C’è bisogno di una vera e propria rivoluzione nella politica agricola ed agroalimentare europea, intervenendo sia sul piano fiscale che su quello della concorrenza, perché altrimenti non se ne esce. Anzi, ogni anno è peggio per tutti: agricoltori, allevatori, consumatori, territorio ed ambiente.
Perché hanno ragione da vendere gli agricoltori e gli allevatori che cercano di produrre in modo sostenibile, limitando al massimo l’uso dei concimi chimici e quello dei pesticidi ed assicurando la naturale rotazione delle culture che evita lo sfruttamento irrecuperabile del terreno, quando si lamentano perché non riescono a trovare un mercato di sbocco abbordabile per i loro prodotti, senza subire la concorrenza sfrenata dei prezzi assai più bassi dei prodotti dell’agrindustria: la produttività, e dunque la competitività di prezzo di questi ultimi, è incomparabilmente superiore a quella dell’agricoltura biologica, che viene spiazzata in modo irreparabile.
E’ una situazione inaccettabile.
Va adottato il meccanismo secondo cui “chi inquina, paga!”, per cui i prodotti agricoli e dell’allevamento rispettosi dell’ambiente devono costare di meno e non di più di quelli più inquinanti e meno sostenibili dal punto di vista ambientale.
L’idea che finora ha prevalso, quella di scaricare sul consumatore il maggior prezzo dei prodotti dell’agricoltura biologica, che sarebbero pronti a pagare la differenza qualitativa rispetto ai prodotti dell’agricoltura industriale, è semplicemente inattuabile e fallimentare: occorre introdurre rimedi fiscali come l’Iva negativa, e la garanzia del “roaming” commerciale cioè l’accesso alle catene della grande distribuzione alimentare, ai prodotti agricoli locali.
Occorre ribaltare la leva dei prezzi, che oggi penalizza i prodotti dell’agricoltura biologica. Deve accadere l’opposto.
L’occasione è a portata di mano, se la si vuole cogliere.
A protestare contro la firma dell’Accordo di libero scambio tra la Ue ed il Mercosur, che è stata apposta per l’Unione europea dalla Presidente della Commissione Ursula von Leyen, che ha partecipato al Summit tenuto a Montevideo lo scorso 5-6 dicembre, per ora sono stati solo gli agricoltori e gli allevatori.
Non tutti però, visto che a manifestare nelle piazze sono stati soprattutto quelli francesi, che non hanno perso questa nuova occasione per manifestare la rabbia che hanno dentro per l’impoverimento continuo che sono costretti a subire. La Francia chiede, come è stato confermato da una votazione approvata a larghissima maggioranza dall’Assemblea Nazionale, a seguito di apposite Comunicazioni del Governo Barnier, che a fronte della prospettiva di un azzeramento dei dazi, appena mitigato dal contingentamento di talune importazioni sensibili, si proceda ad una rinegoziazione dell’Accordo affinchè si parifichino le condizioni competitive che altrimenti sarebbero squilibrate per via delle meno stringenti normative a tutela della salute umana e dell’ambiente che sarebbero adottate nei Paesi del Mercosur rispetto a quelle europee: servirebbero delle “norme specchio”, tali per cui entrambi le Parti dell’Accordo dovrebbero rispettare le normative più stringenti adottate dal Partner per poter esportare i propri prodotti.
E’ tutto assai curioso perché, pur in mancanza del testo ufficiale dell’Accordo, le informative che vengono diffuse sono invece rassicuranti: nella Scheda informativa pubblicata sul sito della Rappresentanza della Unione europea in Italia si legge innanzitutto che l’Accordo comprende una “clausola di salvaguardia per proteggere gli agricoltori dell’UE da qualsiasi aumento improvviso delle importazioni” e che “la Commissione è pronta inoltre ad aiutare rapidamente e con forza gli agricoltori nell’improbabile eventualità di significative perturbazioni del mercato legate all’accordo”.
Il testo prosegue così: “Gli elevati standard dell’UE a tutela dei cittadini dell’UE non saranno in alcun modo compromessi: tutti i prodotti del Mercosur devono rispettare le rigorose norme dell’UE in materia di sicurezza alimentare”. Ed inoltre: “I forti impegni in materia di sostenibilità valgono in egual misura per i produttori di entrambe le parti”.
Insomma, qualcuno non la racconta giusta.
Gli agricoltori italiani, invece, non si sono visti in piazza, anche se le loro due maggiori organizzazioni di categoria, Coldiretti e Confagricoltura, hanno indotto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a schierarsi contro la ratifica dell’Accordo, insieme alla Francia. Per bloccare la ratifica, nel Consiglio europeo, occorre formare una “minoranza di blocco” che si raggiunge quando la bocciatura della proposta della Commissione sia appoggiata da almeno tre Paesi che rappresentino almeno il 35% della popolazione dell’Unione: alla Francia ed all’Italia serve dunque un terzo partner, di peso. Ma né la Germania né la Spagna, i Paesi più popolosi insieme a Francia ed Italia, si sono ancora espressi contro l’Accordo: forse, ma è assai incerto, a farlo potrebbe essere la Polonia che avrà anche la Presidenza di turno nel primo semestre del 2025.
Una alleanza strategica in materia commerciale con l’America Latina è di fondamentale importanza per l’Unione europea, soprattutto per smarcarsi dalle pressioni continue che provengono da tempo dagli Usa, rincarate di recente dalle minacce di imporre dazi generalizzati sulle importazioni che sono state avanzate a più riprese dal Presidente eletto Donald Trump.
C’è un dato cruciale, da considerare: per quanto riguarda l’agricoltura e soprattutto l’allevamento bovino, in Europa da una parte, e dall’altra nel Mercosur, il gruppo composto da Brasile, Argentina, Uruguaye Paraguay, ci troviamo di fronte a strutture produttive incommensurabili.
In Europa, ci troviamo di fronte ad un assetto composto prevalentemente da piccoli proprietari-agricoltori diretti, e da allevamenti che sono prevalentemente condotti all’interno di stalle: da una parte c’è uno sfruttamento intensivo del suolo che comporta l’uso di sempre maggiori quantità di concimi e di pesticidi, e dall’altra una alimentazione degli animali che deriva da foraggi prevalentemente disseccati ed importati anche dal Mercosur, ed una tendenza alla propagazione di infezioni tra gli animali che vivono ammassati nelle stalle, e che vengono prevenute e curate con massicce dosi di antibiotici.
Insomma, l’assetto produttivo europeo non è dei migliori, anzi: tutte le normative che limitano l’uso dei pesticidi o dei concimi in agricoltura, così come quelle che cercano di migliorare l’igiene ed il benessere degli animali negli allevamenti, basta pensare alle condizioni nei pollai, sono subìte come un inaccettabile sopruso. Si riduce la produttività e con l’aumento dei prezzi si esce dal mercato.
In America Latina prevale storicamente la struttura latifondo in agricoltura e quella dell’allevamento bovino allo stato brado. Purtroppo, anche qui la pressione concorrenziale è stata tremenda, e le coltivazioni si sono orientate sempre di più verso le sementi ibride che richiedono l’uso sempre più massiccio di sostanza chimiche, così come si sono diffuse forme di allevamento intensivo. Ma non c’è dubbio che i costi del lavoro in agricoltura, che ha una minore intensità per unità di prodotto, e nell’allevamento brado siano enormemente più bassi rispetto a quelli europei. Per questo i nostri agricoltori ed allevatori temono la concorrenza del Mercosur.
La stessa struttura dei mercati è diversa: nel Mercosur ci sono poche grandi imprese, con una struttura oligopolistica di proprietari terrieri e di allevatori che dispongono di enormi distese di terra e di allevamenti enormi; in Europa prevalgono la piccola proprietà contadina ed i piccoli allevatori, con unità produttive che hanno dimensioni minuscole e che sono numerosissime.
Un potere economico in agricoltura e nell’allevamento che nel Mercosur è forte e soprattutto concentrato in poche mani, cui corrisponde in Europa una parcellizzazione proprietaria particolarmente diffusa che chiede e spesso ottiene a livello politico una consistente quanto inefficace protezione economica: non è casuale, infatti, che la Politica Agricola Comune sia il Programma da sempre più importante e ben dotato tra tutti, sia ai tempi della Comunità economica europea che ora nella Unione europea.
C’è dunque da ragionare non solo in termini di modello prospettico, cercando di capire quali produzioni vadano da incentivate e quali siano le strutture di mercato da promuovere in Europa, ma soprattutto tener conto della importanza strategica che ha il settore della grande distribuzione nella definizione dei prezzi e nella offerta dei prodotti alimentari.
Occorre una politica fiscale e della concorrenza che sia premiale e non punitiva nei confronti della agricoltura biologica e dell’allevamento sostenibile.
In primo luogo, l’Iva su questi prodotti deve essere negativa, e va calcolata dopo aver detratto quella pagata dal produttore agricolo e dall’allevatore prima della vendita effettuata al consumatore finale, che gli va dunque rimborsata integralmente. Questa è una vera e propria integrazione del reddito che dipende dalle vendite effettive, sul mercato, e non da sistemi di sostegno a priori che sono facilmente eludibili e soprattutto insoddisfacenti. Ed è un sistema premiale, perché incentiva la riduzione dei costi per i prodotti intermedi, per concimi e pesticidi.
In secondo luogo, i produttori locali devono avere accesso diretto agli scaffali della Grande Distribuzione, per vendere i loro prodotti direttamente. Il “roaming” è stato determinante per consentire ai nuovi entranti nel mercato della telefonia mobile di rompere situazioni di monopolio infrastrutturale altrimenti insuperabili. Lo stesso va fatto con la distribuzione dei prodotti alimentati.
Servono politiche nuove nel settore agroalimentare, a favore dei consumatori e dei produttori responsabili: l’Accordo con il Mercosur deve essere l’occasione per introdurle.
Altrimenti, sarà solo un’altra inutile guerra tra poveri.
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