

Quasi 50 anni fa, però, il governo cinese decise di provare ad arginare quello che altri chiamavano "il mare della morte” con il programma Three-North Shelter Belt che prevedeva l’installazione di una muraglia di alberi a corona intorno alla distesa sabbiosa.

Il risultato è che i 66 miliardi di alberi piantati sono riusciti davvero a frenare l’avanzata del Taklamakan che oggi, proprio grazie alla presenza dei vegetali, è diventato uno dei più grandi “pozzi di carbonio” del pianeta. Un polmone verde in grado di assorbire ogni anno enormi quantità di pericolosa CO2 e di ridurre drasticamente l’effetto serra.

Il successo del progetto Three-North Shelter Belt

Il progetto Three-North Shelter Belt è nato addirittura nel 1978, anno in cui il governo centrale decise di creare una barriera naturale per proteggere i pascoli e i terreni agricoli dalle violente tempeste di sabbia desertiche.

Quasi 50 anni dopo, la “Grande Muraglia Verde” è diventata, con i suoi 66 miliardi di alberi, il polmone della Cina Nord-Occidentale e uno dei più importanti di tutto il Paese.

Ma non solo. Le piante hanno portato a un preziosissimo aumento della piovosità media annuale e si sono rivelate un preziosissimo strumento per “sequestrare” la CO2 presente nell’aria.

Un esempio che apre scenari promettenti per il futuro

Oggi, nel 2026, il deserto è completamente trasformato. In mezzo all’enorme distesa di sabbia ci sono un’autostrada protetta da barriere vegetali, la Desert Highway, e numerosi giacimenti di gas naturale e petrolio che stanno contribuendo in maniera decisiva al fabbisogno energetico cinese.

Un successo incredibile che ha attirato le attenzioni della comunità scientifica internazionale. Il Three-North Shelter Belt è la migliore dimostrazione di come l’intervento umano, se ben congegnato, può migliorare il sequestro del carbonio anche in zone estremamente inospitali come i deserti.

A confermarlo è uno studio condotto in collaborazione dalla Nasa e dal California Technical Institute che ha sfruttato immagini satellitari per comprendere meglio l’impatto della muraglia verde sull’effetto serra e sul sequestro del carbonio.

Dal punto di vista numerico, il polmone verde ha abbassato il contenuto medio di carbonio nell’aria desertica da 416 parti per milione a 413 parti per milione. Un dato che lascia ben sperare di fronte a un valore mondiale attuale che si aggira intorno alle 429,3 ppm.

Questo sta a significare che la tecnica di usare gli alberi per “circondare” e bonificare i paesaggi desertici potrebbe rivelarsi estremamente efficace sia a livello economico che a livello ambientale.

Senza nessun intervento i deserti hanno pochissima capacità di assorbire il carbonio e tendono a estendersi, mettendo in pericolo agricoltura, infrastrutture e rotte commerciali. Circoscriverli e proteggerli con gli alberi avrebbe anche l’effetto positivo di preservare la loro unicità.

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