I mercati finanziari sono scossi da un’ondata di vendite improvvisa, innescata dall’annuncio di nuovi dazi statunitensi che sembrano non risparmiare nessun settore.
Le borse hanno reagito con un sell-off significativo sulle azioni, mentre le obbligazioni hanno avuto una risposta mista: i rendimenti dei Treasury statunitensi sono crollati ai minimi, segnalando una fuga verso la sicurezza, mentre i bond europei hanno invece visto un aumento dei rendimenti, causando perdite per gli investitori obbligazionari nel Vecchio Continente.
Questa reazione del mercato, apparentemente contraddittoria, è indicativa di un cambio di paradigma drastico rispetto a poche settimane fa.
L’incertezza si è riflessa anche sulle aspettative di politica monetaria: gli investitori ora prezzano con maggiore probabilità tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, come evidenziato dal CME Fed Watch Tool, che mostra un crollo della probabilità dell’ipotesi «nessun taglio». Anche il dollaro sta subendo le conseguenze di questa volatilità, con un calo che sta dando spazio all’euro, un movimento particolare considerando la prospettiva di nuovi dazi del 25% sulle auto e altri beni prodotti in Europa. A peggiorare ulteriormente il sentiment di mercato, il dato ISM pubblicato di recente ha mostrato una drastica discesa dei nuovi ordini, segnale preoccupante per la crescita economica futura. Ma ha veramente senso preoccuparsi così tanto?
Cambi di sentiment troppo veloci?
Questa situazione apparentemente drastica, tuttavia, merita una riflessione più approfondita. Chi osserva attentamente noterà una certa incongruenza tra i vari elementi in gioco. Il sentiment di mercato è passato rapidamente dall’ottimismo del «no landing» alla paura di un «hard landing», e questo cambiamento è avvenuto in maniera estremamente repentina.
Un elemento chiave che ha alimentato il panico è la previsione della Fed di Atlanta, che ha riportato un crollo impressionante della crescita stimata per il trimestre in corso: secondo il modello GDPNow, la stima annualizzata è passata da +2,3% a -2,8% in pochi giorni. Questa revisione drastica ha portato molti analisti a parlare di «Trumpcession», un termine che suggerisce un rischio di recessione sotto un’eventuale nuova amministrazione Trump.
Tuttavia, è importante sottolineare che la previsione della Fed di Atlanta rappresenta un outlier rispetto alla maggior parte delle stime attuali. Ad esempio, il modello Nowcast della Fed di New York prevede ancora una crescita annualizzata del +2,9% nel primo trimestre, in linea con le aspettative precedenti. Ciò suggerisce che il calo improvviso delle previsioni potrebbe essere influenzato da fattori temporanei o da metodologie specifiche di calcolo. Basti pensare che solo un mese fa, lo stesso modello prevedeva una crescita del +4,0%.
Analisi tecnica dell’S&P 500: dove sono i supporti chiave?
Dal punto di vista tecnico, l’S&P 500 sta testando livelli critici. Un primo supporto significativo potrebbe trovarsi intorno ai 5800 punti, una zona di sostegno volumetrico che potrebbe vedere un primo rimbalzo. Inoltre, gli indicatori tecnici come l’RSI mostrano livelli di ipervenduto sui timeframe giornalieri, suggerendo che potremmo essere vicini a una fase di stabilizzazione.
Attualmente, l’indice rimane ancorato alla media mobile a 200 giorni, un livello che storicamente funge da spartiacque tra mercati rialzisti e ribassisti. Se questa media dovesse reggere, potremmo assistere a un consolidamento del mercato e a un eventuale ritorno del sentiment positivo.
S&P 500, 1D
Grafico a candele giornaliere dell'S&P 500. Fonte: baha.com
Perché non aver paura?
La storia dei mercati finanziari ci insegna che fasi di volatilità e panico sono cicliche. Il cambiamento improvviso delle aspettative economiche potrebbe suggerire una forte componente emotiva nelle recenti vendite, piuttosto che una risposta razionale a dati concreti. Inoltre, le discrepanze tra le diverse previsioni economiche indicano che potrebbe essere ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive sul futuro della crescita globale.