In un’intervista rilasciata al Rubin Report, Peter Thiel si è intrattenuto a lungo sullo sperpero di denaro pubblico, argomento al momento assai attuale e sensibile negli USA visto lo scandalo delle presunte frodi al welfare pubblico nello Stato del Minnesota; come è noto, negli scorsi giorni è stato viralmente rilanciato, prima sulle piattaforme social poi sui mass media classici, il caso degli asili nido destinati alla cospicua popolazione immigrata dalla Somalia e che sarebbero rimasti del tutto vuoti.
La loro unica funzione, secondo le accuse, sarebbe stata quella di intercettare il denaro pubblico destinato all’integrazione. Mentre dal fronte progressista si accusa chi ha rilanciato lo scandalo nello Stato a guida democratica di averlo fatto per cercare di distogliere l’attenzione dalle feroci polemiche interne all’universo MAGA e per lenire il disappunto per la mancata, completa rivelazione dei dettagli dello scandalo Epstein, da destra ci si interroga sulla entità dei fondi distratti e su cosa fare per impedire che simili frodi possano ripetersi. La risposta di Thiel, riguardante storiche strutture di soft power come USAID, è molto semplice e coerente: Palantir.
Tech contro sprechi pubblici
D’altronde che una parte della Silicon Valley veda nell’alta tecnologia un metodo di risoluzione dei freni amministrativi e burocratici è testimoniato dall’operato del DOGE. Se da un lato, in quella esperienza è possibile leggere in filigrana il concetto tipicamente americano dell’imprenditore-politico capace di decidere con maggiore efficacia ed efficienza rispetto il funzionario di carriera o rispetto quello elettivo, dall’altro lato la tecnologia viene concepita come un fattore di potente razionalizzazione degli indici di policy: la raccolta massiva dei dati operata dal DOGE è in genere molto meno considerata e analizzata rispetto il taglio drastico di uffici, dipartimenti o il licenziamento massivo dei dipendenti pubblici, eppure la stessa è stata in certa misura il proprium della struttura voluta da Musk. Incardinato nell’ufficio per la digitalizzazione amministrativa, il DOGE non ha solo scandagliato le organizzazioni ritenute ideologizzate o inutili ma ha raccolto, centralizzandoli, i flussi di dati provenienti da qualunque ufficio amministrativo del governo. Una canalizzazione informativa cesellata, in termini normativi, prima da un executive order del marzo 2025, col quale si intende eliminare le barriere di accesso e governo dei dati, e poi con il contratto siglato tra governo e Palantir nel maggio 2025, per far sì che la società di analisi dei dati con sede a Denver integri questo oceano informazionale nella sua ‘Ontology’, cioè l’integrazione funzionale delle sue piattaforme.
Palantir, forza frenante
Ma la digitalizzazione, ed è Thiel a confermarlo, opera non solo in chiave di accelerazione, snellimento, superamento delle inerzie burocratiche ma anche quale autentica forza frenante contro abusi e frodi. Un genuino contro-potere che dovrebbe integrare la decisione umana e far così adottare al funzionario pubblico, e ai politici, un contegno più accorto e attento nella gestione delle risorse pubbliche. In certa misura un passaggio dallo schmittiano katéchon applicato alla lezione metafisica e ai grandi quesiti filosofici, su cui Thiel si è intrattenuto a lungo nelle quattro lezioni tenute a San Francisco nel settembre 2025 e che costituisce sin dai tempi di ‘Il momento straussiano’ argomento centrale della sua riflessione, a una forza frenante amministrativa. D’altronde proprio tra le pagine de ‘Il momento straussiano’ si trova la giustificazione concettuale della soppressione di strutture come USAID, concepita come esiziale non solo per lo spreco di denaro dei contribuenti americani ma anche per aver alimentato un circuito vizioso nei Paesi del Terzo Mondo.
Il momento straussiano" di Peter Thiel ...
Quel che sostiene Thiel ha perfettamente senso e, sia pure a un livello decisamente più basso, è qualcosa che troviamo anche in Italia e ad altre latitudini. Il digitale, cioè, non viene più utilizzato solo per raggiungere vette superiori di efficienza decisionale ma anche per incardinare il procedimento amministrativo lungo un crinale di sfiducia quasi antropologica nei confronti del funzionario pubblico: da un lato abbiamo dematerializzazione dei documenti, istanze processate per via digitale, protocollazioni e archivi digitalizzati, intelligenza artificiale applicata alla formazione dei provvedimenti amministrativi, ma dall’altro si registra una sorta di controllo ulteriore dell’azione amministrativa proprio per via digitale. Se la carta, banalmente, poteva essere alterata, soppressa, modificata, oppure occultata tra le pieghe ombrose degli arcana imperii pubblici, il digitale non consente più l’alterazione o la soppressione. Senza dover arrivare al caso ultra-sofisticato di Palantir, è un mantra che abbiamo sentito sovente ripetere anche in Italia, ad esempio quando sono state digitalizzate le sanzioni per violazione al codice della strada; un processo che da un lato avrebbe dovuto rendere il tutto più veloce e dall’altro evitare interventi di terzi per favorire questo o quello. La immodificabilità, la razionalità oggettiva, sarebbero in questa prospettiva garantite dal fatto che il servizio è messo a disposizione da un soggetto diverso rispetto le strutture pubbliche. E, dice Thiel, se un politico o un dirigente sanno che esiste questo controllo remoto e implicito saranno più attenti a ciò che fanno e a come gestiscono il denaro pubblico. Naturalmente si potrebbe obiettare che così facendo viene meno la natura stessa, impersonale e funzionalmente devoluta alla cura di interessi sovra-individuali, degli apparati pubblici, sottoposti a un controllo che è e resta privato. E del pari si potrebbe pure obiettare che nulla vieterebbe poi che sia il soggetto privato a ingerirsi nel controllo e nella gestione dei processi amministrativi, godendo della rendita di posizione di conoscere e materialmente gestire i software messi a disposizione.
Ma dal primo punto di vista, si tratta di un processo, quello di sfiducia per l’opera dei funzionari pubblici, inarrestabile e che sia pure in modo meno raffinato avviene da tempo e ovunque; la generalizzata sfiducia per l’operato pubblico, i fenomeni corruttivi, hanno imbrigliato le amministrazioni in labirintiche matasse di controlli che ne frenano del tutto l’azione. In questa prospettiva, la sfida è trovare il punto di equilibrio tra efficienza reale e mantenimento di un certo livello di garanzia di servizi e tutela dei diritti. Dall’altro punto di vista, onde evitare che sia il soggetto privato a sostituirsi del tutto al decisore pubblico, replicandone anche i potenziali abusi e vizi, si assiste a una integrazione funzionale tra piattaforma messa a disposizione dal soggetto del Tech e apparato pubblico. Ma, e lo si capisce perfettamente, per avere successo è necessario che i funzionari che si approcciano a questa peculiare forma di organizzazione e di azione amministrative sappiano comportarsi di conseguenza, siano davvero, cioè non formalisticamente, formati e adatti a maneggiare logiche lavorative molto più evolute.
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