Il fallito colpo di stato a Kinshasa e l’ombra degli Usa

Roberto Vivaldelli

24/05/2024

Nel fallito golpe di domenica 19 maggio nella Repubblica Democratica del Congo sono stati arrestati tre cittadini americani.

Il fallito colpo di stato a Kinshasa e l’ombra degli Usa

Nigel, Ciad, Senegal e ora la Repubblica Democratica del Congo. L’Occidente è sempre più sgradito in Africa, dove Cina e Russia accrescono la loro influenza e popolarità a scapito di Francia e Stati Uniti. Questi sono ultimi sono accusati, in particolare, di aver avuto un ruolo nel fallito colpo di stato del 19 maggio nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo quanto dichiarato dai funzionari del governo del Presidente Felix Tshisekedi, infatti, l’esercito della RDC ha sventato un colpo di stato nelle prime ore di domenica 19 maggio. Almeno tre persone sono state uccise negli attacchi a Kinshasa e diversi aggressori, tra cui alcuni “stranieri”, sono stati arrestati.

Cos’è successo nella Repubblica Democratica del Congo?

Come ricostruito da Al-Jazeera, verso le 4 del mattino ora locale di domenica scorsa, decine di uomini in tenuta militare e armati di mitra e fucili hanno attaccato la residenza di Vital Kamerhe, un deputato alleato del presidente Tshisekedi e grande favorito a diventare speaker dell’Assemblea Nazionale. I golpisti hanno fatto irruzione anche nel Palais de la Nation, la residenza ufficiale e gli uffici del Presidente, anche se Tshisekedi utilizza raramente i locali e non era presente in quel momento. Gli edifici si trovano a circa 2 km di distanza l’uno dall’altro, nel quartiere della capitale che ospita anche diversi altri uffici governativi e ambasciate. Durante gli scontri a fuoco, molti di coloro che erano coinvolti nel tentativo di colpo di stato hanno cercato di fuggire attraverso il fiume Congo verso la vicina Brazzaville, la capitale della confinante Repubblica del Congo, situata sull’altra sponda del fiume. Almeno tre persone sono state uccise negli scontri armati che ne sono seguiti, tra cui due funzionari della sicurezza congolese e il leader degli assalitori, Christian Malanga. Secondo l’esercito della Repubblica Democratica del Congo, sono state arrestate circa 50 persone, tra cui tre cittadini statunitensi.

Chi era il leader dei golpisti

Christian Malanga Musumari, 41 anni, era una nota figura dell’opposizione e leader di un piccolo partito politico da lui fondato, il Partito Congolese Unito (UCP), registrato negli Stati Uniti. Era arrivato negli Usa come rifugiato nel 1998 e si era stabilito nello Stato dello Utah, dove ha vissuto fino al 2006. In quell’anno è tornato nella Repubblica Democratica del Congo, dove ha prestato servizio nell’esercito. Candidatosi alle elezioni politiche del 2011, è stato arrestato poche settimane prima dal voto. Tornato negli Usa nel 2012, Malanga ha ottenuto la cittadinanza statunitense e ha affermato di essere stato un membro della US Air Force Junior ROTC mentre era al liceo a Salt Lake City. Dopo la laurea, ha avviato una società di concessionaria di auto. In quello stesso anno ha fondato prima il Partito Congolose Unito (UCP) e poi, nel 2017, il governo in esilio a Bruxelles denominato «Nuovo Zaire» (dal vecchio nome del Paese). Malanga aveva appoggi negli Stati Uniti e nel Regno Unito: tant’è che, nel 2013, è stato nominato ambasciatore della Tavola rotonda internazionale sulla libertà religiosa, una coalizione di 52 organizzazioni non governative con sede a Washington.

Gli americani coinvolti nel tentato golpe

Tra le 50 persone arrestate figurano tre cittadini americani: il figlio 21enne di Malanga, Marcel, Benjamin Reuben Zalman-Polun del Maryland e Cole Patrick. Come spiega Responsible Statecraft, il 36enne Benjamin Zalman-Polun , originario di Washington, DC, era un imprenditore che smerciava cannabis, residente nel Maryland. Nel 2014 si è dichiarato colpevole di un’accusa a Washington per aver tentato di distribuire fino a 50 chili di marijuana nella capitale. Oltre ai legami politici, era uno stretto socio d’affari di Malanga e, secondo quanto riferito, era un partner di Malanga in un’attività di estrazione dell’oro e materiale per sigarette elettroniche in Mozambico.

Gli Stati Uniti hanno rilasciato una dichiarazione in francese - la lingua ufficiale della RDC - sulla piattaforma di social media X, attraverso la propria ambasciatrice, nella quale quest’ultima afferma di essere «scioccata dagli eventi di questa mattina e molto preoccupata dalle notizie secondo cui gli americani sarebbero coinvolti. Siate certi che collaboreremo con le autorità della RDC in tutti i modi possibili mentre indagano su questi atti criminali e riterranno responsabile qualsiasi cittadino americano coinvolto in questi atti criminali». Ma davvero Malanga ha agito da solo, senza alcun appoggio esterno - anche in maniera non ufficiale - nonostante la sua cittadinanza americana e le sue connessioni politiche di alto livello? Va ricordato che la Repubblica Democratica del Congo è estremamente ricca di risorse minerarie ed è uno dei maggiori produttori mondiali di cobalto e coltan utilizzati nella produzione di dispositivi elettronici come i telefoni cellulari. Un Paese le cui ricchezze fanno gola a tanti.

La situazione politica, tuttavia, è estremamente complessa e instabile. L’esercito è infatti impegnato nel fronteggiare con l’M23, un gruppo ribelle che avanza dall’est del paese nel tentativo di conquistare la città strategica di Goma. Tshisekedi è stato rieletto presidente a dicembre ma deve ancora formare un governo, e il tentato colpo di stato potrebbe favorire i ribelli dell’M23, finanziati dal vicino Ruanda, Paese che ha strette relazioni diplomatiche con Washington. Un caso? Difficile pensarlo.

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