Il tallone d’Achille dell’India: perché non potrà essere la nuova Cina

Federico Giuliani

17 Maggio 2024 - 07:10

Il futuro indiano è dunque tutto rose e fiori? Non proprio. La dicotomia India-Cina presenta degli aspetti che vale la pena approfondire.

Il tallone d’Achille dell’India: perché non potrà essere la nuova Cina

Potrebbe essere arrivato il momento (economico) dell’India. Narendra Modi, l’attuale premier in carica, dovrebbe vincere le elezioni attualmente in corso e ottenere un inedito terzo mandato nei panni di leader del Paese più popoloso del pianeta.

In tal caso, Delhi continuerà a lavorare per attirare investimenti stranieri, migliorare le infrastrutture nazionali e, in generale, per rendere l’ambiente indiano il più attraente possibile. Approfittando – particolare non da poco – del parallelo rallentamento del rivale cinese. Il futuro indiano è dunque tutto rose e fiori? Non proprio. La dicotomia India-Cina presenta degli aspetti che vale la pena approfondire.

Il confronto con la Cina

Certo, la demografia sta premiando l’India, dove il mercato dei consumi sta assistendo a una notevole accelerazione alimentata dall’aumento delle famiglie a reddito medio-alto. Si prevede che il tasso di spesa pro capite delle famiglie locali supererà presto quello di altre economie asiatiche in via di sviluppo, tra cui Indonesia, Filippine e Tailandia. Inoltre, la velocità della crescita del consumismo in India sta superando quella della Cina.

Le proiezioni suggeriscono che Delhi potrà vantare una base di consumatori di 773 milioni di persone entro il 2030, segnando un aumento del 46% rispetto ai 529 milioni registrati nel 2023. Il Dragone sarà ancora davanti al rivale regionale, con oltre 1 miliardo di consumatori da qui 2030, ma la sua crescita non supererà il 15%.

Il divario tra i due pesi massimi dell’Asia si sta assottigliando. Ciò nonostante, l’India non è ancora pronta per essere considerata una valida sostituta della Cina. Prendiamo l’esempio di Apple, azienda americana che si affida da anni alla manodopera cinese per l’assemblaggio dei suoi prodotti. Foxconn, nel tentativo di diversificare ed esplorare nuove vie rispetto all’opzione cinese, ha investito nella sua fabbrica di iPhone a Sunguvarchatram, in India.

Ma con i costi dei materiali più elevati della fabbrica e una percentuale maggiore di telefoni difettosi, l’azienda ha faticato ad essere efficiente come nel recente passato. Il risultato? Gli iPhone prodotti da Foxconn a Sunguvarchatram sono stati meno redditizi rispetto a quelli fabbricati in Cina. Il motivo? Come ha spiegato in un lungo reportage la pubblicazione Rest of the world, mentre in Cina Foxconn richiede ai propri lavoratori giornate lunghe, obiettivi ambiziosi e ritardi ed errori minimi, in India non può chiedere queste stesse cose.

I nodi dell’India

L’evoluzione del sogno indiano di superare definitivamente la Cina passa da Sunguvarchatram, città incastonata tra un corridoio industriale che unisce idealmente Chennai e Bangalore, le megalopoli più grandi dell’India meridionale.

Le prime fabbriche automobilistiche straniere aprirono qui i loro stabilimenti, così come, all’alba degli anni Duemila, fecero lo stesso le industrie hi-tech taiwanesi. Facciamo un passo indietro. Durante gran parte della seconda metà del XX secolo, questo Paese ha goduto di una fiorente industria di produttori nazionali di elettronica.

La musica sarebbe cambiata nel 1991, in seguito alla decisione del governo di abbassare le tasse sulle importazioni. A quel punto i concorrenti stranieri si riversarono in India e iniziarono così a dominare il mercato, surclassando i marchi locali e travolgendo il settore manifatturiero tecnologico autoctono.

All’India, dunque, manca una spina dorsale in grado di sostenere la propria industria manifatturiera. Non solo: chiunque decida di investire in loco troverà condizioni (non solo lavorative) ben diverse rispetto a quelle presenti in Cina.

Insomma, i segnali di ottimismo non mancano. Anche se, tuttavia, la performance economica indiana appare molto meno impressionante se confrontata con quella di altri paesi. Il pil pro capite dell’India (2.730 dollari) è circa 1/30 di quello americano (85.370 dollari) e circa un quinto di quello cinese (13.140 dollari). Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale, stima che con gli attuali tassi di crescita ci vorranno 75 anni prima che il pil pro capite indiano raggiunga un quarto di quello statunitense. La strada per il successo è ancora lunga.